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Documento: Codice da Vinci: Vittima e carnefice di una sconfitta culturale - 1
Messo in linea il giorno Venerdì, 13 aprile 2007
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L’Opus Dei

Pagina delle "Informazioni storiche":

La prelatura del Vaticano nota come Opus Dei è un’associazione cattolica la cui profonda devozione è stata oggetto di interesse dei media dopo i rapporti di lavaggio del cervello, di coercizione e di una pericolosa pratica chiamata “mortificazione corporale”.

La dicitura “prelatura personale” indica il rapporto istituzionale che lega i membri alla S. Sede. La parola “personale” non significa che il papa dispone dei membri dell’Opus Dei come di soldati personali o guardie del corpo, ma semplicemente che il raggruppamento, la società in oggetto (in questo caso l’Opus Dei) non è territoriale, non è circoscritta a un’area geografica definita (come una diocesi), bensì regolata da leggi particolari[1]. In questo senso Ullate Fabo[2] fa notare come Brown applichi il concetto protestante di Chiesa (raggruppamento territoriale) a quello cattolico (la Chiesa è una, formata da tutti i cattolici, che possono però raggrupparsi al suo interno con varie forme di associazione)[3].

L’Opus Dei è stata eretta a Prelatura personale nel 1982 da Giovanni Paolo II, dopo che Escrivà aveva passato la vita (conclusasi nel 1975) a cercare di studiare e ottenere un adeguato inquadramento giuridico per il suo gruppo[4]. È un fatto però che nessun membro dell’Opus Dei sia monacato (come invece è il personaggio di Silas nel romanzo: resta il dubbio se questo dettaglio sia un’associazione mentale di Brown dovuta alla condotta austera e rigorosa tenuta dai monaci e dalle monache sin dai tempi delle origini, nei primi secoli dell’era cristiana).

Magari può suscitare un po’ di impressione sapere che alcuni membri dell’Opus Dei praticano la mortificazione corporale, ancora di più in una società che sempre meno sa affrontare sacrifici e privazioni volontarie, e che nel tempo ha maturato altri modi di vivere la propria fede.

 Josemaria Escrivà, fondatore dell'Opus Dei
Josemaria Escrivà

In casi come questo è fondamentale ritornare alle radici della religiosità di Escrivà e conoscere i motori dei suoi comportamenti.

Per quanto riguarda la penitenza, infatti, è importante sottolineare che per Escrivà è sempre stata una pratica molto importante, indispensabile per celebrare la Messa con la dovuta devozione: il sacerdote passava molto tempo al confessionale per riflettere, e a sua volta dedicava ogni giorno del tempo per la confessione dei fedeli[5].

Per quanto riguarda la punizione corporale, invece, bisogna dire che è una pratica che nasce in Escrivà dall’esperienza di una vita di difficoltà e privazioni, e che segue l’idea cristiana della sofferenza come occasione per testimoniare amore e gratitudine a Dio[6].

È questo il tema più delicato della questione: la religione cattolica vede anche nella sofferenza un modo per collaborare alle azioni di Dio[7], sofferenza che fa parte della vita dell’uomo a causa del peccato originale[8], e che assume un nuovo significato grazie alla passione e morte di Cristo[9]. Mentre è implicito che il male e la sofferenza facciano parte degli eventi della vita, non si parla mai di sofferenza volutamente impartita.

È importante sottolineare che Escrivà scelse di auto-infliggersi mortificazioni corporali con il cilicio e la disciplina per caricarsi delle penitenze che lui stesso alleviava ai fedeli che venivano a confessarsi[10], e che in seguito mantenne (e inasprì) questo esercizio. Il fondatore dell’Opus Dei non ha mai imposto a terzi penitenze gravose, tanto meno ha stabilito pratiche auto-punitive per i membri dell’Opera[11]; e neppure ha preteso comportamenti eccessivamente rigorosi, anzi, ha sempre cercato la via del perdono e della comprensione[12], fino ad annullare il castigo (per gli altri) quando era evidente il pentimento[13]. Secondo il suo fondatore, è la libertà il più grande valore dei membri dell’Opera[14].

Il monaco albino Silas.

Silas, un gigante albino fanatico fatto entrare nell’Opus Dei da un vescovo, è un personaggio inquietante. Soprattutto è molto difficile definirlo cristiano.

Capitolo 2, pagina 24:

“Devo purgare la mia anima dei peccati di quest’oggi”. I peccati da lui commessi avevano uno scopo santo. Le azioni di guerra contro i nemici di Dio si effettuano da secoli. Il perdono era assicurato. Eppure, come Silas sapeva, l’assoluzione richiedeva un sacrificio.

José Antonio Ullate Fabo ha commentato efficacemente il personaggio di Silas[15]: per incarnare un uomo che si occupi materialmente delle repressioni e dei delitti che la Chiesa commissiona contro i custodi dell’“autentico” messaggio di Gesù, Brown è costretto a creare un personaggio con gravi turbe psichiche, uno squilibrato in totale contraddizione con il messaggio evangelico, un assassino che uccide in nome della guerra santa. Non solo Silas non conosce il catechismo, giacché ritiene che il fine giustifichi i mezzi e pure di poter essere perdonato per un omicidio (anzi, quattro) che considera giusto, ma cade persino in auto-contraddizione: se l’atto è giusto, perché deve essere perdonato, per giunta senza il pentimento del peccatore?

Anche Silas fa penitenza, auto-infliggendosi una punizione corporale che Brown chiama sacrificio: si strazia la carne con il cilicio. Un’azione che potrebbe ricordare le pratiche di alcuni eremiti del decimo secolo, se non fosse, come si è visto, per la motivazione. Quella dell’Opus Dei, invece, è la santità della vita.

A Dan Brown “l’Opus Dei sembra un gruppo di cattolici secondo cui la fede e la ragione non hanno alcuna relazione”[16]. Vista la considerazione dell’autore del Codice per gli uomini di fede di tutti i tempi e in particolare per i membri dell’Opus Dei, vorrei unirmi alle parole di Ullate Fabo ricordando solo un esempio di profondità speculativa di matrice cattolica; un incontro tra il rigore intellettuale e la religiosità intensa e appassionata dal quale Brown avrebbe molto da imparare, anche se vecchio di (quasi) mille anni: la riflessione di Anselmo d’Aosta (XI secolo) sul rapporto tra fede e ragione.

Noè l’albino (cap. 39, pag. 174).

Nel romanzo, Brown mette in bocca al vescovo Aringarosa parole di conforto per Silas: un altro albino era stato un grande uomo di fede, Noè. Del resto, è la prima cosa che si impara di lui a dottrina, assieme al fatto che dimenticò i due leocorni. Brown probabilmente ricava l’albinismo di Noè dal Libro che porta il suo nome, e che è incorporato nel Libro dei Vigilanti, il quale a sua volta costituisce il primo dei cinque tomi che formano il Libro di Enoch[17]. Si tratta di scritti dell’antica tradizione apocalittica giudaica, riferibili ai secoli V-III a.C.[18]. Del resto Aringarosa non ha mai amato le letture e le interpretazioni canoniche, visto come parla del passo degli Atti degli Apostoli in riferimento al quale dà il nome a Silas (quando avrebbe potuto chiamarlo niente meno che Paolo…).

La generalizzazione e la deformazione a cui Brown sottopone ogni realtà e ogni informazione di cui dispone, questo è il problema. Si dice che lo faccia appositamente per convincere il pubblico delle sue idee, ma spesso a me sembra che ci creda davvero alle cose che dice. Sembra proprio che l’autore proceda per luoghi comuni o riferendo cose sentite dire, che prende per vere senza fare una verifica, come le accuse e i fraintendimenti sull’Opus Dei, o le interpretazioni delle opere medievali o rinascimentali (e di Leonardo in particolare). Crollano miseramente decenni, secoli di studi quando l’autore del Codice mostra gli antichi Romani come femministi, o il Medioevo come l’età buia, in cui regnavano la barbarie e la violenza[19], e che questa violenza era perpetrata dalla Chiesa. Chilometri di pagine di storiografia non aspettano altro che di essere lette.

È ancora credibile ciò che lascia intendere Brown, cioè che Giovanni Paolo II sia stato uno dei tanti Hitler a capo del Vaticano che, come gli altri suoi predecessori, non solo si servisse di SS per uccidere in nome della Chiesa, ma abbia pure fatto santo il loro pazzo capo (Escrivà)?

Pagina delle "Informazioni storiche":

L’Opus Dei ha recentemente terminato la costruzione di una sua sede centrale nazionale, del costo di quarantasette milioni di dollari, situata al numero 243 di Lexington Avenue, a New York City.

Probabilmente con questa frase Brown vuole insinuare che l’Opus Dei ha un potere carismatico e certamente anche economico nel mondo, e che mira a esprimerlo anche nella sontuosità delle strutture che la ospitano.

Anche l’umiltà era una caratteristica di Escrivà[20], e la storia dell’Opus Dei e del suo fondatore parla di sacrifici immensi, di utilizzo da parte di Escrivà dei locali della propria abitazione, di un analogo comportamento dei primi membri dell’Opera, di successive strutture costruite grazie alla generosità delle donazioni di poveri e di ricchi. Un esempio di sacrificio che nel 1975 aveva fatto nascere nei cinque continenti 148 residenze universitarie dell’Opera[21].

La pagina delle “Informazioni storiche” si conclude con questa dichiarazione:

“Tutte le descrizioni di opere d’arte e architettoniche, di documenti e rituali segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà”.

Come sempre, Brown non fornisce fonti né una bibliografia di riferimento. Gioca sulla fiducia del lettore. Paradossalmente, l’edizione illustrata di cui mi servo mette ancora più in luce le forzature interpretative cui Brown sottopone testimonianze e immagini, come si vedrà nel corso di questo commento.


[1] Il Codice di diritto canonico afferma (cann. 294-295): “Al fine di promuovere un'adeguata distribuzione dei presbiteri o di attuare speciali opere pastorali o missionarie per le diverse regioni o per le diverse categorie sociali, la Sede Apostolica può erigere prelature personali formate da presbiteri e da diaconi del clero secolare, udite le conferenze dei Vescovi interessati. La prelatura personale è retta dagli statuti fatti dalla Sede Apostolica e ad essa viene preposto un Prelato come Ordinario proprio, il quale ha il diritto di erigere un seminario nazionale o internazionale, di incardinare gli alunni e di promuoverli agli ordini con il titolo del servizio della prelatura”.

[2] J. A. Ullate Fabo, Contro il Codice da Vinci: le mistificazioni di Dan Brown e la verità cattolica, Milano, 2005, pag. 29.

[3] Cfr. Storia del Cristianesimo. L’età contemporanea, cur. G. Filoramo, D. Menozzi, Roma-Bari 2001, pag. 7.

[4] Secondo il suo fondatore, l’Opus Dei non poteva essere inquadrata in una struttura associativa in quanto doveva rispecchiare tutte le sfaccettature delle realtà di cui era composta.

[5] A. Tornielli, Escrivà fondatore dell’opus Dei, Casale Monferrato (AL), 2002, pagg. 31-32, 38, 141.

[6] Ibidem, pagg. 103, 138, 176.

[7] Catechismo della Chiesa Cattolica. Compendio, Città del Vaticano, 2005, art. 56 (rif. artt. 307-308 e 323 del Catechismo della Chiesa Cattolica).

[8] Ibidem, artt. 72 e 77 (rif. artt. 374-379, 384, 405-409 e 418 del Catechismo della Chiesa Cattolica).

[9] Ibidem, art. 314 (rif. artt. 1503-1505 del Catechismo della Chiesa Cattolica).

[10] A. Tornielli, Escrivà…, cit., pag. 33. Escrivà è sempre vissuto praticando dure penitenze, ma anche piccole mortificazioni nei gesti più semplici e quotidiani: pagg. 75, 103, 142.

[11] Escrivà solo in occasioni importanti chiedeva ai membri dell’Opera che aveva vicino, per il miglior esito dell’intenzione, di offrire, oltre alla preghiera, una mortificazione, ma senza mai indicare l’entità o la natura di questa sofferenza. Cfr. ibidem, pagg. 49, 51, 156.

[12] Ibidem, pagg. 70, 94-95, 105.

[13] Ibidem, pagg. 29, 33. Anche quando il giovane Escrivà fu nominato “superiore” del seminario, il cui compito era per lo più il controllo della condotta dei seminaristi, come ispettore mitigava le proibizioni del regolamento, tollerando ad esempio che i più grandi fumassero o concedendo di colloquiare durante i pasti, o ancora facendo in modo che le letture in refettorio non fossero eccessivamente lunghe.

[14] Ibidem, pagg. 66, 87, 97-98, 129-131, 144-145, 148-151.

[15] J.A. Ullate Fabo, Contro il Codice..., cit., pagg. 27-29.

[16] Ibidem, pag. 30.

[17] Così anche secondo J.A. Ullate Fabo, Contro il Codice..., cit., pagg. 79-80.

[18] Storia del cristianesimo. L’antichità, cur. G. Filoramo, D. Menozzi, Roma-Bari, 1997, pag. 14.

[19] Il tema del Medioevo violento meriterebbe un lungo e delicato discorso di storia della mentalità, che quindi non riguarda solamente i membri della Chiesa, affrontato per esempio da C. Gauvard nel Dizionario dell’Occidente medievale, cur. J. Le Goff, J.C. Schmitt, vol. 2, Torino, 2004, pagg. 1204-1212 (voce violenza).

[20] A. Tornielli, Escrivà…, cit., pagg. 76, 163, 172, 184.

[21] Ibidem, pag. 118.




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