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Documento: Codice da Vinci: Vittima e carnefice di una sconfitta culturale - 1
Messo in linea il giorno Venerdì, 13 aprile 2007
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Saint Sulpice

Capitolo 22, pag. 114-116:

Incassata nel pavimento di granito grigio, una sottile striscia d’ottone luccicava in mezzo alla pietra, una linea dorata che tagliava il pavimento della chiesa. Sulla striscia erano tracciati segni regolari, come su una riga millimetrata. A Silas era stato detto che era uno gnomone, uno strumento astronomico pagano della famiglia delle meridiane. Turisti, scienziati, storici e pagani di tutto il mondo si recavano a Saint-Sulpice per vedere quella famosa linea.

Uno strumento astronomico pagano? Mi piacerebbe vedere un orologio cristiano, distinguerlo da uno musulmano, bere il tè quando rintocca le cinque riproducendo il suono del Big Ben una pendola anglicana. A parte la facile ironia, in una conversazione normale nessuno si porrebbe il problema che la religione di chi inventò la clessidra, o la ruota, o il telefono potesse condizionare l’invenzione stessa. Altrimenti molti di noi avrebbero grandi remore a guidare l’auto. Ma magari, presi dalla lettura, a questo non si pensa.Lo gnomone di Saint Sulpice

Per fare un esempio qualsiasi, comunque, alla Certosa di Firenze, costruita nel XIII secolo e dove oggi vivono alcuni monaci cistercensi, c’è uno gnomone con incisi i mesi e i segni zodiacali.

Interessante è poi notare le categorie dei visitatori della chiesa: Brown può distinguere i turisti dagli studiosi forse perché i secondi non portano i bermuda e un cappello di paglia con scritto “Venezia”… ma i pagani?

Brown continua (p. 116):

Molto prima che fosse fissato Greenwich come meridiano zero, la longitudine zero del mondo passava per Parigi e la chiesa di Saint-Sulpice. La linea di ottone che attraversa la chiesa era un tributo al primo meridiano zero, e anche se Greenwich ha tolto a Parigi l'onore nel 1888, l'originale Linea della Rosa è ancora visibile oggi”.

Anche se fosse vero (ma lo era solo per i Francesi, dato che ogni Paese aveva il proprio meridiano zero dall’epoca delle grandi scoperte geografiche fino al 1884, quando iniziarono le riunioni per stabilire un meridiano zero universalmente valido)[1], cosa comporterebbe il passaggio del meridiano zero a Parigi? Niente, se non un altro po’ di atmosfera occulta al romanzo.

Ma il fatto è che questo non è neppur vero. L’idea che la linea della meridiana di Saint Sulpice avesse qualche importanza è del solito Pierre Plantard, l’inventore del Priorato di Sion, che nel 1978 nell’introduzione ad una ristampa de La vraie langue celtique di Henri Boudet (1886) cercò di dimostrare l’esistenza di una immaginaria “linea della rosa” che attraverserebbe Saint Sulpice e la congiungerebbe colla cittadina di Rennes-les-Bains, sede di presunti tesori celtici. Naturalmente, basta prendere una carta geografica per vedere come il tutto non funzioni...

Il vero meridiano zero (o meridiano di Parigi) sta a cento metri ad est della chiesa, e passa per l’Observatoire de Paris, lì stabilito fin dal 1718. La linea di ottone che attraversa la chiesa e termina nell’obelisco (terminato nel 1744 dal Lemonnier) non è l’indicazione del passaggio di un meridiano, ma è semplicemente la necessaria parte dello strumento astronomico, con lo scopo di misurare il tempo e osservare il moto del sole: ce ne sono di simili in grandi chiese di tutta Europa, in Italia anche a Firenze, Bologna, Roma. A Bologna, nella Basilica di San Petronio, c’è la linea meridiana più lunga del mondo (67 metri)[2].

È troppo pretendere che uno scrittore apprezzi la differenza tra meridiano e meridiana?


[1] La storia dei meridiani zero è riportata in J.A. Ullate Fabo, Contro il Codice..., cit., pagg. 42-44. Brown tra l’altro parla del 1888 anziché del 1884, ma questo non può essere, essendo la riunione stata indetta a Washington dal Presidente degli Stati Uniti Chester Alan Arthur (1830-1886), in carica dal 1881 al 1885. Cfr. Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse, vol. I (1971), pag. 707.

[2] Cfr. la trattazione di A. Lorenzoni, Una linea della rosa... fantasma, in M. Tomatis, Dietro il Codice da Vinci, op.cit., pagg. 108-119.

 







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