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Documento: Codice da Vinci: vittima e carnefice di una sconfitta culturale - 2
Messo in linea il giorno Venerdì, 13 aprile 2007
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Altre imprecisioni e invenzioni

La piramide a 666 lastre (cap. 4, pag. 33):

dai documenti ufficiali risulta che la piramide del Luovre sia composta da 673 lastre[1].

La sequenza di Fibonacci (cap. 20, pag. 102):

La sequenza di Fibonacci è una serie di numeri naturali in cui ognuno di essi, a partire dal terzo, è il risultato della somma dei due precedenti[2]. È infinita, e di essa si può prendere una quantità a piacere di cifre, partendo da un numero qualsiasi[3]. Leonardo Pisano detto Fibonacci, un matematico che visse a cavallo tra XII e XIII secolo, la mise a punto nel 1202 per risolvere il problema di quante coppie di conigli potevano essere prodotte da una sola coppia in un anno. La sequenza soddisfa a così tante proprietà[4] da essere studiata ancora oggi dal periodico scientifico The Fibonacci Quarterly, a cura del Dipartimento di Matematica dell’Università Statale del Missouri Centrale. È anche vero però che molti degli “avvistamenti” della serie di Fibonacci sono un po' forzati, come rivelano Gael Mariani e Martin Scott dell'Università di Warwick (Gran Bretagna) in un articolo apparso sul n. 251 del New Scientist (settembre 2005). Se poi i numeri rivelino l’armonia della natura, del creato, o una pura coincidenza, questo va lasciato decidere alla coscienza di ciascuno (cfr. pag. 105 del romanzo e la volontà sottesa a tutto il libro di fare di grandi personaggi dell’arte e della cultura di ogni epoca e nazione dei pagani di ritorno, adoratori della Madre Terra).

La caccia alle streghe (cap. 28, pag. 134-135):

sono stati pubblicati due anni fa dalla Biblioteca Apostolica Vaticana gli atti di un convegno internazionale sull’Inquisizione, tenutosi a Roma qualche anno prima: L’Inquisizione. Atti del Simposio Internazionale (Città del Vaticano, 29-31 ottobre 1998), cur. A. Borromeo, Città del Vaticano, 2004. Nella presentazione del volume Agostino Borromeo, docente di storia all’università La Sapienza di Roma, illustra i risultati di questo lavoro, operato dai massimi studiosi dell’argomento sulla base di documenti, e riporta i numeri della caccia alle streghe: l’Inquisizione spagnola ha condannato a morte 59 streghe, quella portoghese 4, quella romana 36, per un totale di un centinaio di casi; per avere un’idea dell’entità delle esecuzioni dell’Inquisizione, si pensi che le condanne a morte (al rogo) decretate dai tribunali civili erano state 50.000 su 100.000 processi celebrati nell’età moderna. La cifra di 5.000.000 inventata da Brown è assurda.

La croce greca e la croce latina (cap. 33, pag. 154 e cap. 40, pag. 176):

la croce è un simbolo così semplice e significativo che è stato adottato da molte popolazioni anche prima della nascita di Cristo.Croce greca Alle origini della religione cristiana si raffiguravano diversi tipi di croce: quella egizia, fatta a “T” e detta anche “di sant’Antonio”; quella ansata, che porta un occhiello appoggiato sulla “T” ed era usata nell’arte copta; quella gammata o uncinata (la svastica della più antica arte scandinava e indoeuropea), che si trova raffigurata ad esempio nelle catacombe di san Senbastiano e di Domitilla a Roma; e quella monogrammatica diffusa da Costantino, che si può osservare spesso sui sarcofagi. Assieme a questi tipi c’era naturalmente la croce capitata, cioè quella a noi più nota, a quattro braccia, che si chiamò greca o latina a seconda del punto in cui i bracci andavano a tagliare l’asta; questa tipologia di croce trionfò nell’iconografia cristiana occidentale e orientale dalla fine del IV secolo, e veniva indistintamente usata nelle due varianti in entrambe le parti dell’Impero[5].

Il supplizio della croce, invece, è una delle pratiche di tortura più antiche, ed era in uso presso gli Sciiti, i Greci, i Fenici, i Romani, i Persiani, i Cartaginesi[6].

Santo Graal e Sang Real (capitolo 58, pagg. 254-255):

a parte il fatto che graal è una parola che appartiene alla lingua d’oil (nominativo: graaus) e che deriva dal latino gradalis (che in epoca postclassica designa un piatto, una scodella) [7], lo sviluppo linguistico di sang real in santo graal è incoerente, senza contare che Brown non specifica di che lingua stia parlando. Ma visto che la parola graal è “francese”, presupponiamo uno sviluppo dal latino (?) a questa lingua: non solo la trasformazione delle parole non convince (real sembra più spagnolo, o al massimo italiano, ma non certo lingua d’oil, che dovrebbe suonare più simile al francese royal); ma anche il passaggio da “sangue” a “santo” non ha spiegazione logica plausibile, se non quella (molto debole) dell’identità del fonema iniziale. Il graal non è comunque mai stato definito “santo” né da Chretien de Troyes, né da Wolfram von Eschenbach, né da Roberto de Boron, i primi autori medievali che ne parlarono; l’accostamento dei due termini Santo e Graal è quindi troppo recente, perché si possa immaginare qualunque tipo di tradizione antica.

Amon-l’Isa e Monna Lisa (cap. 26, pag. 131):

la Gioconda, o Monna Lisa, è un ritratto lasciato anonimo da Leonardo. Giorgio Vasari, il “biografo degli artisti”, trent’anni dopo la morte di Leonardo riconoscerà nella donna del dipinto la moglie di Francesco del Giocondo, Madonna (da cui, per contrazione, Monna) Lisa. Inutile tirare in ballo divinità egizie.

I rotoli di Nag Hammadi e del Mar Morto, definiti i più antichi documenti cristiani (cap. 58, p. 250):

a parte i dettagli (come il fatto che a Nag Hammadi sono stati ritrovati codici, e quindi manoscritti rilegati come i nostri libri, e non rotoli; oppure che le grotte del mar Morto sono più di 10, e non una), la cosa importante da sottolineare è che pare ormai certo che questi testi non appartengano a una comunità cristiana. E anche se l’interpretazione cristiana dei frustoli della grotta n° 7 non si fondasse su una errata lettura del frammento principale, si tratterebbe comunque di testi cristiani canonici (Vangelo di Marco e lettere di Paolo)[8], e non di “verità tenute nascoste” che purtroppo non concordano molto con i vangeli della Bibbia.

Yahweh e Geova (cap. 74, pagg. 309-310):

Il tetragramma ebraico YHWH - il nome sacro di Dio - derivava da Yahweh ovvero Geova, androgina unione fisica tra il maschile "Jah" e il nome preebraico di Eva, "Hawah" o "Havah". Che l’ebraico non abbia le vocali è cosa nota a tutti. Di conseguenza, YHWH non può derivare da Yahweh: Yahweh è semplicemente YHWH scritto con le vocali che gli competono. Il nome “Geova” invece è un fraintendimento dei cristiani nato nel Medioevo, quando si lesse in questo modo (scorretto) la notazione vocalica ebraica che accompagnava il nome sacro. Le vocali poste accanto al tetragramma erano in realtà quelle delle parole “alternative” che si dovevano pronunciare al posto del tetragramma stesso, in quanto per gli Ebrei nominare il nome sacro, di Dio, è proibito. JAH (o YAH.... ma se prima la lettera yod Brown la trascrive Y, perché subito dopo la trascrive J? Forse perché non sa l’ebraico?) è semplicemente l’abbreviazione di Yahweh (cfr. Esodo 15,2; Salmi 68,18 etc.). Hawah non è il nome preebraico di Eva (?)... è semplicemente il suo nome. Che vuol dire “donna”. Come “Adamo” vuol dire “uomo”. E, per questo, basta un dizionario di ebraico.


[1] Cfr. A. Tornielli, Processo…, cit., pag. 52.

[2] La sequenza è definibile assegnando i valori dei due primi termini, F0 = 0 e F1 = 1, e chiedendo che per ogni successivo sia Fn = Fn-1 + Fn-2. Il termine F0 viene aggiunto nel caso si voglia fare iniziare la successione con 0; storicamente il primo termine della successione è F1 = 1.

[3] Una successione di Fibonacci può anche non cominciare necessariamente con due 1. Questa successione è detta di Fibonacci generica.

[4] Discendenti dalla relazione di definizione Fn+1= Fn + Fn-1. Una di queste è anche la relazione tra i numeri della sequenza e la sezione aurea. Queste e altre informazioni nel Dizionario di Matematica, cur. M. Sce, Milano 1989, pag. 140.

[5] La croce, con o senza Crocifisso, è un simbolo, e in quanto tale racchiude in sé il succo della fede cristiana, ossia l’intera idea della vita di Gesù, della sua passione, morte e resurrezione. E questa dovrebbe essere una delle prime conoscenze di un professore di simbologia di Harvard. Sembra un altro indizio della scarsa (o piuttosto inesistente) considerazione di Brown per i cattolici, che guarderebbero alle croci come a dei feticci.

[6] G. Riley Scott, Storia della tortura, Milano 20024, pag. 175.

[7] F. Cardini, Il santo Graal, Firenze, 2006 (nuova edizione aggiornata), pag. 25.

[8] E. Lupieri, Sangue in Chiesa…, cit. Sulla questione dei Vangeli a Qumran, si veda la trattazione del sito.




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