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Documento: Dall'antica letteratura cristiana alle letterature moderne
Messo in linea il giorno Domenica, 02 settembre 2007
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Dall'antica letteratura cristiana alle forme espressive delle letterature moderne

Già pubblicato in M. Simonetti- E. Prinzivalli, Letteratura cristiana antica. Profilo storico, antologia di testi e due saggi inediti in appendice, Piemme, Casale Monferrato 2003, 412-431.

Un tema come questo proposto va affrontato con serietà scientifica e con semplicità umana. Con serietà scientifica, perché la pretesa ermeneutica che sottende è ardita e addirittura temeraria, e ne va quindi data ragione, con semplicità umana perché, comunque, una volta chiarita l'impostazione di fondo, l'esemplificazione deve per forza di cose essere selettiva e propone percorsi in ultima analisi soggettivi che finiscono per rivelare qualcosa di chi parla nella speranza che si possa creare una sympatheia con il pubblico.

Inoltre, di fronte a un tema che si presenta come un mare magnum, bisogna intenderci subito sulla delimitazione dell'oggetto. Ciò implica una preliminare opera di definizione dei termini usati, con alcune necessarie petizioni di principio. Quando parliamo di letteratura cristiana antica, come abbiamo visto in precedenza, noi accettiamo la definizione più comprensiva del termine "letteratura". Ci accordiamo in questo con le attuali tendenze della critica che, negli esiti più estremi, arrivano a negare la possibilità stessa di una definizione.[1]

Ma gli ascoltatori comprendono facilmente che, trattandosi qui di operare una comparazione, un simile allargamento dell'oggetto per quanto riguarda le letterature moderne sarebbe come "barare" al gioco perché renderebbe le cose troppo facili per l'oratore: a quel punto infatti, qualsiasi libro di pietà cristiana o trattato di teologia o omelia scritta (per dire un genere letterario squisitamente cristiano) rientrerebbe nel discorso e non ci sarebbe bisogno di mostrare e dimostrare l'assunto. Di conseguenza farò riferimento all'accezione tradizionale e restrittiva del termine letteratura, intendendo con tale termine forme scritte e codificate in modo più o meno rigoroso secondo una funzione estetica oltre che comunicativa.

Per letterature "moderne", poi, intendo quello che abitualmente si intende: le letterature post-medievali, a partire dall'Umanesimo, quando si spezza il sistema culturale medievale, caratterizzato dall'egemonia del codice religioso il quale struttura, secondo il suo modello, gli altri codici[2] Nelle letterature medievali sarebbe troppo ovvio ritrovare la tradizione cristiana dentro le loro manifestazioni specifiche: infatti il medioevo rielabora in forme volgari tutto il portato delle tradizioni cristiane. Tanto per esemplificare: il teatro volgare nasce in chiesa, come dialogo di due, alla base ci sono le rappresentazioni della passione di Cristo. Dietro la Comedìa dantesca ci sono secoli di letteratura di visioni dell'aldilà, a partire dalle Apocalissi di Pietro e di Paolo, appartenenti ai primi secoli cristiani. Il celeberrimo Roman de la Rose, una delle opere più note nel medioevo,[3] ha alle spalle la tradizione della poesia allegorica di lontana ascendenza prudenziana, di cui costituisce un rovesciamento, certo, ma a partire da identici presupposti espressivi.

Ritratto di Dante Alighieri, la città di Firenze e l'allegoria della Divina Commedia (1465)

Dominico di Michelino, Ritratto di Dante Alighieri, la città di Firenze e l'allegoria della divina commedia
(1465) Tempera su tela, Firenze, chiesa di S. Maria del Fiore

Tuttavia, prima di abbandonare il medioevo, corre l'obbligo di prendere in esame la valutazione dell'eredità cristiana nel medioevo compiuta da uno degli antesignani del comparativismo: Ernst Robert Curtius, perché questa breve analisi ci porterà nel cuore del nostro discorso. La Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter di Curtius fu pubblicata a Berna per la prima volta nel 1948 e solo assai tardivamente tradotta in italiano (Letteratura europea e medioevo latino), dopo circa 40 anni dalla prima edizione. Di fronte alla crisi dell'Europa e dei suoi valori, a metà del '900 Curtius intendeva riflettere sui fondamenti della cultura europeo-occidentale, sull' "unità vitale dell'Occidente mediterraneo e nordico", per usare una sua espressione: un viaggio alla ricerca della Tradizione, che approda, attraverso lo studio della formazione scolastica antica e medievale, alla riscoperta del "valore basilare" della retorica come scienza del linguaggio e della letteratura,[4] all'identificazione dei topoi come "temi intellettuali" o argomenti, passibili di infiniti sviluppi e variazioni. Il ruolo della Chiesa in tutto ciò è messo fortemente in luce: la stessa definizione di Medioevo latino, introdotta da Curtius, intende sottolineare che il medioevo si sente figlio di Roma, nel suo universalismo che, quando il cristianesimo divenne religione di stato, fu assunto e riformulato nonché potenziato dalla Chiesa.[5]

Eppure, quando si va a esaminare la trattazione fatta da Curtius dei singoli topoi[6] individuati vediamo come egli batta soprattutto sul tasto della continuità classica: la Bibbia non è certo dimenticata, ma entra nel discorso di Curtius a indicare integrazioni e sostituzioni: per esempio, nei panegirici dei sovrani, a illustrazione dei quattro privilegi naturali (nobiltà, forza, bellezza, ricchezza) le figure bibliche si inseriscono al posto degli exempla antichi;[7] l'invocazione di exordium alle Muse viene sostituita con quella a Cristo,[8] l'invocazione alla natura cede il posto a quella dei vari elementi in quanto creature di Dio.[9]

La dinamica di innovazione portata dalla Bibbia viene da Curtius obliterata, come riconosce l'altro grande tedesco, filologo romanzo al pari di Curtius, e comparatista, Erich Auerbach: lo scarso peso, in senso relativo, attribuito alla Bibbia, insieme con la sottovalutazione dell'allegoria, riconosciuta invece da Auerbach[10] come strumento fondativo della tradizione occidentale, sono le due lacune del fondamentale libro di Curtius.

L'identificazione delle due lacune da parte di Auerbach ci immette finalmente nel nostro discorso. Innanzitutto Auerbach[11] amplia l'oggetto della ricerca: dall'Europa di Curtius siamo ormai alla categoria dell'Occidente, inteso in senso culturale, e comprendente pertanto le letteratura extraeuropee. La sua prospettiva sintetica consiste nell'indagare il realismo, cioè il mutamento di prospettiva sulla realtà verificatosi nella tradizione occidentale da Omero a Virginia Woolf[12] donde il titolo della sua grande summa Mimesis. Dargestellte Wirklichkeit in den abendländischen Literatur, uscita a Berna nel 1949 e tradotta nel 1956 in italiano con il titolo: Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale.

Erich Auerbach

In Auerbach constatiamo la presenza di alcune intuizioni a cui voglio riallacciarmi. Alcuni di voi l'hanno letto, perché è tuttora suggerito con profitto dagli insegnanti di liceo: ricordate l'inizio? Si parte da un confronto fra la narrazione omerica e quella biblica, entrambe epiche, in particolare fra l'episodio del riconoscimento di Ulisse, travestito da mendicante, da parte della vecchia nutrice e dell'ordine di Dio a Abramo di sacrificargli l'unico figlio Isacco. Auerbach esamina, in una prosa avvincente, il tradursi stilistico della assoluta pretesa di verità della narrazione biblica, l'oscillazione del pendolo del destino degli eroi biblici, molto più ampia che negli eroi omerici: non solo nel senso di una evoluzione interiore dovuta all'arricchimento di esperienze (Giacobbe vecchio che crede di aver perso l'amato figlio sbranato da una belva non è più il giovane che strappa con l'inganno la primogenitura al fratello) ma nel senso di una drammatica caduta verticale dalla gioia alla massima umiliazione perché risalti la potenza della mano di Dio:

ma la loro grandezza risorta dall'umiliazione- di Adamo, di Giacobbe, di Giuseppe - è prossima a divenire un'immagine della grandezza divina.[13]

Con il capitolo successivo Auerbach mette a confronto due testi di Petronio e di Tacito per esaminare i caratteri e i limiti della rappresentazione realistica nella letteratura classica: Petronio approda al comico nella rappresentazione del commensale di Trimalcione, Tacito (Annali I,16) al giudizio moralistico sulle rivendicazioni salariali del soldato Percennio. Auerbach così conclude:

 Nella letteratura moderna ogni personaggio, qualunque sia il suo carattere  o la sua posizione sociale, ogni avvenimento, sia favoloso sia di alta politica, sia strettamente casalingo, può venire dall'arte imitativa trattato seriamente problematicamente e tragicamente. Ma questa è cosa del tutto impossibile per l'antichità [14]

(Auerbach individua due cause per tale impossibiltà nel mondo antico: la separazione degli stili e la mancata considerazione delle classi umili come oggetto di rappresentazione alta).

Ulisse riconosciuto dalla nutrice Euriclea. Particolare di scifo attico, V sec. a.C., Chiusi, Museo Archeologico.

Ulisse riconosciuto dalla nutrice Euriclea
Particolare di scifo attico, V sec. a.C., Chiusi, Museo Archeologico.

Auerbach pone quindi a confronto con Petronio e Tacito non un testo moderno, sottolinea lui stesso, ma un episodio praticamente coevo, proveniente dalla antica letteratura giudaico-cristiana: Pietro che rinnega Gesù dopo l'arresto, mentre si trova coi servi accanto al fuoco nella corte del palazzo del gran sacerdote. Tutti i protagonisti, sottolinea sempre Auerbach, sono appartenenti alle classi sociali più umili: la scena è estremamente realistica e il risultato è quanto di più tragico e problematico ci sia. C'è piena mescolanza degli stili, nessuna separazione e nessuna intenzione artistica. Non è un effetto voluto - sono sempre le espressioni di Auerbach: "fin dalle origini ha il suo fondamento nel carattere degli scritti giudaico-cristiani." Subito dopo ne individua la causa nella figura stessa di Gesù, un uomo che i vangeli descrivono come di basso rango ma di elezione divina, la cui catastrofe umana è totale, un "eroe di tanta debolezza che dalla debolezza trae la forza maggiore". E quello che viene rappresentato nelle scene di polizia del suo arresto e della sua condanna è qualcosa che non era mai stato rappresentato né dalla poesia né dalla storiografia antica: "la nascita di un movimento spirituale nelle profondità della vita spirituale del popolo"[15]

Anthony Van Dick - Gesù Cristo arrestato

Anthony Van Dick - Gesù Cristo arrestato

La tradizione estetica del mondo antico è completamente spezzata, annuncia in pratica Auerbach: non solo, ma l'interpretazione simbolica (e qui viene a toccare l'altro punto che, come abbiamo visto, considerava trascurato da Curtius) cui la Sacra Scrittura viene sottoposta dai cristiani per potervi leggere i fatti di Cristo e dei cristiani dietro i fatti e i personaggi della storia giudaica fa sì che il significato di ogni storia si dilati enormemente e tocchi il vissuto di ogni cristiano: comincia quella lotta, così di esprime Auerbach, fra fenomeno sensibile e significazione che riempie la visione della realtà del cristianesimo.

Mi sembra che Auerbach abbia toccato il punto che ci interessa: cioè la frattura, la discontinuità segnata dall'insorgere della letteratura cristiana, al di là di ogni sua futura e possibile assimilazione dei modi retorici e dei generi letterari del mondo classico, quindi di ogni possibile segnalazione di continuità. Una frattura avvenuta in virtù di un radicale mutamento di visione del mondo. E Auerbach addita anche, implicitamente, il carattere assolutamente permanente di questo fattore, che è, nella sua ottica, alla base del realismo della letteratura occidentale.

A questo punto, riprendendo il discorso sulle letterature moderne, è proprio quando il sistema culturale medievale entra in crisi che diventa fondamentale, per la stessa comprensione dei percorsi del mondo occidentale, costatare l'irreversibilità, direi, antropologica di ciò che la letteratura cristiana ha posto come novità assoluta e scandalosa rispetto alla coeva cultura greco-romana, e che la letteratura medievale ha rielaborato in forme trasmesse sino a noi. Come potremmo sintetizzare tale scandalosa novità? La identifichiamo con un'idea nuova di Dio, personale e fatto uomo, assumendo l'inaudito abbassamento e l'estrema debolezza e finitudine della condizione umana e, strettamente correlata alla prima, un'idea nuova di uomo, fatto a immagine di Dio, come recita Gen 1,26-27, con tutta la misteriosa indeterminatezza di tale definizione, sulla cui decifrazione si affaticò il giudeo-ellenismo (cfr. il libro della Sapienza, che ne dà un'interpretazione a Sap 2,23) e poi la patristica, che vi aggiunse la determinante specificazione cristologica: l'uomo è a immagine dell'immagine di Dio, cioè Cristo. Ne consegue un'inaudita pretesa di innalzamento dell'uomo: due dinamismi opposti, quello di Dio e quello dell'uomo, che marcano una concezione della realtà in continuo movimento e trasformazione, tanto che si può parlare del paradigma del rovesciamento come quello più naturale e immediato per la mentalità cristiana.

Se Dio si è fatto uomo, se la storia di un uomo non ricco né potente vissuto in una terra gravata da occupazione straniera, quale la Palestina dell'epoca romana, è la stessa storia di Dio, allora la storia di qualunque uomo assume spessore e intensità di significato. Se l'occhio del cristiano si allena a leggere nella storia degli ebrei la futura storia dei cristiani, se si allena a trovare il simbolo nella storia, allora lo sguardo si amplia all'infinito e il simbolo diventa una modalità di comprensione del mondo e degli eventi.

Nel titolo ho usato nel titolo il termine "forme espressive". Intendo con ciò sia le forme del discorso (generi letterari e modelli narrativi) sia le forme del contenuto (paradigmi tematici). Ovviamente le due forme sono collegate. Prendiamo l'autobiografia che, insieme al romanzo, sono le due forme del discorso, che, con l'allegoresi, mi limiterò in questa sede a prendere in esame come massimamente rappresentative della permanente eredità della letteratura cristiana nelle letterature moderne: ebbene entrambe, autobiografia e romanzo, hanno il loro fondamento nella scoperta dell'individualità, che identifico come una delle forme del contenuto derivanti dalla antica letteratura cristiana. Individualità dell'eroe che è protagonista di narrazione, cioè di azione, nel romanzo, e soggetto di introspezione nell'autobiografia. Per dirla con Claudio Guillén, un caposcuola dell'attuale comparatismo,

da una parte dichiariamo che il lato tematico e quello formale sono inseparabili. Dall'altro li separiamo, di fatto, per avere la possibilità di formulare degli enunciati, siano essi relativi all'uno oppure all'altro.[16]

A fini didattici, dunque, cerchiamo, con una certa arbitraria astrazione, di tenere separati la trattazione delle forme del discorso dalle forme del contenuto e cominciamo dalle prime, le forme del discorso.

Dell'allegoresi abbiamo in parte già parlato, ma ci ritorneremo ancora: troppo fondamentale e pervasiva la sua funzione nelle letterature moderne, per pretendere di esaurirne la trattazione in poco spazio.

Invece, abbastanza circoscritto e preciso è il discorso riguardante i generi letterari del romanzo e dell'autobiografia.

Il romanzo, come ben sapete, è il genere che è massimamente rappresentativo della modernità, anzi quasi si identifica con la modernità stessa. Non viene abitualmente messa in rilievo, ma è convinzione largamente accettata negli studi che, se lo si fa discendere, per la matrice realistica, da Daniel Defoe, in quanto il Robinson Crusoe è basato sull'illusione di verisimiglianza (cosa che non si può dire del Don Chisciotte, a cui altri vogliono riallacciare l'avvio del genere) c'è una documentata relazione fra tale romanzo e il diario spirituale, proveniente dalle tradizioni protestanti cui Defoe attingeva.[17] In più, c'è altro nel bagaglio di Defoe: le captivities e le providences. Si trattava di un genere popolare in cui la base fattuale si univa a una forte carica religioso-didattica: erano relazioni di prigionie causate dai pirati e di successive liberazioni oppure di fatti provvidenziali in occasione di dispute teologiche. Il dettaglio drammatico o pittoresco è in funzione dell'enfatizzazione dell'intervento divino. Defoe nella prefazione non rivendica la novità della sua opera, anzi la maschera dietro i codici di lettura correnti: una storia vera e la relativa edificazione spirituale. Ma, a differenza delle relazioni di viaggi, i fatti non sono presentati come fini a se stessi, bensì in funzione della situazione narrativa: la descrizione è al servizio della narrazione e non viceversa, in questo caso consistente nella ri-creazione da parte del naufrago Crusoe del suo mondo materiale e morale nella natura vergine. La prefazione rende chiaro che Defoe non assegna all'invenzione un'autonomia fine a se stessa: la finzione può essere accettata solo se giustificata e legittimata dal  fine morale e religioso.

The Life and Strange Surprizing Adventures of Robinson Crusoe - Vol 1, 1st edition (London: W. Taylor, 1719).

The Life and Strange Surprizing Adventures of Robinson Crusoe
Vol 1, 1st edition (London: W. Taylor, 1719).

L'autobiografia moderna[18] nasce nel XVIII secolo.[19] L'inventore del genere viene identificato con Jean-Jacques Rousseau il quale inizia le sue Confessions (1765-1770) dicendo:

 Mi inoltro in un’impresa senza precedenti, l'esecuzione della quale non troverà imitatori.[20]

 Il genere autobiografico si può definire come la narrazione della propria vita, cioè della vita dell'autore che quindi coincide con il personaggio principale, come esplicitamente viene attestato dall'autore stesso con il cosiddetto "patto autobiografico" (secondo la definizione del critico francese Philippe Lejeune). Presupposti ideologici dell'autobiografia sono il concetto di personalità (l'oggetto di un racconto autobiografico non è la vita intesa come successione temporale di eventi, per motivi evidenti, quali il fatto che il percorso esistenziale non è concluso, ma l'evoluzione della personalità, il riflesso interiore degli eventi) e la convinzione che l'esistenza sia connessa a una qualche direzione e unità ricostruibile con la riflessione.

Confessions di J.J. Rousseau

L'individuazione di questi presupposti ideologici fa dell'autobiografia un genere squisitamente occidentale. Abbiamo visto come Rousseau rivendichi l'originalità della sua iniziativa, eppure già nel titolo egli rende esplicito il richiamo a Sant'Agostino. Se si riallaccia all'antico padre della chiesa è per marcare la differenza dai memorialisti contemporanei, alludendo al proprium della sua opera: lo scavo interiore, la valutazione soggettiva delle rilevanze evenemenziali, il porsi a nudo senza riguardo al giudizio altrui. La distanza fondamentale fra Rousseau e Agostino riguarda l'interlocutore e il fine. L'interlocutore di Agostino è Dio, in quanto il fine agostiniano è l'itinerario a Lui, mentre Rousseau si rivolge al pubblico dei suoi lettori proponendo la conoscenza di sé stesso, individuo particolare e imperfetto, quale fine dell'opera. Eppure Dio non è estraneo alla pagina di Rousseau che  a un certo punto afferma:

Con questo libro fra le mani mi presenterò al giudice supremo ;[21]

 ancora una volta la matrice d'ispirazione agostiniana si fa particolarmente presente, nel recupero del referente ultimo, Dio giudice, della testimonianza autobiografica.

Una significativa riprova della matrice cristiana dell'autobiografia, o meglio della percezione del legame fra genere autobiografico e cristianesimo, si coglie nelle polemiche sollevate dall'ala della cultura asiaticoamericana caratterizzata da un forte nazionalismo culturale contro The Woman Warrior di Maxine Hong Kingston (1976), un testo che, con il suo successo straordinario, impose per la prima volta la letteratura asiaticoamericana all'attenzione del grande pubblico e della critica. Lo scrittore e drammaturgo Frank Chin accusa la Kingston di aver introiettato gli stereotipi razzisti della supremazia bianca e di essersi assimilata, a partire dall'uso dell'autobiografia, genere confessionale e cristiano per origine e presupposti ideologici.[22]


[1] Cfr. F.Fortini, Letteratura in Enciclopedia Einaudi, Torino 1974.

[2] La descrizione di un sistema culturale (Ju. Lotman 1973) deve comprendere la descrizione dei suoi codici culturali (religioso, sociale, economico, scientifico, figurativo ecc. e l'individuazione del ruolo egemonico e subordinato che hanno nel periodo storico in esame.

[3] Siamo nell'ultimo trentennio del XIII secolo, Nella prima parte l'innamorato non riesce a cogliere la rosa nel giardino d'Amore, recintato da una serie di statue rappresentanti disvalori cortesi- odio, villania, cupidigia, mentre assiste alle danze dei valori cortesi. Nella seconda parte di diverso autore, c'è un recupero pagano nella guerra che Amore e Venere dichiarano alla verginità: siamo al controaltare di valori tradizionalmente identificati come i più alti del cristianesimo.

[4] R.Antonelli, Filologia e modernità, saggio introduttivo a E.R.Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, a cura di R.Antonelli, Scandicci (Fi) 1995, p. xxv.

[5] Cfr. Curtius, p. 36.

[6] Curtius scopre l'intima struttura della letteratura europea scomponendola nelle sue forme letterarie: generi, forme metriche e strofiche, motivi, retorica o topoi ecc.: cfr. Franca Sinopoli, in Letteratura comparata, a cura di A.Gnisci, Milano 2002, p. 8

[7] Curtius, p. 203.

[8] Curtius, p. 262.

[9] Curtius, p. 108.

[10] Cfr. E. Auerbach, Da Montaigne a Proust, tr. it., Milano 1973, pp. 233-253.

[11] Appartenente alla corrente del metodo stilistico, successore di Leo Spitzer nel 1929 a Marburg.

[12] Cfr. F. Sinopoli, in Letteratura comparata, p. 9.

[13] Auerbach, Mimesis, p. 22.

[14] Auerbach, Mimesis, p. 38.

[15] Auerbach, Mimesis, p. 50

[16] C. Guillén, L'uno e il molteplice. Introduzione alla letteratura comparata, Bologna 1992 (ed. orig. Madrid 1985), p. 199.

[17] J. Paul Hunter, The Reluctant Pilgrim 1966.

[18] Diverso il caso del Libro de su vida di S. Teresa d'Avila, scritto per ordine del confessore e pubblicata nel 1587, uno dei capolavori della mistica cristiana.

[19] Cfr. Francis R. Hart, Notes for an Anatomy of Modern Autobiography, in New Literary History, 1970, vol.1, p. 486 e Philippe Lejeune, Le pacte autobiographique, Paris, Editions du Seuil, 1975, p. 13.

[20] “Je forme une entreprise qui n’eut jamais d’exemple, et dont l’exécution n’aura point d’imitateur” ; Oeuvres Complètes de Jean-Jacques Rousseau, Bernard Gagnebin et Marcel Raymond, ed., Paris, Bibliothèque de la Pléiade, Editions Gallimard, 1959, vol. 1, p. 5 (d’ora in poi citato come OCJJR seguito dal numero di pagina).

[21]Je viendrai ce livre à la main me présenter devant le souverain juge”; OCJJR, p. 5

[22] D. Izzo, Letteratura e/o testimonianza: Bone e il canone asiatico americano, in Nuova corrente XLVII (2000), pp. 329-362, spec. 334-5.




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