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Documento: L'Antico Testamento sullo sfondo del Nuovo
Messo in linea il giorno Domenica, 02 settembre 2007
Pagina: 3/5
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1. Il sintagma "antico testamento".

Andrej Rublev (XV sec.) - San Paolo ApostoloIl sintagma "antico testamento", com'è ben noto, è coniato dall'apostolo Paolo con l'espressione greca παλαιά διαθήκη (cf. 2Cor 3,14), che propriamente significa "antica disposizione". Esso, poi, per lungo tempo e cioè fino alla fine del II secolo, se si eccettua l'espressione "il primo testamento" nella Lettera agli Ebrei (Ebr 9,15; cf. 8,13; 9,1.13), non apparirà neanche più nel linguaggio cristiano[1]. Con questo originale costrutto l'Apostolo intende evidentemente esprimere in termini espliciti una vera differenza con quello che contestualmente egli riconosce in esatta corrispondenza come "nuovo testamento" o "nuova alleanza", καιvή διαθήκη (3,6). Certo però non vuole parlare di una abrogazione, la quale semmai nel contesto è detta a proposito de "il velo" che ancora permane sul cuore dei Giudei alla lettura appunto dell'antica diathéke, visto che esso viene tolto solo con la fede in Cristo[2].

Quanto, invece, al sintagma "nuovo testamento", esso è in qualche modo già tradizionale. Infatti lo si trova da tempo nella letteratura d'Israele, poiché già il profeta Geremia lo impiega per primo, sia pure con una valenza escatologica (cf. Ger 31,31 TM [berit hadaša]; 38,31 LXX [διαθήκη καιvή]); inoltre, anche la comunità di Qumrân se ne serve in altro senso per designare semplicemente se stessa (cf. CD 6,19; 8,21; 19,33s; 20,12; probabilmente anche 1QpAb 2,3)[3]. Tuttavia nei testi giudaici il costrutto non è mai posto in opposizione ad alcun testamento dichiarato "antico"[4]. Ma tradizionale l'espressione è pure già all'interno del cristianesimo prepaolino, poiché, almeno in qualche ambito ecclesiale (antiocheno?), era impiegata in contesto eucaristico nelle parole sul calice (cf. 1Cor 11,25/Lc 22,20). L'autore della Lettera agli Ebrei la impiegherà anche nella formulazione di un giudizio cristologico compendioso dato su Gesù come sacerdote e vittima di nuovo tipo, definito per due volte in quanto tale "mediatore di una alleanza nuova" (Ebr 9,15: καινής; 12,24: vέας ; cf. la "migliore alleanza" in 7,22).

Dunque, la locuzione "antico testamento" è del tutto inusuale, non solo come formulazione linguistica ma anche nella sua semantica. Infatti, mentre con "nuovo testamento" si intendeva esprimere una valenza per così dire contenutistica e avvenimenziale, di volta in volta riferita o alla Legge da applicare in modi nuovi (in Geremia) o a una comunità che ne realizza fin d'ora le richieste (a Qumrân) o alla originale mediazione cristologica (nei testi cristiani), l'espressione "antico testamento", invece, nell'uso paolino fa riferimento a qualcosa di scritto, visto che l'Apostolo parla di "lettere incise su pietre" (3,7) e di una sua "lettura", anagnōsis (3,14; cf. 3,15: "quando si legge Mosé"), sia pure ordinata all'accettazione di una particolare economia salvifica. Si tratta dunque di un significato che letteralmente è davvero 'scritturistico'[5].

reperto trovato a Qumran - psalms 11Q5_2

Per la verità, non è questo il significato che Paolo vuole attribuire al corrispondente concetto di "nuovo testamento". Di questo, infatti, insieme ai suoi collaboratori, egli si proclama διa,konoς , "servitore", ed è un servizio che egli compie mediante la sua predicazione e in generale il suo ministero, volto a favorire non la lettera della Legge ma la potenza dello Spirito di Dio nel cuore del credente[6]. Dunque, la valenza di "scrittura" vale in primo luogo per il patto antico, il quale così viene però anche riconosciuto almeno in parte come normativo. Ma non si doveva tardare ad attribuire questa stessa valenza anche allo specifico corpus degli scritti normativi cristiani, anche se ciò, a quanto risulta, è attestato appena sul finire del II secolo[7]. È comunque in questo senso che anch'io qui utilizzo l'espressione "Nuovo Testamento".

A questo punto prendiamo in considerazione le due componenti del nostro assunto.


[1] Sarà il vescovo Melitone di Sardi a riprendere il sintagma, secondo la testimonianza di Eusebio, Hist. eccl. 4,26,13-14 ("i libri dell'antico testamento"); cf. P. Furnish, II Corinthians, AB 32A, Doubleday, Garden City 1984, pp. 208-209.

[2] Oltre ai commenti, cf. l'ottimo articolo di A. Vanhoye, "Salut universel par le Christ et validité de l'Ancienne Alliance", Nouvelle Revue Théologique 116 (1994) 815-835 specie 817-818; inoltre: Id., "Rectification", ib. 118 (1996) 66.

[3] Inoltre, in 1QSb 5,21 si parla del Principe della Congregazione che "rinnoverà il patto della comunità per lui".

[4] Cf. A. Jaubert,  "La notion d'alliance dans le Judaïsme aux abords de l'ère chrétienne", Patristica Sorbonensia 6, Du Seuil, Paris 1963, p. 210; E.J. Christiansen, The Covenant in Judaism and Paul, p. 129.

[5] Sull'insieme, cf. E.J. Christiansen, The Covenant in Judaism and Paul. A Study of Rirual Boundaries as Identity Markers, AGAJU 27, Brill, Leiden 1995.

[6] Per un buon commento a questa componente del passo paolino, cf. M.E. Thrall, The Second Epistle to the Corinthians, I, ICC, T&T Clark, Edinburgh 1994, pp. 234-235.

[7] La prima occorrenza di "Nuovo Testamento" in senso letterario è documentata verso il 190 in uno scritto antimontanista di Apollinare, vescovo di Gerapoli, secondo cui "alla parola del Nuovo Testamento evangelico, chi ha scelto di vivere secondo il Vangelo non può aggiungere o togliere nulla" (in Eusebio, Hist. eccl. 5,16,3).




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