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Documento: L'Antico Testamento sullo sfondo del Nuovo
Messo in linea il giorno Domenica, 02 settembre 2007
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3.  Perché il Nuovo ricorre all'Antico.

Se il N.T., nonostante tutta la sua novità, fa un ricorso massiccio all'Antico, ci rimane da chiarire perché di fatto l'uno faccia un uso tanto frequente e abbondante dell'altro. Mi pare di dover individuare in proposito un paio di motivi fondamentali, di cui uno di tipo culturale e uno di tipo teologico.

3.1 Motivo culturale.

Per i primi cristiani era inevitabile scrivere e persino ragionare della loro fede in base alle Scritture d'Israele semplicemente a motivo della loro ebraicità. In primo luogo, infatti, Gesù stesso fu e resta un ebreo, come ormai, sia in base ad autorevoli documenti magisteriali, sia in base alla ricerca scientifica contemporanea (cf. la cosiddetta "terza ricerca" della vita di Gesù), è ben acquisito alla coscienza cristiana, e questo spiega il perché egli si sia rifatto spesse volte alle Scritture di quel popolo. In secondo luogo, poi, anche gli scrittori delle origini cristiane furono di fatto tutti di provenienza giudaica (forse con l'eccezione di Luca?), e anche questo spiega perchè pure essi abbiano ragionato su Gesù in termini perlopiù dedotti da quelle medesime Scritture, di cui utilizzarono le categorie come strumento ermeneutico della novità cristiana. Se poi si aggiunge che persino i primi destinatari degli scritti neotestamentari erano di fatto tutti o almeno in gran parte dei cristiani di provenienza ebraica, allora si capisce ancora di più perché ci si dovesse attenere a quella precisa tradizione letteraria.

Per comprendere ciò che voglio dire, può essere indicativo constatare dalle Appendici alla 27a edizione del testo critico del N.T. curato da Nestle-Aland (Stuttgart 1993) il rapporto quantitativo esistente fra le fonti giudaiche e quelle greco-pagane, delle quali è possibile registrare un qualche influsso sulla stesura del Nuovo Testamento stesso. L'Appendice IV[1] è divisa in due parti: la prima, Ex Vetere Testamento (dove si comprende pure un buon numero di apocrifi), abbraccia ben 36 pagine complete; la seconda, E scriptoribus graecis, appena un quarto di pagina! Ci sarebbe da dire che questo quarto di pagina è fin troppo minimale, poiché gli echi della cultura greca non si misurano soltanto da eventuali citazioni o riporti di testi, ma anche da semplici riprese terminologiche o concettuali[2]. Inoltre, bisogna anche certamente riconoscere che nessuno degli autori neotestamentari, nemmeno Paolo, aveva la cultura che contraddistingueva un ebreo come Filone Alessandrino. Ma resta il fatto di un divario impressionante.

La conclusione è semplicissima: se il N.T. ricorre tanto all'Antico, è perché non poteva farne a meno in ragione delle stesse precomprensioni culturali dei suoi scrittori. Se per ipotesi Gesù fosse stato un ateniese e i suoi discepoli fossero stati dei greci come quelli incontrati da Paolo all'Areopago, probabilmente il rapporto fra le fonti si sarebbe invertito! Altrettanto probabilmente, però, il messaggio di Gesù non sarebbe stato lo stesso: invece di un euanghélion avremmo avuto una didaskalía, e invece di un Paolo avremmo avuto forse un Epitteto, grandissimo e per alcuni versi simile all'Apostolo, ma certo non afferrato da Cristo (cf. Fil 3,12). Allora il cristianesimo, invece di essere stato semmai "un essenismo ben riuscito", come impropriamente pretendeva Renan, sarebbe stato al più uno stoicismo (o un cinismo) ben riuscito!

In definitiva, l'ebraicità di Gesù e dei suoi primi discepoli ci riconduce al tema dell'eudokía divina, del mistero cioè di un piano salvifico insindacabile, secondo cui nella pienezza del tempo Dio mandò il Figlio suo, non solo "nato da donna", ma anche "nato sotto la Legge", cioè pienamente giudeo. Ma con ciò veniamo rimandati all'altra motivazione dell'interesse per l'Antico dimostrato dal Nuovo.

3.2 Motivo teologico.

Il Nuovo Testamento è talmente impastato di Antico e inestricabilmente legato ad esso che si capisce perché l'operazione tentata da Marcione fosse votata al fallimento. Per echeggiare il titolo di un libro di Norbert Lohfink, anche se egli vi annette un senso più ristretto, bisogna necessariamente fare i conti con "das Jüdische am Christentum"[3], e certo non a denti stretti ma con la piena consapevolezza della loro indivisibilità. Per darsene una ragione adeguata, occorre rendersi conto che qui gioca la sua parte anche un motivo ben più profondo di quello semplicemente culturale.

Esso si trova nella convinzione, già gesuana e poi cristiana, secondo cui l'identità messianica di Gesù, nonostante tutta la sua dirompente originalità, non era stata una novità assoluta ma affondava le sue radici nella storia passata. Essa cioè era stata oggetto di una praeparatio evangelica che soprattutto nei testi biblici e nelle vicende della storia d'Israele, a cui Gesù apparteneva, aveva avuto la sua espressione massima. Luca lo dice parlando esplicitamente di un "piano di Dio" (Lc 7,30; At 2,23; At 20,27); da parte sua, la scuola paolina parla di un "mistero taciuto da secoli eterni ma ora manifestato mediante le scritture profetiche" (Rom 16,25-26), mentre trasversale a tutto il N.T. è l'idea di una fine del tempo, un télos o meglio un éschaton, che si è già paradossalmente realizzato all'interno della storia[4].

È per natura sua, dunque, che la fede cristiana si impianta su un terreno preesistente, come leggiamo nella Lettera ai Romani a proposito dell'olivastro innestato sull'olivo buono (cf. Rom 11,24). Più che mai a suo proposito vale il detto proverbiale, secondo cui chi non sa di dove viene non sa neanche dove va. Il Gesù giovanneo certo lo sa bene, se afferma persino con una punta di polemica che le Scritture rendono testimonianza a lui (cf. Gv 5,39). Ma anche Paolo ne è ben cosciente, poiché a proposito dei classici fatti dell'esodo scrive che quelle cose "accadevano loro in forma esemplare e furono scritte per ammonimento di noi, per i quali è giunta la fine dei tempi" (1Cor 10,11). Guardare all'Antico, dunque, per il Nuovo non significa guardare soltanto indietro come se si trattasse di volgere lo sguardo da una sponda all'altra di un fiume di cui si sia superato il corso. Significa invece rendersi conto di far parte della corrente stessa in movimento. Significa portare già con sé una storia. Come scrive bene Paul Beauchamp,

il libro, come un fiume, è una strada che cammina e che porta il suo spazio con sé. Esso trascina con sé il suo inizio ... La generazione del Nuovo Testamento ... obbedisce a un invito che la precede, l'invito a leggere la fine nell'inizio", poiché, osserva acutamente lo stesso Autore, "sconcerta più la teleologia dell'Antico che l'archeologia del Nuovo[5].

Gesù e i farisei, Miniatura, Historia del Nuovo Testamento, Codice miniato da Cristoforo de Predis, 1476]

In conclusione, va ribadita l'esistenza di una antinomia, che contrassegna il Nuovo Testamento nei confronti dell'Antico e che in buona retorica non va confusa con l'antitesi, sicché vi coesistono due poli solo apparentemente opposti ma in realtà ben conciliabili l'uno con l'altro. Da una parte, infatti, è certa la loro diversità, per cui l'un Testamento non si può identificare con l'altro. Dall'altra, però, è altrettanto sicura la loro connaturalità, cosicché, nella questione attuale e dibattuta del possibile aggancio del N.T. con le letterature religiose di altri popoli e della loro eventuale ispirazione, non si dovrà perdere di vista il primato della letteratura profetica d'Israele, secondo l'ammonimento che leggiamo in 2Pt 1,19:

 Ad essa fate bene a volgere l'attenzione, come a lampada che brilla in un luogo scuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori.


[1] Cf. pp. 770-806: IV. Loci citati vel allegati.

[2] Cf. i due volumi del secondo tomo finora pubblicato da G. Strecker-U. Schnelle, Neuer Wettstein. Texte zum Neuen Testament aus Griechentum und Hellenismus - II/1-2. Texte zur Briefliteratur und zur Johannesapokalypse, W. de Gruyter, Berlin-New York 1996.

[3] Cf. N. Lohfink, Das Jüdische am Christentum. Die verlorene Dimension, Herder, Freiburg-Basel-Wien 1987; il titolo qui allude al recupero di un rapporto positivo con il creato.

[4] Cf. R. Penna, Il mysterion" paolino. Traiettoria e costituzione,  RivBibl Suppl. 10, Paideia, Brescia 1978; Id., "Pienezza del tempo e teologia cristiana della storia", Communio 162 (1998, 6) 71-84.

[5] P. Beauchamp, L'uno e l'altro Testamento. Saggio di lettura, BCR 46, Paideia, Brescia 1985 (orig. franc., Paris 1976), pp. 316, 322, 338.







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