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Documento: La distruzione di Gerusalemme dell'anno 70
Messo in linea il giorno Domenica, 02 settembre 2007
Pagina: 2/9
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LA CONGIURA DEI SICARI

Ma una nuova sollevazione in massa non aveva alcuna probabilità di riuscire, perché la potenza di Roma era troppo forte; e allora si ricorse all'iniziativa privata, all'azione individuale, ma sostenuta dalla organizzazione occulta. Così fu intessuta una vasta congiura che si estese più o meno su tutta la Giudea, accendendo sempre più negli animi le speranze messianico-nazionaliste. Perciò anche, più tardi, al nome di Zeloti ne fu sostituito un altro che indicava con fierezza la maniera oramai scelta per attuare il programma; era la maniera classica del congiurato che, preparato con cura un dato colpo e assistito da compagni dissimulati, agiva servendosi di quel pugnale corto e ricurvo che gli oppressori Romani chiamavano “sica”: quindi, in un secondo tempo, questi Zeloti si chiamarono Sicari. Un dato giorno lo Zelota si mescolava nella folla accorsa tempio di Gerusalemme per qualche solenne festa, e incontrata la predestinata vittima la spacciava con un colpo di sica; accorrevano certi premurosi circostanti per soccorrere il ferito e acciuffare il feritore, ma costui era improvvisamente scomparso; se però quei premurosi fossero stati perquisiti, si sarebbe trovato che pure essi portavano nascosta sotto le vesti la sica[1]. Un'altra volta il colpo era fatto contro l'impiegato o l'ufficiale Romano che passava per la strada, un altro giorno contro il Giudeo favorevole ai Romani, e così di seguito; non di rado si facevano spedizioni su larga scala, e un gruppo di Sicari piombava improvvisamente su una carovana o un villaggio, dove si trovassero persone sgradite, uccideva, depredava, incendiava, e poi, scompariva nella circostante steppa.

Si pensi a questo stato di cose prolungatosi per vari decenni, circa dal 10 al 66 dopo Cristo, e si immaginerà quali fossero le condizioni della Giudea in quel tempo. Si aggiunga che i procuratori romani che governarono negli ultimi tempi furono sempre più indegni del loro ufficio: salvo un paio di onorevoli eccezioni, essi assumevano la carica col proposito di tiranneggiare ed arricchirsi. D'altra parte, fra le plebi si diffondevano continuamente idee messianiche crasse e materialesche, che rendevano ansiosa l'aspettativa di una redenzione di tipo politico: il Messia, già annunziato dagli antichi profeti ebrei, non poteva più tardare in mezzo a quel cumulo di calamità che si erano aggravate sulla nazione eletta. Il grande Promesso sarebbe apparso proprio allora, mentre la nazione si trovava nel baratro delle sue umiliazioni, e l'avrebbe risollevata sbaragliando i nemici di lei e collocandola al vertice di tutte le stirpi umane. Ecco il sogno radioso contemplato in quegli anni da Zeloti e Sicari, i quali con tutto l'animo si sforzavano per farlo diventare realtà.

Come si vede subito, questo sfondo era da vera tragedia storica. Caparbietà e rapacità da parte dei governanti Romani: esaltazione visionaria e anche parossistica da parte delle plebi; bastava un'occasione che facesse sprizzare la scintilla fatale e producesse lo scoppio di questa polveriera. Sotto i procuratori Antonio Felice (anni 52-60), Albino (62-64), e Gessio Floro (66), la tensione giunse al colmo, finché nel maggio dell'anno 66 avvenne la conflagrazione.

Le prime vampate della rivolta si manifestarono a Cesarea, e subito si propagarono a Gerusalemme. Gli Zeloti occuparono i quartieri bassi della città e il munitissimo tempio, mentre al di fuori s'impadronirono dell'inespugnabile fortezza di Masada. La città divenne un campo di lotte fra gli insorti e i moderati, che ancora speravano in un ristabilimento dell'ordine; ma nell'agosto gl'insorti divennero praticamente padroni della situazione. Molti cittadini si allontanarono dalla città rifugiandosi in luoghi circonvicini; gli Zeloti si dettero a incendiare e fare stragi, di cui una delle prime vittime fu il sommo sacerdote Anania. Oramai nella Giudea e regioni confinanti dilagavano violenze e stragi; la quale situazione è riassunta dallo storico contemporaneo con queste parole: “Si vedevano città piene di cadaveri insepolti, vecchi morti gittati insieme con bambini, donne non protette da riparo al loro pudore, e tutta la provincia piena di miserie indicibili”[2].

A questo punto entrò in scena Cestio Gallo, che era legato romano in Siria ma aveva anche l'alta sorveglianza sulla Giudea Mobilitata la legione XII “Fulminata” con altre truppe ausiliarie, egli mosse contro Gerusalemme, ma appena cominciato l'investimento della città del lato settentrionale egli abbandono le operazioni e si ritirò: la ragione di questa inaspettata decisione non ci è nota, ma probabilmente fu dovuta al fatto che il generale romano s'avvide che le sue truppe, che non superavano i 30.000 armati, erano del tutto inadeguate all'impresa. Dippiù, la ritirata dei Romani fu disastrosa, perché gli imbaldanziti insorti si dettero ad inseguire gl'invasori, e alla stretta di Beh-horon inflissero loro perdite assai gravi di uomini e specialmente di materiali. Questo fatto aprì gli occhi anche a colui che allora stava alla suprema direzione dell'Impero, cioè a Nerone.

L'imperatore si trovava allora in Acaia, a deliziare i Greci con le sue buffonate epiche ed esibizioni istrioniche nelle varie città. La notizia dell'insurrezione della Giudea lo costrinse a provvedere al minaccioso avvenimento; e bisogna dire che in quell'occasione fu abile. Egli aveva al suo seguito un generale che non s'intendeva affatto di eroi e di poesia, al punto che una volta si era addormentato sonoramente mentre Nerone declamava i suoi versi; ma era un esperto condottiero, che aveva dato ottime prove in Germania e in Britannia. Si chiamava Tito Flavio Vespasiano, e mostrava una faccia da placido contadino della Sabina, dove era nato vicino a Rieti. Nerone inviò lui nella Giudea, per riparare ai guai successi e anche per levarsi dai piedi quell'uomo che là in quell'ambiente epico sembrava una stonatura.

Trasferitosi ad Antiochia in Siria, Vespasiano cominciò col preparare accuratamente il suo esercito, perché sapeva che una delle cause della sconfitta di Cestio Gallo era stata l'indisciplina della sua legione XII “Fulminata”; scartò quindi questa legione, e mobilitò la legione X “Fretensis” con la V “Macedonica”, inoltre inviò suo figlio Tito in Egitto per mobilitarvi la XV “Apollinaris”. A questo nerbo principale, si aggiunsero molte coorti di ausiliari, sei “ali” di cavalleria, e altre truppe offerte da piccoli re circonvicini amici dei Romani. Era un totale di circa 60.000 armati. Il concentramento di tutto l'esercito e il congiungimento con le forze condotte da Tito avvenne a Tolemaide, porto marittimo sui confini della Galilea. Era la primavera dell'anno 67; da questa data cominciò la vera campagna della Giudea, sotto il comando supremo di Vespasiano.


[1] Guerra giudaica, II, 254 ss.

[2] Guerra giudaica, II, 465.




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