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Documento: La distruzione di Gerusalemme dell'anno 70
Messo in linea il giorno Domenica, 02 settembre 2007
Pagina: 4/9
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CONQUISTA DELLA GALILEA

Preso il comando di tutto l'esercito, Vespasiano iniziò le operazioni entrando nella Galilea, dove comandava Giuseppe: gli armati di costui, adunati a Sefforis, appena comparvero i Romani si sbandarono: i più si rifugiarono a Jotapata situata vicino a Cana di Galilea (quella delle nozze evangeliche) già fatta fortificare da Giuseppe. Chiesti inutilmente rinforzi a Gerusalemme, anche Giuseppe si rifugiò a Jotapata ai principi di maggio del 67. Il posto era in posizione assai favorevole e agguerrito, e poteva opporre una lunga resistenza, ma il giorno appresso vi giunse Vespasiano con tutto l'esercito e bloccò la fortezza.

Fortezza investita dai romani. (Da sinistra a destra: balista; bastione; testuggine; ariete protetto;

I Giudei, che in campo aperto opponevano scarsa resistenza, valevano enormemente di più nella difesa di posti fortificati. Là a Jotapata dettero magnifiche prove, tanto che Vespasiano, pur avendo fretta di invadere la regione, fu trattenuto ben 47 giorni dalla resistenza della fortezza. Jotapata stava inerpicata su uno scosceso colle, ed era accessibile solo dal lato settentrionale; dippiù era recinta di salde mura e di torri, e provvista abbondantemente di vettovaglie. I primi assalti mossi dai Romani furono respinti; allora Vespasiano cominciò un metodico assedio, ricorrendo a tutti gli accorgimenti dell'arte poliorcetica in cui i legionari Romani erano espertissimi. Furono innalzati di fronte alle mura vari bastioni, costituiti da strati di travi incrociate e sovrapposte; sopra o a fianco ad essi vennero collocate le macchine balistiche, che lanciavano a grande distanza grosse pietre, e furono messi in funzione gli arieti, ossia quelle enormi travi che con la testa metallica cozzavano sulle mura e finivano per demolirle. Da parte loro gli assediati non rimanevano inoperosi; per quanto potevano, impedivano i lavori dei Romani lanciando proietti d'ogni genere, e con frequenti sortite tentavano d'incendiare le costruzioni nemiche: miravano specialmente a quelle torri mobili di legno, che venivano spinte su ruote verso le mura, in maniera che i legionari collocati sulle torri combattevano a pari altezza con gli assediati. Spesso i Giudei riuscivano nei loro intenti, incendiando bastioni e torri; una volta anche Vespasiano, che assisteva sempre da vicino i legionari, fu ferito a un piede da una freccia.

Legionari (particolare della colonna traiana)

Sorpresi da tanta tenacia i Romani intensificarono i lavori, ricostruirono le opere distrutte, ripresero il bersagliamento e la demolizione delle difese con maggiore assiduità. L'esercito Romano era dotato di 160 grosse macchine da lancio (baliste. scorpioni, catapulte), oltre ad arcieri, frombolieri, sagittari, specialmente arabi e siri. Le macchine più grosse scagliavano pietre pesanti fino ad un talento (all'ingrosso 50 chili) che raggiungevano la distanza di circa due stadi (circa 300 metri); le altre lanciavano frecce e giavellotti di varia grandezza: questa pioggia di proiettili impediva praticamente ogni difesa da parte degli assediati, paralizzando anche il loro coraggio. Ad un giudeo che stava sulle mura vicino a Giuseppe, un macigno di balista asportò nettamente la testa, proiettandola giù nel burrone a qualche centinaio di metri di distanza; una donna incinta che usciva di casa fu squarciata da un proiettile, e il bambino fu scagliato distante mezzo stadio. Frattanto gli arieti romani, battendo incessantemente il muro in basso, stavano per farlo crollare; allora Giuseppe, per neutralizzare l'imminente breccia, fece costruire al di dentro un altro muro che avrebbe impedito l'assalto dal di fuori, e insieme rafforzò la protezione del vecchio muro. Attacchi e contrattacchi si susseguivano; alle precedenti maniere di difesa gli assediati aggiunsero anche il lancio di olio bollente sui legionari, quando si avvicinavano alle brecce per l'assalto.

Durante queste vicende si ribellò Japha, una borgata non lontana da Jotapata. Per domarla Vespasiano inviò con un forte distaccamento Traiano, comandante la legione X e padre del futuro imperatore omonimo. La borgata fu distrutta, e quasi tutti gli abitanti uccisi. Lo stesso avvenne a grossi accentramenti di Samaritani del monte Garizim.

Intanto i lavori contro Jotapata progredivano, e la città era praticamente chiusa da terrapieni e circondata da macchine balistiche; oltre a ciò gli assediati, dopo 47 giorni d'incessanti fatiche, erano estenuati e non resistevano più. Un disertore passato ai Romani riferì che le sentinelle, sull'albeggiare, per la stanchezza cadevano addormentate e quindi mancava ogni sorveglianza; allora Vespasiano, assicuratosi della sincerità dell'informatore, predispose l'assalto per uno dei giorni seguenti. Avvicinatisi al muro quand'era ancora buio, Tito e pochi ardimentosi s'inerpicarono sul muro, uccisero le sentinelle trovate addormentate, e favoriti da una densa nebbia mattutina s'inoltrarono negli angusti vicoli della città, man mano che altri legionari seguivano i primi. Quando cominciò a farsi chiaro, la città e la roccaforte centrale erano già occupate dai Romani, mentre i difensori ancora dormivano. Dei cittadini fu fatta strage, e poi la città fu rasa al suolo.

Tito Flavio Vespasiano

Giuseppe, che si era rifugiato insieme con altri in una caverna, fu ricercato per ordine di Vespasiano e infine scoperto. Che cosa avvenne, è narrato da lui in una stentata pagina che ha tutto l'aspetto di essere una pudibonda invenzione per dissimulare il suo voltafaccia: certo è che egli passò disertore ai Romani, e rimase poi sempre a fianco di Vespasiano e di Tito, come prigioniero di riguardo. Si era ai principii di luglio.

Accelerando i tempi, Vespasiano conquistò rapidamente il resto della Galilea, per avere le spalle sicure prima di spingersi al sud contro Gerusalemme. Espugnò poi la fortezza di Gamala e l'altra sul monte Tabor, ove avvennero grandi stragi. Ghischala, la roccaforte di Giovanni, si arrese pacificamente dopo la fuga di costui, e perciò si salvò dalla distruzione.

Nell'autunno dell'anno 67 tutta la Galilea era domata, e la strada verso Gerusalemme non aveva più sbarramenti. Secondo l'uso di quei tempi, Vespasiano provvide agli alloggi per l'esercito, dovendo sospendere le operazioni durante l'inverno; inviò le legioni V e XV a svernare a Cesarea marittima, e la legione X a Scitopoli: questa linea diretta Cesarea-Scitopoli divideva in due parti la Giudea, cosicché Vespasiano situato al centro poteva sorvegliarla agevolmente.

In campo avversario, a Gerusalemme, non c'era ancora compattezza, nonostante che gli affari della guerra avessero preso chiaramente una brutta piega. Fra il partito sadduceo-aristocratico avverso alla guerra, e quello degli Zeloti fautori di essa, la scissione si allargava sempre più; coloro che crescevano in potenza erano naturalmente gli Zeloti, i quali accusavano i capi del partito opposto come responsabili delle perdite fino allora subite. L'arrivo a Gerusalemme di Giovanni di Ghischala, scampato con numerose bande dei suoi scherani dalla Galilea, rese onnipotenti gli Zeloti, che passarono subito ai fatti.




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