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Documento: La distruzione di Gerusalemme dell'anno 70
Messo in linea il giorno Domenica, 02 settembre 2007
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IL TRONO DEI CESARI OSCILLA

A questo punto (anno 68) gli avvenimenti della Giudea si complicarono con le tragiche vicende di tutto l'Impero. Il 9 giugno morì Nerone, e cessato con lui il prestigio della famiglia Giulio-Claudia cominciò il franamento nell'autorità imperiale e l'arrembaggio al trono dei Cesari. Pretendenti si fecero avanti da varie regioni dell'Impero: Vindice dalla Gallia, Galba dalla Spagna, Vitellio dalla Germania, Otone a Roma: ogni pretendente si appoggiava su truppe dipendenti da lui. In questo sconquasso generale non era opportuno per Vespasiano portare avanti le operazioni militari della Giudea; oltre tutto, egli non sapeva da chi dovesse ricevere ordini, giacché in soli dieci mesi figurarono come successori di Cesare tre imperatori, che finirono uccisi. E così le legioni della Giudea rimasero inoperose per circa un anno, dal giugno del 68 al giugno del 69; inoperose strategicamente, ma anche politicamente, perché a differenza delle altre legioni disperse nel resto dell'Impero esse non presentarono alcun candidato al seggio imperiale.

Rovine di Masada

Ma anche fra gl'insorti della Giudea c'era rivalità non meno che fra i legionari di Roma. Dentro Gerusalemme dominava Giovanni di Ghischala con gli Zeloti, suoi partigiani: per costoro lo stato di guerra era incentivo a ogni sregolatezza perché entrando nelle case private depredavano, uccidevano, violentavano donne, si vestivano essi stessi da donna profumandosi e imbellettandosi, e facevano altre cose che è facile immaginare. I cittadini che subivano tali violenze tentarono liberarsene servendosi di un partito rivale, e chiamarono in città quel Simone Bar-Ghiora che stava annidato con í suoi briganti nella fortezza di Masada; ma il rimedio aumentò il male. Nell'aprile del 69 Simone entrò in Gerusalemme, ma gli Zeloti di Giovanni fecero resistenza asserragliandosi nel munitissimo tempio ebraico, che resistette facilmente agli assalti di Simone; e così la città rimase divisa fra i due gruppi di Simone e di Giovanni, battaglianti fra loro. E neppure bastò; nel gruppo di Giovanni si produsse un'altra scissione, perché molti suoi seguaci si staccarono da lui mettendosi al seguito del sacerdote Eleazaro. Costoro occuparono la parte più interna e più alta del tempio, dove si difendevano facilmente dagli assalti di Giovanni che stava più in basso; a sua volta Giovanni, che era ben fornito di macchine da lancio, bersagliava con proietti d'ogni genere il settore occupato da Eleazaro facendovi molte vittime anche fra i non combattenti.

Il servizio liturgico, infatti, continuava anche in questo stato di cose, con la tenacia mostrata altre volte dagli Ebrei. Gíovanni lasciava passare i pellegrini che dalla Giudea e da fuori venivano nel tempio a fare sacrifici, sebbene li perquisisse accuratamente prima dell'ingresso; ma anche quand'erano occupati nei sacrifici, arrivavano spesso dal basso i proietti lanciati dalle baliste e catapulte di Giovanni e facevano strage. Con i cadaveri dei paesani si mescolavano quelli degli stranieri, e con quelli dei sacerdoti quelli dei laici; dappertutto il sangue degli uccisi formava lago dentro i divini recinti[1]. Oltre allo scempio di vite umane si faceva scempio di vettovaglie, giacché in questi attacchi e contrattacchi andarono perdute enormi provviste di frumento ed altre cibarie, che finivano incendiate o disperse. Si sarebbe detto che gli insorti di Gerusalemme non si avvedevano che la vera lotta con i Romani ancora non era cominciata, o almeno che essi intendessero renderla più dura e rovinosa a se stessi sperperando combattenti e vettovaglie.

In queste condizioni si giunse alla fine del giugno dell'anno 69. Vespasiano, che sorvegliava strategicamente da vicino Gerusalemme, da lontano sorvegliava anche le vicende politiche dell'Impero, e accortamente era intervenuto per indirizzarle in suo proprio favore. Mediante Tiberio Alessandro, un ex-giudeo già procuratore romano della Giudea, egli guadagnò alla propria causa le legioni romane dell'Egitto, che il 1° luglio del 69 proclamarono imperatore Vespasiano, e così si unirono con quelle della Giudea comandate da Vespasiano stesso. Il governatore della Siria, Licinio Muciano, intervenne apertamente e fece riconoscere Vespasiano in tutto l'Oriente: da questo momento egli ebbe causa vinta.

Prima di trasferirsi a Roma per prender possesso del trono dei Cesari, Vespasiano si recò ad Alessandria, ove dette incarico a suo figlio Tito di portare a termine la guerra della Giudea. Tito prese molto a cuore l'incarico, proponendosi di assolverlo in breve tempo, e si mise immediatamente all'opera. Mentre Vespasiano si tratteneva ancora alcuni mesi ad Alessandria, suo figlio si recò per via di terra a Cesarea per predisporre l'assalto finale contro Gerusalemme. Rinforzò egli l'esercito già impiegato dal padre, unendo alle tre legioni e alle altre truppe di lui la disgraziata legione XII “Fulminata”, che nel frattempo era stata rinnovata; incorporò anche molte truppe ausiliarie offerte da re alleati, raggiungendo un totale di circa 80.000 armati: quindi ordinò il concentramento di tutto l'esercito attorno a Gerusalemme.

Era l'anno 70, ai primi del mese Nisan (marzo-aprile), in cui cadeva la Pasqua ebraica. Le strade erano già affollate da pellegrini ebrei, che dalla Giudea e dall'estero si recavano a Gerusalemme per celebrarvi la festività. L'affluenza di quelle centinaia di migliaia di pellegrini non fu disturbata dai legionari, perché era tutta gente non adatta ai combattimenti ma adattissima a rendere difficile la resistenza della città. Giunto nei sobborghi, Tito volle fare una rapida ricognizione delle mura settentrionali, e con una scorta di 600 cavalieri si spinse fino agli avamposti nemici. Fu un'imprudenza, perché assalito furiosamente si salvò a stento, e dovette combattere egli stesso personalmente sebbene si trovasse privo di elmo e di corazza.

Poco dopo avvenne un'altra minaccia. Le legioni XII e XV si erano già accampate a nord della città, e dietro ad esse anche la V legione, quando dalla strada di Gerico giunse la X legione che doveva prendere posizione sul Monte degli Olivi; senonché, mentre disponeva gli accampamenti, fu assalita con impeto dai Giudei e messa in serio pericolo: accorse Tito e, combattendo anche questa volta personalmente, riuscì a ricacciare gli assalitori giù nella valle del Cedron.

Pure in queste distrette, la faziosità partigiana che divideva i tre gruppi di combattenti giudei non cedette. Proprio nel giorno di Pasqua, quando l'enorme ressa dei pellegrini rendeva assai difficile riconoscere le persone, Giovanni di Ghischala fece travestire da pellegrini un gran numero dei suoi partigiani, che così poterono penetrare indisturbati nel settore più interno del tempio, quello occupato dai partigiani di Eleazaro: entrati che furono, estrassero le armi nascoste sotto le vesti,

e così s'impadronirono di tutto quel settore. Perciò rimasero, in città solo gli affiliati alle due bande di Giovanni di Ghischala e di Simone Bar-Ghiora. Tuttavia poco più tardi, al vedere che Tito restringeva sempre più il cerchio racchiudente la città

e metteva in funzione le macchine balistiche, anche le due fazioni superstiti si conciliarono e fecero fronte unico contro i Romani.

Vari tentativi fatti da Tito per indurre gli assediati ad una resa pacifica, caddero nel vuoto: quando, per ordine di Tito, si avvicinava alle mura per parlamentare il disertore (Flavio) Giuseppe, era accolto dai difensori con valanghe d'insulti e maledizioni.

Visto che non c'era nulla da sperare per un componimento, Tito fece avvicinare anche più gli accampamenti alle mura e ordinò di abbattere tutti gli alberi all'intorno, in modo di avere il terreno spianato per mettere in azione le macchine d'assedio. Subito appresso cominciò il bersagliamento. Le catapulte scagliavano grosse frecce; le baliste proiettavano grossi macigni, anche di mezzo quintale l'uno. I difensori delle mura erano spazzati via da quella grandine esiziale; ma presto impararono ad evitare i proietti, specialmente quando erano di gran mole: in questi casi il biancore della pietra e il rombo della sua traiettoria lo segnalavano alle vedette che stavano sulle mura, e queste davano l'avviso gridando con frase semitica: “Arriva il figlio!”, cosicché tutti correvano a ripararsi, avendone quasi sempre il tempo. Ma i Romani s'accorsero di ciò, e allora tinsero di nero i sassi delle baliste, che perciò non si distinsero più e ricominciarono a fare strage fra i difensori delle mura.

Nello stesso tempo gli arieti romani battevano in basso contro tre punti del muro terzo della città, che era il più esterno e saldissimo, per aprirvi brecce; ma dopo alcuni giorni gli assediati fecero un'improvvisa sortita, e riuscirono ad incendiare parte delle opere romane. Accorse Tito con rinforzi, uccise di sua mano dodici degli assalitori e respinse gli altri; per proteggere poi stabilmente il lavoro degli arieti, fece costruire tre alte torri di legno, più elevate del muro, e gli arieti ricominciarono a percuotere. Dopo quindici giorni di martellamento. l'ariete più potente che avevano i Romani e che era chiamato “Nikon” (vittorioso), aprì una breccia, e subito i Romani si precipitarono dentro dilagando nel quartiere di Bezetha, ch'era il più settentrionale della città. Si era ai principii di maggio.

Sperando sempre in una resa degli assediati, Tito intensificò gli assalti e dopo cinque giorni aprì una breccia anche nel muro secondo, ch'era più interno; non volle però allargare molto il passaggio, per non danneggiare troppo il complesso monumentale. Questo riguardo usato verso i Giudei fu dannoso, perché gli assediati contrattaccarono subito, respinsero parte dei Romani fuori della nuova breccia e parte ne rinchiusero dentro la città. Intervenne prontamente Tito con rinforzi, e riuscì a liberare i legionari rimasti rinchiusi; dopo altri quattro giorni di lotta, divenne nuovamente padrone del muro secondo. Seguì una breve sosta nelle operazioni, perché Tito volle fare una grande parata militare, per impressionare i Giudei e insieme distribuire la paga ai legionari; gli assediati accorsero in folla e dall'alto delle mura assistettero curiosi alla parata, ma quanto ad arrendersi non vi fu alcun accenno. Perciò furono riprese le operazioni, con l'intenzione questa volta di andare fino in fondo.

Adesso gli obiettivi dei Romani erano la conquista dell'agguerritissima fortezza Antonia, che proteggeva dal nord il tempio ebraico, e l'invasione dei quartieri alti della città. Contro questi obiettivi Tito fece costruire verso la metà di maggio quattro grossi bastioni di legname, due contro l'Antonia e due contro la città alta, presidiati ciascuno da una legione. Senonché, mentre i quattro bastioni erano tuttora in costruzione, i Giudei ricorsero alle contromisure. Sotto i bastioni contro l'Antonia, Giovanni di Ghischala scavò gallerie sotterranee, tenute frattanto in piedi da armature di legno; Simone Bar-Ghiora preparò un assalto a fondo contro i bastioni che minacciavano la città alta. Quando tutti i bastioni furono terminati e cominciarono a battere le antistanti mura, Giovanni dette fuoco alle armature che sostenevano le sue gallerie, cosicché crollò il terreno sovrastante insieme con i bastioni; dal canto suo Simone assalì con materie incendiarie gli altri bastioni, e riuscì a bruciarli e distruggerli. Questa perdita fu assai grave per i Romani perché, oltre il resto, il legname difettava e tutti i luoghi circonvicini erano già stati denudati di alberi.


[1] Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, V, 18.




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