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Documento: La distruzione di Gerusalemme dell'anno 70
Messo in linea il giorno Domenica, 02 settembre 2007
Pagina: 8/9
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L'AGONIA DI GERUSALEMME

Appena cominciò a funzionare, il muro di circonvallazione sembrò annunziare la condanna a morte di tutti gli assediati: la morte di fame. Dentro la città i non combattenti non trovavano assolutamente nulla da mangiare, essendo stato tutto distrutto negli scontri fra le varie fazioni giudaiche o consumato dai pellegrini affluiti per la festività pasquale. Dal di fuori non giungeva più neanche un filo d'erba; al di dentro i capi degli Zeloti frugavano dappertutto per scovare ogni cosa che potesse servire da cibo per i combattenti delle mura; i non combattenti erano abbandonati alla loro sorte, e le loro case venivano perquisite continuamente nell'illusione di scoprire cibi nascosti. Per un pugno di orzo marcito si pagarono enormi ricchezze; piccole quantità di fieno vecchio triturato raggiunsero il prezzo di quattro mine ateniesi; quando mancarono anche queste cose, si cominciò a masticare il cuoio degli scudi e dei calzari e a ingoiare cose immonde ritrovate nelle fogne.

E intanto davanti al muro di circonvallazione si infittivano sempre più i pali dei crocifissi: a un certo punto mancò legno per le croci e terreno adatto dove piantarle; i brutali legionari, poi, si divertivano dall'alto del loro muro a mostrare agli estenuati difensori della città gli abbondanti cibi che essi ricevevano puntualmente dall'intendenza militare. Tuttavia dopo alquanto tempo si trascurò la norma di crocifiggere i foraggiatori randagi, e si giunse anche ad elargire loro qualche nutrimento; ma quasi sempre ne seguiva la morte, a causa dell'avidità con cui quei cibi erano trangugiati. Un fatto assai grave per i transfughi giudei avvenne un giorno in cui i mercenari arabi e siri, in servizio presso le legioni, s'avvidero che un transfuga ricuperava le monete d'oro ingoiate poco prima, secondo l'astuzia che già vedemmo. A questa scoperta si diffuse la voce che i fuggiaschi partivano da Gerusalemme col ventre pieno d'oro: subito i mercenari in servizio legionario si dettero a squarciare il ventre a quanti si avvicinavano alla circonvallazione, sperando di ritrovarvi tesori, e in una sola notte furono uccisi in tal modo 2000 Giudei. Quando Tito seppe il fatto. fece circondare dalla cavalleria i mercenari colpevoli, col proposito di metterli a morte; ma trovò ch'erano in così gran numero da non poterli giustiziare senza indebolire l'organizzazione romana. Impartì allora ordini severissimi affinché non s ripetesse il delitto, e i legionari denunziassero gli eventuali colpevoli; ma il delitto continuò, sebbene con maggiore accortezza, e così molti Giudei già pronti a disertare abbandonarono l'idea.

L'interno della città andava prendendo sempre più l'aspetto d'un cimitero, come la descrive il testimonio Giuseppe. Le case erano piene di morti o di moribondi; si ritrovavano lungo strade e vicoli cadaveri ad ogni passo; i giovani e i ragazzi più robusti si aggiravano a stento da casa a casa come fantasmi traballanti e gonfi, e cadevano improvvisamente morti. Nessuno provvedeva alla rimozione dei cadaveri, sia perché mancavano le forze, sia perché la fame aveva spento ogni affetto umano. Su tutta la città, morta o morente, incombeva un silenzio di tomba.

Eppure, un giorno avvenne un fatto la cui notizia commosse per qualche ora quella città di spettri. Alcuni Zeloti in giro d'ispezione, passando per un vicolo, sentirono un profumo di arrosto che usciva da una casa. Sbalorditi da quell'incredibile odore, irruppero dentro; trovarono una donna ancora viva, e minacciarono di scannarla all'istante se non consegnava la vivanda fiutata. La donna presentò il cibo che si era preparato. Era il suo stesso bambino lattante, che ella impazzita dalla fame aveva ucciso di sua mano, e poi arrostito, e infine aveva mangiato per metà, riservandone il resto per un altro giorno.

La tragica madre era una certa Maria, di ricca famiglia di Beth-Ezob in Transgiordania, che venuta a Gerusalemme per la Pasqua vi era rimasta chiusa dentro dall'assedio. L'orrida notizia si sparse per la città, e giunse anche di là dalle mura, ai Romani e a Tito. Il generale romano, invocando Dio a testimonio, protestò che l'inaudito misfatto ricadeva sugli ostinati insorti, a cui egli inutilmente aveva offerto più volte la resa, e giurò che avrebbe vendicato tanta infamia con la rovina della città. Il ricordo dell'episodio si trasmise per secoli, e anche Dante lo accenna col truce verso: “Quando Maria nel figlio dié di becco”.[1]

A un certo punto gli stessi privilegiati combattenti non ebbero più nulla da mangiare, e allora consumarono le provviste sacre di olio e di vino depositate nel tempio ebraico, che da tempi antichissimi erano rispettate con arcana venerazione Mancavano anche uomini capaci di reggersi in piedi per qualunque prestazione; perciò si semplificarono i servizi a cominciare da quello più importante di tutti, cioè lo sgombero dei cadaveri sparsi per la città. Da allora i morti furono gettati nei burroni che fiancheggiavano le mura, che quindi diventarono un carnaio pestilenziale e un pantano di marciume. In meno di tre mesi, da una sola porta della città, furono gettati fuori 115.880 cadaveri.

Ma oramai si era alla fine. Per accelerarla, Tito fece costruire nuove opere, cioè quattro enormi bastioni tutti contro la zona del tempio ebraico; fu un lavoro immane perché, essendo già state disboscate le vicinanze di Gerusalemme, i legionari dovettero provvedersi del legname a più di sedici chilometri di distanza, lavorando continuamente per ventun giorni. Sortite fatte dagli assediati, per incendiare i bastioni appena finiti, furono respinte dall'accresciuta vigilanza dei Romani: alla loro volta furono respinti dagli assediati alcuni tentativi romani di dare la scalata alle mura della fortezza Antonia, attraverso le brecce aperte dagli arieti. Ma il giorno 5 del mese Panemos (luglio) un nuovo tentativo riuscì; un manipolo di assalitori, sul far della notte, sorprese le sentinelle e le uccise, e così penetrò nella fortezza. Le trombe romane dettero il segnale dell'assalto generale, accorse Tito con legionari scelti e impegnò una lotta furibonda che durò lunghe ore: i Romani ebbero gravi perdite, ma alla fine rimasero padroni dell'Antonia e di là misero in fuga i Giudei verso il sottostante tempio.

Tempio di Gerusalemme (ricostruzione)

Tito, incalzando, ordinò di demolire l'Antonia per avere via libera verso il tempio, dove i Giudei avevano concentrato le loro ultime resistenze. Ai 17 del mese Panemos avvenne un fatto di lugubre importanza per l'ebraismo di tutto il mondo: quel giorno non si celebrò più il sacrificio perenne, che da secoli si celebrava ogni giorno immancabilmente. La ragione di tale cessazione fu, come dice Flavio Giuseppe, la “mancanza di uomini”, cioè dei ministri ebraici incaricati del sacrificio.

Demolita l'Antonia, il tempio rimase scoperto e diventò l'obiettivo degli assalti romani. Il pericolo della sua distruzione era evidente, e invece Tito intendeva salvarlo, anche perché era un monumento d'importanza singolare in tutto il mondo. Ripetuti inviti per indurre i Giudei alla resa ottennero solo la diserzione di pochi combattenti, fra cui vari sacerdoti ebrei; così pure non raggiunsero lo scopo alcuni attacchi dei legionari, sebbene preparati accuratamente. Ancora una volta bisognò ricorrere alle solite opere di demolizione mediante gli arieti. Senonché quel muro settentrionale del tempio, costruito pochi decenni prima da Erode il Grande, era saldissimo, perché costruito con enormi macigni bene squadrati e riconnessi l'un l'altro: i più potenti arieti non riuscivano a scuoterlo. Anche una scalata dei Romani, sebbene raggiungesse la cima del muro e vi piantasse i vessilli, si concluse con gravi perdite: un furioso contrattacco dei Giudei ributtò abbasso alcuni legionari, altri ne uccise, e i gloriosi vessilli rimasero in potere dei Giudei. A Tito non restò altro mezzo che ricorrere al fuoco. Per aprirsi il varco attraverso le porte metalliche, fu accumulata addosso ai battenti gran quantità di materiale incendiario; appiccato il fuoco, si sprigionarono alte fiamme, i metalli si fusero, i battenti crollarono, e l'incendio si propagò oltre, nel portico interno del tempio.

La vista delle fiamme atterrì i difensori, i quali per una persuasione superstiziosa ritenevano che il loro sacro recinto sarebbe rimasto immune da tanta sventura; vedendo crollare a loro persuasione, rimasero come paralizzati non facendo nulla per estinguere l'incendio o reagire. Aperto ormai l'accesso, Tito dette ordine di spegnere le fiamme e di sgomberare il passaggio per l'imminente assalto delle legioni.

Tutto crollava, salvo la tenacia dei difensori, ormai sorretti soltanto dalla forza della disperazione. Il 9 del mese Loos (5 agosto) Tito tenne consiglio di guerra per stabilire la sorte da far subire al tempio quando fosse espugnato, come si prevedeva fra breve; alcuni del consiglio sostennero che dovesse esser trattato come semplice fortezza, perché i Giudei avevano profanato il suo carattere sacro, e quindi doveva essere distrutto; invece altri, compreso Tito, espressero il parere che doveva essere salvato, nonostante l'impiego bellico che i Giudei ne avevano fatto. Questo secondo criterio prevalse, e conforme ad esso venne predisposto l'assalto. Il giorno appresso (6 agosto) avvenne la catastrofe massima per l'ebraismo di tutti i secoli.


[1] Dante Alighieri, Purgatorio, XXIII, 30




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