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Documento: La distruzione di Gerusalemme dell'anno 70
Messo in linea il giorno Domenica, 02 settembre 2007
Pagina: 9/9
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L'INCENDIO DEL TEMPIO EBRAICO

Nella mattinata di quel giorno le posizioni dei due belligeranti erano le seguenti. Dei tre “atrii” del tempio, tutti all'aria aperta, i Romani si erano impadroniti del più esterno, chiamato “atrio dei Gentili”; inoltre, l'incendio delle porte aveva aperto l'accesso all'“atrio interno” che non offriva sbarramenti intermedi di grande importanza: in fondo a questo “atrio interno” si ergeva il “santuario”, il luogo più sacro di tutta la terra e dimora del dio Jahvé, secondo la fede ebraica. Restava da occupare, più che da conquistare, lo spazio che andava dalle porte incendiate fino al “santuario”.

Spianate del Tempio

In quella mattinata i legionari erano ancora impegnati a spegnere gli avanzi dell'incendio, che si era propagato all'“atrio interno”. Un improvviso assalto dei Giudei, proveniente dal lato orientale, impegnò seriamente le forze romane che presidiavano quel settore; ma, accorso Tito con rinforzi, i Giudei furono respinti dopo tre ore di attacchi e contrattacchi. Quietato quel settore, Tito si ritirò nella sua tenda per riposarsi. Poco dopo i Giudei rinnovarono l'assalto, dirigendolo questa volta contro i legionari occupati a spegnere i rimasugli dell'incendio. Anche questa volta furono respinti, ma per di più furono inseguiti dai Romani attraverso lo spazio vuoto. fino al “santuario”: questo inseguimento disordinato e rabbioso fu la causa immediata della catastrofe. In quella corsa confusa, mentre i legionari lanciavano addosso ai fuggiaschi quanto capitava loro fra mano compresi i tizzoni dell'incendio, un romano, come narra Flavio Giuseppe,[1] di sua iniziativa afferra un tizzone ardente e sollevato da un compagno lo lancia dentro una finestra la quale immetteva nelle stanze che attorniavano il “santuario” dal lato settentrionale. Quelle stanze erano costruite di legno vecchio, e forse contenevano materie infiammabili destinate agli olocausti del tempio. Caduto il tizzone ivi, nella temperatura del torrido agosto, le scintille sprizzate fecero subito divampare l'incendio. Il fervore della mischia impedì da principio di badare all'incendio: poco dopo, quando si tentò di domarlo, era troppo tardi.

Il bagliore delle fiamme e i messi urgenti inviati a Tito, lo fecero accorrere sul posto insieme con alti ufficiali. Ordinò egli di domare l'incendio, ma i suoi comandi o non furono uditi nella confusione, o espressamente furono trascurati dai soldati, perché di solito le fiamme significavano la vittoria e l'inizio del saccheggio. A quella vista accorsero le legioni unendosi con i soldati già sul posto, e quella massa travolgente invase il “santuari” con tale veemenza che i legionari si schiacciavano fra loro sulle porte. Gli accorsi, mentre propagavano a bella posta l'incendio, cominciarono anche a fare strage dei Giudei che non erano riusciti a fuggire. Attorno al grande “altare degli olocausti”, che sorgeva nel mezzo, si formarono ben presto mucchi di cadaveri.

In quella bolgia infernale Tito si convinse che non poteva imporre alcuna disciplina. Egli riuscì a penetrare, con alcuni comandanti, nell'interno del “santuario” quando ancora non era stato raggiunto dall'incendio; là tentò ancora una volta di trattenere la furia dei legionari e il propagarsi delle fiamme ma tutto fu inutile; i suoi ordini non erano ascoltati, e le bastonate da lui largamente inflitte non facevano alcun effetto su quelle belve furiose. Un momento in cui egli si voltò, per impedire ad alcuni soldati di entrare, un legionario dall'altra parte lanciò del fuoco dentro al “santo dei santi”, che era la parte più interna e più sacra del “santuario”. Tutto era perduto.

Da più di un secolo nessun uomo di stirpe non ebraica era penetrato nel “santo dei santi”; ciò era avvenuto l'ultima volta nell'anno 63 a.C., quando Pompeo Magno aveva conquistato Gerusalemme sotto il consolato di Marco Tullio Cicerone. In quell'occasione Pompeo volle vedere personalmente quali misteriosi oggetti si trovassero in quel luogo celebratissimo in tutto il mondo: fra l'altro si raccontava che in quel geloso adito si adorasse un nume con la testa d'asino, che è quanto più tardi si raccontò dei cristiani. E invece, entrato che fu, Pompeo non vi trovò assolutamente nulla. Era, infatti, il tempio di un Dio immateriale.

Ciò che avvenne dopo l'incendio del tempio, non è che una triste storia di stragi e di rovine. Degli arredi del tempio che si poterono salvare, i più importanti furono il candelabro d'oro a sette bracci e la tavola d'oro dei “pani di proposizione”; essi comparvero nel trionfo celebrato nel 71 a Roma da Vespasiano e Tito, e ancora oggi si vedono raffigurati nell'arco trionfale di Tito eretto sulla Via Sacra.


[1] Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, VI 252







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