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Documento: Problemi e soluzioni per l'impostazione di una cristologia del Nuovo Testamento
Messo in linea il giorno Venerdì, 25 aprile 2008
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La complessità dei testi e dei loro problemi.

La complessità dei testi neotestamentari si constata sotto vari aspetti. C’è innanzitutto una varietà attinente al tipo di materiale, che riguarda non solo la molteplicità degli scritti, ma anche la diversità dei generi letterari da essi impiegati. Se è vero che il Nuovo Testamento non è un unico libro bensì una vera biblioteca o, in rapporto all’intera Bibbia, almeno un suo scaffale, è normale che in esso si trovino pubblicazioni diverse che vanno dai racconti alle lettere, con una pluralità di forme che comprendono narrazioni, raccolte di detti, resoconti, precisazioni dottrinali, disposizioni etiche, e persino fictions letterarie come le parabole, o sorprendenti visioni apocalittiche.

Un altro genere di varietà è di tipo autoriale e insieme cronologico, legato a un assortimento di autori scaglionati nel tempo. Le testimonianze su Cristo, depositate negli scritti neotestamentari, non sono state composte di getto né da un solo scrittore né tanto meno in un solo momento: le origini cristiane infatti non conoscono (per fortuna) una “notte del destino” come quella in cui, secondo la tradizione mussulmana, Muhammad avrebbe ricevuto la rivelazione tra il 26 e il 27 del mese di Ramadan[1]. Gli scritti biblici in genere e quelli cristiani in specie, pur avendo Dio come primo o ultimo ispiratore riconosciuto, sono stati composti per homines more hominum, cioè da uomini e alla maniera umana[2]. Essi conoscono perciò la complessità della storia, alla quale sono legati e dalla quale sono condizionati. Per il cristianesimo, infatti, rifacendoci alle parole del profeta Isaia, non sono soltanto le nubi che piovono il Giusto, ma è anche la terra che si apre e germina il Salvatore (cf. Is 45,8). In effetti, a parte una loro preistoria almeno orale, se non anche già letteraria (cf. Lc 1,1-4), gli scritti neotestamentari si scaglionano sull’arco di circa mezzo secolo.

È dunque inevitabile che i due suddetti tipi di varietà ne implichino un terzo: quello culturale. Lo si constata già a livello di pluralità autoriale, per cui ogni scrittore porta con sé e immette nelle sue opere la propria soggettività personale. Ma soprattutto lo si vede nel fatto che anche all’interno di una cultura apparentemente monolitica si possono dare punti di vista diversi: tale è il giudaismo al tempo delle origini cristiane, e tali sono i suoi riflessi sul movimento che si richiama a Gesù di Nazaret. In più, bisogna tenere conto del passaggio da un ambito culturale a un altro, come è quello verificatosi dalla terra d’Israele alla Grecità pagana: per esempio, la qualifica di “figlio di Dio” significa cose diverse sui due versanti.

In tutta questa materia è importantissimo operare una distinzione espressa da Umberto Eco a proposito dei due tipi di lettura, con cui ci si può accostare a un testo, e quindi due tipi di Lettore Modello che ogni testo suppone o tende a costruire: il lettore semantico e il lettore semiotico. Il primo vuole soltanto sapere come la storia va a finire, interessandosi unicamente al “cosa” oggettivo; il secondo invece vuole anche conoscere “come” procede soggettivamente l’autore, quali siano il suo metodo, la sua arte, il suo scopo: “In parole povere, il lettore di primo livello vuole sapere che cosa accade, quello di secondo livello come ciò che accade è stato raccontato. Per sapere come la storia va a finire basta, di solito, leggere una volta sola. Per diventare lettore di secondo livello occorre leggere molte volte, e certe storie bisogna leggerle all’infinito”[3]. Ebbene, il Nuovo Testamento non si accontenta di un lettore di primo livello, poiché in esso c’è sempre qualche aspetto da riscoprire, che si rivela solo sulla base di una lunga consuetudine critica con il suo testo. E poiché il testo può implicare la compresenza di sovrasensi diversi, ne segue che persino il “cosa” della comunicazione può dipendere dal “come” della comunicazione stessa. Per esempio, non è possibile rendersi adeguatamente conto della metafora dell’Agnello nell’Apocalisse di Giovanni, se non la si inquadra all’interno di un tipico procedimento letterario messo in atto dall’autore-veggente.

Se applichiamo tutto ciò alla specifica cristologia neotestamentaria, risulta inevitabile un quarto tipo di varietà: quello ermeneutico. Non è necessario ricorrere a ciò che Paolo scrive in 2Cor 11,4 (“un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi”) per diventare consapevoli che nell’ambito delle origini cristiane le interpretazioni cristologiche sono assai diversificate. Perlomeno sono in causa linguaggi diversi, nel senso che entrano in gioco non solo singoli termini o vocaboli, bensì idee o concezioni di ampio respiro ad essi collegati. Alcuni Autori recenti hanno ben evidenziato questo dato[4]. Per fare un solo esempio, si pensi alla notevole differenza intercorrente tra la definizione di Gesù come “uomo approvato da Dio” in At 2,22 e quella di “Logos fatto carne” di Gv 1,14, dove, a scanso di facili concordismi, va notato che mai in At si parla di lui come del Logos eterno e praticamente mai in Gv lo si definisce con le parole di At[5]. Ciò non vuol dire né che gli Atti ignorino la statura più che umana di Gesù, visto che di lui si dice addirittura che ha effuso lo Spirito Santo (cf. At 2,33), né che il Quarto vangelo ignori la sua umanità, visto che è l’unico scritto neotestamentario a qualificarlo ore rotundo come “figlio di Giuseppe” (Gv 1,45; 6,42). Ma ciascuno dei due scritti si caratterizza globalmente per una sua propria ermeneutica, non trasferibile all’altro.

Gli scritti del Nuovo Testamento, dunque, hanno come loro unico punto focale questo personaggio che si chiama Gesù di Nazaret. Ma vi si interessano in maniere diverse. Da parte mia, ritengo chiarificatore applicare a questa molteplicità di approcci la metafora del ritratto, per dire che ogni autore si comporta nei suoi riguardi come farebbero pittori diversi posti di fronte a un modello su cui esercitarsi[6]. In effetti, la ritrattistica ha una storia antica, essendo attestata già in Egitto nel III millennio a.C. Quella greca e in particolare quella ellenistica distinguerà tra il tipo e l’individuo, in modo tale da ritrarre un personaggio o con i tratti fisionomici e in atteggiamenti realistico-quotidiani oppure trasfigurandolo secondo i moduli dell’oratore, del generale, del filosofo, o del dio. Sarebbe interessante, per esempio, verificare le diverse interpretazioni date di Ottaviano Augusto nella statuaria che lo riguarda. Ma nel nostro caso si tratta di una ritrattistica non visiva bensì letteraria, ripetutamente applicata nella storia della letteratura a vari personaggi. Un esempio molto interessante lo abbiamo nelle antiche vite di Alessandro Magno, dovute già a cinque biografi che egli aveva al proprio seguito (Callistene, Onesicrito, Nearco, Tolemeo, Aristobulo) e poi a una serie di altri scrittori posteriori (tra cui soprattutto Clitarco di Alessandria, Diodoro Siculo, Plutarco, Curzio Rufo)[7]. Si arriva al paradosso di dover constatare che vari di questi biografi, compresi quelli che erano stati testimoni oculari, divergono spesso l’uno dall’altro fin nel relazionare su fatti specifici[8], e comunque offrono ciascuno un Alexanderbild cioè un ritratto del Macedone di volta in volta diverso[9].

Analogamente, noi constatiamo che ciascuno dei quattro evangelisti trasmette una sua propria visione di Gesù a livello narrativo. Ma, in più, dobbiamo prendere atto che i ritratti si moltiplicano a misura di quanti sono coloro che hanno scritto di lui anche con altri generi letterari (cf. la prospettiva giudeo-cristiana, le lettere di Paolo, la tradizione paolina, la lettera agli Ebrei, le cosiddette lettere cattoliche, l’Apocalisse di Giovanni). Vale a questo proposito il principio ermeneutico enunciato dal filosofo Luigi Pareyson, secondo cui della verità non c’è che interpretazione e questa è necessariamente molteplice, tanto che “la pluralità dell’interpretazione, lungi dall’essere un difetto o uno svantaggio, è il segno più sicuro della ricchezza del pensiero umano”[10], semmai dovendo precisare in più che nel nostro caso la ricchezza in questione non è solo quella del pensiero umano interpretante, ma soprattutto quella dell’oggetto interpretato, la persona di Gesù Cristo.


[1] Cf. Corano 97,1-5.

[2] Così il Concilio Vaticano II, Costituzione Dei Verbum n° 12, sulla scia di Sant’Agostino, La città di Dio 17,6,2 (“Dio non cerca un uomo come se ignorasse dove si trovi; egli invece parla per mezzo dell’uomo e alla maniera degli uomini, ed è parlando così che ci cerca”: Non autem quasi nesciat ubi sit, ita sibi hominem Deus quaerit; sed per hominem more hominum loquitur, quia et sic loquendo nos quaerit).

[3] Cf. U. Eco, Sulla letteratura, Mondadori, Milano 2002, 239.

[4] Cf. E. Richard, One and Many. The Christological Concept of New Testament Authors, Wilmington 1988; P. Fredriksen, De Jésus aux Christs. Les origines des représentations de Jésus dans le Nouveau Testament, Cerf, Paris 1992; R. Schnackenburg, La persona di Gesù Cristo nei quattro vangeli, Paideia, Brescia 1995; B. Witherington III, The Many Faces of the Christ. The Christologies of the New Testament and Beyond, New York 1998; T. Merrigan & J. Haers, edd., The Myriad Christ. Plurality and the Quest for Unity in Contemporary Christology, Leuven-Paris 2000. Sul piano dell’inculturazione oggi, cf. V. Küster, Die vielen Gesichter Jesu Christi. Christologie interkulturell, Neukirchen-Vluyn 1999. Vedi anche: Aa.Vv., Heri et Hodie: figure di Cristo nella storia. Atti del Convegno, Pisa 14-17 novembre 2000, Plus, Pisa 2001.

[5] In Gv il termine “uomo”, anēr (8 volte), è detto di Gesù una volta sola da parte del Battista, che peraltro si affretta a precisare che gli “è passato avanti” (1,30), mentre . In At invece il termine logos è frequentissimo (65 volte) ma solo per indicare o la comune parola umana o la parola dell’annuncio evangelico (9 volte), ma mai il Logos divino personale.

[6] Cf. R. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e sviluppi della cristologia neotestamentaria, I-II, Cinisello Balsamo 1996 (32001) - 1999 (22003).

[7] Cf. R. Penna, “Kerygma e storia alle origini del cristianesimo: le narrazioni evangeliche e le più antiche biografie di Alessandro Magno”, in Vangelo e inculturazione, SBA 6, Cinisello Balsamo 2001, 231-251 specie 240-247.

[8] Per esempio, il celebre nodo gordiano per alcuni è stato sciolto con un colpo di spada (così Clitarco e tutta la tradizione successiva), mentre per Aristobulo fu sciolto semplicemente con le mani unite all’acume e alla pazienza (in Plutarco, Aless. 18)!

[9] Così, Callistene lo presenta come il campione dei Greci in una guerra di rivincita contro i Persiani invasori, Onesicrito come un sovrano filosofo che compie un’impresa civilizzatrice, Nearco come un amico dei suoi soldati preoccupato di scoprire mondi nuovi, Tolemeo come un genio militare, e Aristobulo, in reazione a chi voleva denigrare la sua moralità, come un uomo semplice, riservato con le donne, forte nelle fatiche e interessato ai lavori pubblici del suo impero. Cf. P. Pédech, Historiens compagnos d’Alexandre: Callisthène –Onésicrite – Néarque – Ptolémée – Aristobule, Paris 1984.

[10] L. Pareyson, Verità e interpretazione, Bompiani, Milano 41991, 56-57.




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