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Documento: Problemi e soluzioni per l'impostazione di una cristologia del Nuovo Testamento
Messo in linea il giorno Venerdì, 25 aprile 2008
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I due inizi della cristologia.

Da quanto abbiamo visto, si impone e risulta ineliminabile un rapporto dialettico e insieme necessariamente complementare tra la fase ‘gesuana’ pre-pasquale e la fase ‘cristiana’ post-pasquale. Ebbene, per onorarle entrambe nel loro ruolo rispettivo, pare a me che il metodo migliore per studiare la cristologia neotestamentaria consista nel suddividere in due momenti le sue stesse origini. Peraltro, ciò che qui diciamo della cristologia vale altrettanto e globalmente del cristianesimo in quanto tale. Infatti non c’è cristianesimo né senza Cristo né senza una qualche cristologia. Diremo allora che il cristianesimo, così come la cristologia, è nato due volte[1], anche se le due nascite non sono tra loro equivalenti ma implicano una evidente asimmetria[2]. Naturalmente possiamo allora parlare di inizi e di sviluppi[3], ma la metafora della doppia nascita resta assai efficace e intrigante.

La prima volta il cristianesimo nacque quando Gesù di Nazaret predicò l’evangelo del regno di Dio per le strade e nei villaggi della Galilea. Quella predicazione, accompagnata da significative azioni compiute nei confronti dei ‘poveri’, rivelò anche la sua identità personale, configurabile al minimo come quella di un profeta escatologico, che apriva l’accesso ultimo a Dio. L’accoglienza che egli incontrò, da una parte, e il rifiuto che gli venne opposto, dall’altra, sono i segni contrastanti di una novità da lui rappresentata e percepita di volta in volta come liberante o come destabilizzante. In ogni caso, gli interventi di Gesù in parole e in comportamenti non ebbero soltanto una dimensione funzionale, operativa, ma ne ebbero pure una di tipo per così dire ‘ontologico’, riguardante la definizione della sua stessa identità personale. Certo, la prima componente risulta molto più palese, mentre la seconda è lasciata solo intravedere come in filigrana. Ma la semplice categoria del profeta escatologico chiede di essere sorpassata o comunque integrata da altre caratterizzazioni. Per esempio, la enigmatica denominazione di Figlio dell’Uomo apre almeno uno scorcio su qualcosa di misterioso, così come il suo modo costante di rivolgersi a Dio chiamandolo «Padre» (’Abbà). Bisogna perciò necessariamente giungere a pensarlo come un uomo caratterizzato sia da una particolarissima comunione con Dio il Padre sia da una specialissima intenzione ‘altruistica’ da lui attribuita a tutta intera la sua vita, compresa la sua morte.

La seconda volta il cristianesimo nacque a Gerusalemme, quando i discepoli di Gesù, sulla base di una loro personale esperienza, annunciarono la sua risurrezione/esaltazione. Certo, l’evento verificatosi “il terzo giorno” ha bisogno di essere ben precisato per comprenderne adeguatamente la consistenza e la fecondità, e l’enorme bibliografia in merito sta a dimostrarne l’importanza. Ma è altrettanto certo che, senza questo inedito tipo di esperienza, il cristianesimo ‘galilaico’ sarebbe stato ben poca cosa, probabilmente confinato sia in angusti limiti geografici sia in un modesto patrimonio ideale[4]. In effetti, il kerygma pasquale rappresentò un vero e proprio big bang, che non soltanto scatenò un impegno di testimonianza e di annuncio evangelico prima impensabile[5], ma pure originò tutta una serie di ermeneutiche cristologiche altrettanto originali. L’attività e la persona di Gesù vennero sottoposte a tante interpretazioni quante furono le persone o le comunità che se ne interessarono. Si dimostra così quanto quella persona superi la possibilità di incapsularlo in una sola definizione. In un certo senso, egli può essere detto in molti modi, così come Aristotele dice dell’Essere: Tò dè òn légetai mèn pollakôs[6] (= Ens multipliciter dicitur)! Naturalmente spiccano, su tutte le altre, le imprese ermeneutiche dell’apostolo Paolo, del Quarto evangelista, e dell’apocalittico Giovanni. Ma anche ciascuno dei Sinottici ne presenta una propria, e così si dica dei singoli rappresentanti della tradizione paolina, della lettera agli Ebrei, e delle lettere cattoliche. Si pensi soltanto alle sue definizioni di Signore, di Emmanuele, di Sacerdote (lui, laico!), di Salvatore, di Unigenito, di Agnello sgozzato ma ben ritto in piedi, ecc. La loro molteplicità non significa eterogeneità, ma semplice pluralità in un amalgama tutto sommato armonico[7].

E non è detto che il lavorio ermeneutico su di lui sia terminato. Infatti, benché il Nuovo Testamento stia di fronte a noi come norma canonica permanente, il confronto con Gesù Cristo continua in molti modi: non solo nella vita diversificata di ciascun cristiano, ma anche a livello di inculturazione in altri possibili macro-assetti ideali.


[1] Così già L. Cerfaux, Gesù alle origini della tradizione, San Paolo, Cinisello Balsamo 1972 (Louvain 1968), 144.

[2] Ritengo comunque che il paradosso della doppia nascita sia migliore rispetto alla distinzione fin troppo logica proposta da L. Goppelt, Teologia del Nuovo Testamento, I, 70, tra un fondamento oggettivo (= lo stadio gesuano) e la costruzione che su di esso è stata innalzata (= cristologia della chiesa post-pasquale); infatti, entrambi i momenti hanno avuto una loro propria gestazione: se è vero che la cosa sembra più evidente a proposito della fede pasquale, di cui il Gesù terreno è sicuramente la base portante, bisogna però precisare doppiamente che (a) la fede pasquale rappresentò comunque una novità rispetto alla predicazione di Gesù, il quale non aveva annunciato la propria crocifissione e risurrezione, e che (b) la stessa entrata in scena di Gesù aveva comunque dei robusti fondamenti nella teologia e messianologia giudaica, anche se Gesù si presentò in parziale e anzi rimarcata dissonanza da essa.

[3] Cf. il citato R. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e sviluppi della cristologia neotestamentaria, I-II.

[4] Potrebbe essere la fonte Q, insieme ad altri dati, a farci intravedere che cosa sarebbe stato il cristianesimo privo dell’annuncio pasquale; cf. R. Penna, «Cristologia senza morte redentrice. Un filone di pensiero del giudeo-cristianesimo più antico», in G. Filoramo e C. Gianotto, a cura, Verus Israel. Nuove prospettive sul giudeocristianesimo. Atti del Colloquio di Torino (4-5 novembre 1999), Brescia 2001, 68-94.

[5] «Con Gesù furono crocifisse tutte le aspettative [cristologiche] implicite, evocative o esplicite, per essere risuscitate a nuova vita con la Pasqua nella fede dei primi cristiani» (G. Theissen-A. Merz, Der historische Jesus, 488).

[6] Metaphys. 4,2, 1003a.

[7] Cf. J.-N. Aletti, Gesù Cristo: unità del Nuovo Testamento?, Roma 1995, specie 254-273 («La strutturazione gesucristologica del Nuovo Testamento»).







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