Gesù di Nazaret, 'uomo divino'? - Prima parte
Di Romano Penna
Una critica alla categoria del cosiddetto "uomo divino", modello storiografico creato all'inizio del XX secolo che descriverebbe una particolare unione tra umano e divino verificabile in vari personaggi storici dell'antichità. Validità di questo paradigma ed effetti della sua applicazione alla figura di Gesù di Nazaret.
(Prima parte)
Verifica critica di una categoria ermeneutica. (Prima parte)
Già pubblicato in F. Laplanche (a cura di), Storia del cristianesimo, vol.14: Anamnesis, Borla-Città Nuova, Roma 2005, pp. 557-570.
Da quando Richard Reitzenstein nel 1910 delineò i tratti di una figura di "uomo divino" (che egli esprimeva con il sintagma theîos ánthrōpos)[1] come tipo di una particolare unione tra umano e divino verificabile in vari personaggi storici dell'antichità,[2] un fantasma cominciò ad aggirarsi in Europa tra gli studiosi della cultura ellenistica e soprattutto tra quelli del cristianesimo primitivo, oltre che del giudaismo. Oggettivamente si trattava niente di più che di una ipotesi, anzi direi di una supposizione, visto che, come meglio risulterà da più accurate ricerche successive, una tipologia fissa del genere non è di fatto riscontrabile nelle fonti antiche. Tuttavia da allora in poi, come una sorta di golem minaccioso, essa s'ingrandì fino a divorare una buona parte degli studi sulle origini cristiane. La posta in gioco consisteva in un nuovo tipo di giudizio che si sarebbe potuto dare su Gesù, la cui figura, in base a questa categoria, poteva risultarne doppiamente condizionata: da una parte, infatti, si profilava il rischio di una decostruzione della fede cristologica, in particolare della dimensione forte della sua divinità, cioè della qualifica di persona divina incarnata, poiché il theîos anēr non sarebbe altro che un uomo naturalmente divino (o divinizzato); dall'altra, paradossalmente, si finiva per mettere in pericolo anche la sua dimensione umana storica nella sua specifica dimensione culturale, che sarebbe evaporata in qualcosa di evanescente e inafferrabile, poiché di fatto detta categoria era un mero prodotto di laboratorio, come vedremo subito.
[1] Cf. R. Reitzenstein, Die hellenistischen Mysterienreligionen. Ihre Grundgedanken und Wirkungen, Teubner, Leipzig 1910, 31927, 25-27: la figura si verifica quando "un uomo-dio, sulla base di una più alta natura e di una personale santità, riunisce in sé la possibilità di una profonda conoscenza e la forza di un veggente e di un taumaturgo" (26).
[2] Ma i personaggi addotti erano solo quelli del filostrateo Apollonio di Tiana (secolo I) e del lucianeo Alessandro di Abonuteico (fine II secolo): cf. sotto. Va comunque precisato che qui non entra in gioco l'eventuale dimensione puramente antropologica del concetto, come se ogni uomo fosse considerato un impasto naturale di umano e divino nel senso de "il divino che è in noi" (Platone, Tim. 90C; Aristotele, Et. Nicom. X,7,1177 b 28).