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Documento: Gesù di Nazaret, 'uomo divino'? -1
Messo in linea il giorno Sabato, 27 settembre 2008
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2. Genericità della figura del "theîos anēr".

La più antica ricorrenza documentata del nostro sintagma risale al secolo VIII a.C. e si trova in Esiodo, in una sezione de Le opere e i giorni, in cui si danno norme concrete di tipo sapienziale per il retto comportamento quotidiano dell'uomo religioso. Dopo aver raccomandato di non libare all'alba "lo scintillante vino" né a Zeus né agli altri dèi senza essersi prima lavate le mani sotto pena di non venire ascoltati, il poeta prosegue:

 Non orinare in piedi stando in faccia al sole,

e, dopo che sia tramontato fin quando sorge, ricordati

di non orinare nudo, poiché le notti sono sacre ai Beati,

e non farlo né lungo la strada né fuori di essa.

L'uomo divino (theîos anēr), che conosce le cose sagge, lo fa accosciandosi

o presso il muro di un ben recintato cortile  (vv. 724-732).

Come si vede, il contesto letterario del costrutto è piuttosto banale e il suo significato è abbastanza scialbo: certo esso non riguarda nessun personaggio straordinario, né un taumaturgo né un filosofo, ma soltanto l'uomo in generale in quanto rispettoso della divinità, pio, direi scrupoloso, preoccupato di non compiere nulla di sconveniente nei confronti della purezza degli dèi.[1]

Questo significato sostanzialmente generico si ritroverà ancora persino in un ebreo come Filone Alessandrino, sia pure nobilitato in senso morale:

"Il non commettere alcun peccato è proprio di Dio o forse anche di un uomo divino (theíou andrós); ma quando si è peccato, il passare a una vita senza biasimo è proprio di un saggio (fronímou)" (Virt. 177).

Questa sentenza reca in sé qualcosa di proverbiale (simile al popolare aforisma Errare humanum est, ecc.) e trova una analoga formulazione in Luciano: "È proprio dell'uomo sbagliare, ma è di un dio o di un uomo simile a un dio (andròs isothéou) correggere gli errori" (Demonatte 7).

Se però queste ultime ricorrenze già lasciano intravedere nell'"uomo divino" qualcosa di straordinario, ciò diventa ancora più palese nelle figure degli eroi, dei poeti e dei filosofi. Una delle più antiche ricorrenze del sintagma è presente in Pindaro e riguarda proprio un eroe della guerra di Troia, Antiloco, morto per difendere il padre Nestore.[2] Ma per Platone anche poeti e filosofi sono "divini": a proposito dei primi infatti egli parla di "Pindaro e molti altri poeti, quanti sono divini";[3] quanto ai secondi, egli allude a un filosofo anonimo, di cui si dice: "A me sembra assolutamente che egli non sia un dio (theòs mèn anēr oudamôs), ma divino sì (theîos mēn), perché io definisco così tutti i filosofi".[4] Una particolare manifestazione del divino è affermata nell'ambito della mantica per coloro che sono ispirati dal dio, Apollo o Zeus, come "la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona",[5] che però non vengono dette "divine". Altre figure di benemeriti della cultura umana possono invece cadere sotto questa etichetta.[6] Tuttavia, come si vede, nessuna di queste figure è anche un operatore di miracoli (semmai il prodigio consiste nel fatto stesso di essere quel che sono, e basta). Anzi, in epoca precristiana nessun taumaturgo è detto theîos anēr, anche se può essere celebrato e magari anche autoproclamarsi dio.[7] La negazione di una semantica specifica inerente a questo sintagma è confermata ancora nel secolo II d.C. da Marco Aurelio, là dove egli afferma apertamente che a tutti è possibile diventare "un uomo divino" nella quotidianità della vita![8]

È difficile dunque, anzi impossibile, individuare una tipologia univoca ed omogenea di theîos anēr e conseguentemente è altrettanto arduo formulare una sua definizione. Il recente studio di Anderson non riesce a darne una soddisfacente.[9] In effetti, si tratta davvero di una figura ubiquitaria.[10] Credo che alla base di questa difficoltà, e cioè all'origine della ubiquità del theîos anēr, ci sia nient'altro che la tipica antropologia greca inscindibilmente collegata alla teologia.[11] Per il greco, infatti, non solo "tutto è pieno di dèi" (Talete), ma soprattutto esiste una particolare synghéneia o apparentamento vicendevole tra l'uomo e il divino. A dispetto di una possibile, originaria percezione concernente l'eterogenità tra i due (cf. Pindaro, Nemea 6,1-2.3-5: "Una è la stirpe degli uomini, / altra è quella degli dèi ... / Li divide netta e decisa  / una dynamis"), ciò che s'impone sempre più nella filosofia e nella "Weltanschauung" greca è la loro mutua connaturalità. Lo riconosce già lo stesso Pindaro pochi versi dopo quelli citati: "Eppure ci accostiamo / comunque per la grandezza / della mente e per natura agli Immortali" (ib. 7-9). A parte la possibile derivazione orfica della loro dottrina, sia Platone sia Aristotele concordano nel parlare del "divino che è in noi",[12] dovunque lo si voglia collocare (nell'anima o nella mente). Questa concezione poi ne origina un'altra conseguente, l'idea cioè assai diffusa fin nella grecità popolare, secondo cui un qualche dio possa sempre apparire nella vita quotidiana degli uomini. L'idea è antica, essendo già documentata in Omero;[13] ma la si ritroverà attestata anche al tempo delle origini cristiane, non solo in un pagano come Ovidio,[14] ma persino in un ebreo come Filone Alessandrino, che scrive: "C'è un vecchio detto molto diffuso, secondo cui la divinità (tò theîon) fa il giro delle città sotto forma di uomini diversi per registrare le ingiustizie e le illegalità", anche se subito continua demitizzando: "Forse non è vero, ma per noi è molto utile e conveniente che esso abbia corso" (De somniis 1,233).

Con queste premesse, non sorprende constatare la diffusa credenza che il divino, tò theîon, quasi emergendo come da un fiume carsico appaia di volta in volta con maggiore evidenza in qualche personaggio particolarmente dotato di una dynamis fuori del comune. Ciò da cui bisogna guardarsi, secondo Plutarco, è solo il rischio di "degradare le cose divine al livello umano (exanthrōpízein tà theîa)" come aveva fatto Evemero di Messina "trasformando ugualmente tutti quelli che riteniamo dèi in nomi di strateghi, ammiragli e re, vissuti in tempi antichi",[15] noi diremmo secolarizzando la religiosità tradizionale. D'altra parte, lo stesso Plutarco opera una critica sulla figura stessa dell'uomo divino: paragonando Zeus e la Tyche, egli afferma che questa seconda è la vera divinità suprema, mentre quando gli uomini non la conoscevano ancora davano "nomi di dèi" alle forze misteriose, indeterminate, irregolari, difficili da controllare per la ragione, "proprio come noi siamo abituati a chiamare daimónioi kaì theíoi avvenimenti e comportamenti e persino discorsi e uomini"![16]


[1] Del resto, lo stesso aggettivo theîos nella grecità gode di una applicazione semantica assai sfaccettata, poiché può essere detto di un sogno (Iliade 2,22), di una voce (ib. 2,41), di un araldo (ib. 4,192), di una stirpe (ib. 6,180), di un cantore (Odissea 4,17), di una dimora (ib. 4,43), di un re (ib. 4,691), di una malattia (Sofocle, Aiace 185), della follia (ib. 611), della legge (Tucidide 3,82,6), della sorte (Erodoto 1,126,6), ecc. In Iliade 2,335 anche Odisseo viene detto "divino", e questo titolo (onorifico) si ritroverà nel latino divus, detto per esempio di Cesare e poi degli imperatori. Il vocabolo perciò gode di un arco semantico molto esteso e spazia dal significato letterale di "divino" (di natura o di origine) a quello più attenuato di "sacro agli dèi", "sovrumano", fino al semplice "straordinario", "meraviglioso", "eccellente", nel senso di qualcosa di ammirevole.

[2] Cf. Pindaro, Pitica 6,38, dove di Antiloco si legge: "L'uomo divino (ho theîos anēr) / comprò con la sua morte la difesa del padre" (vv. 38-39).

[3] Cf. Menone 81b. Vedi anche Ione 530b, dove Omero è definito "il migliore e il più divino tra i poeti (áristos  kaì theiótatos tôn poiētôn)"; in Repubblica 331e, poi, il poeta Simonide è detto sofòs kaì theîos anēr, "uomo saggio e divino". Quanto al testo tratto dal Menone è interessante notare che subito prima si parla di "sacerdoti e sacerdotesse", senza attribuire ad essi la stessa qualifica: infatti il sacerdote, che media soltanto nella direzione dell'uomo verso il dio, non è così "divino" come il poeta (e analogamente il profeta o il filosofo), che invece media nella direzione del dio verso l'uomo.

[4] Sofista 216b-c. In generale, vedi anche D.L. Tiede, The Charismatic Figure, 1-100. In particolare, Diogene Laerzio definirà "divini" tutti i saggi" (7,119); vedi l'analisi di questo testo in D.S. du Toit, Theios Anthropos, 77-97.

[5] Cf. Fedro 244b; Timeo 71e-72b. Del resto, persino Filone Al., a proposito del Sommo Sacerdote che entra da solo nel Santo dei Santi nel giorno del Kippûr [ma qui Filone fraintende il testo greco di Lev 16,17 ánthrōpos aok éstai, poiché egli lo intende non nel senso originale che là "non ci sarà alcun altro uomo", bensì nel senso che là il Sommo Sacerdote "non sarà più un uomo"!], dice che "gli è assegnato un rango intermedio (tra Dio e l'uomo)", ma quando ne esce "ritorna dalle regioni divine e ridiventa uomo" (De somniis 2,231-233).

[6] Vedi per esempio Filebo 18b, dove l'invenzione dell'alfabeto e in specie della varietà delle vocali è attribuita a "un dio o un uomo divino (eíte tis theòs eíte kaì theîos ánthrōpos)", il quale capì che "la voce è infinita" nelle sue modulazioni (con riferimento all'egiziano Thot).

[7] Ciò almeno è tramandato del medico Menecrate di Siracusa (secolo IV a.C.), il quale, avendo guarito vari epilettici, venne considerato Zeus e come tale si presentò a Filippo il Macedone e al re di Sparta. Ma è sintomatica l'ironia con cui ne parla Plutarco: "Il medico Menecrate, che era stato soprannominato Zeus per aver azzeccato certe cure difficilissime, aveva il cattivo gusto di usare quell'epiteto. Osò ad esempio mandare ad Agesilao una lettera con questa intestazione: . Agesilao rispose: " (Agesilao 21; trad. C. Carena). Anche Pirro re dell'Epiro (319-272 a.C.) "godeva fama di saper guarire i mali della milza sacrificando un gallo bianco, e quindi, mentre i pazienti giacevano supini, toccando leggermente col piede destro il viscere malato ... Si racconta che l'alluce di quel suo piede aveva un potere divino (dýnamin theîan)" (Pirro 3). Vedi l'elenco e l'analisi che dei vari taumaturghi antichi viene fatta da B. Blackburn, Theios Anēr, 24-72.

[8] Cf. Ricordi 67: "La natura non ti ha fuso con l'impasto mondano in modo che tu non possa circoscriverti e dominare tutte le cose che ti appartengono. È infatti possibilissimo diventare un uomo divino (theîon ándra genésthai), senza che gli altri se ne accorgano". Tuttavia nel contemporaneo Luciano di Samosata, Philops. 34, si parla di un hierós tis ánthrōpos che con parole magiche è in grado di trasformare in uomo una scopa o un pestello per poi farli tornare alla condizione previa.

[9] Cf. G. Anderson, Sage, Saint  and Sophist. Holy men and their associates in the Early Roman Empire, Routledge, London 1994; al più egli scrive: "In generale ho cercato l'impostazione più vasta possibile e il tipo più flessibile di etichettatura. Ciò mi ha condotto a considerare come uomo santo chiunque possa ragionevolmente essere chiamato 'a virtuoso religious activist'... Anche in questo tentativo di definizione è bene riconoscere che tutti e tre i termini [della definizione] sono passibili di contestazione" (3).

[10] Così si esprime il recensore del citato volume di G. Anderson: J.J. Flinterman, "The ubiquitous ",  Numen 43 (1996) 82-98.

[11] Cf. J. Pépin, Idées grecques sur l'homme et sur Dieu, Les Belles Lettres, Paris 1971.

[12] Cf. Platone, Timeo 90C: "il divino che è in noi" (tò en hemîn theîon); Aristotele, Etica nicomachea X,7,1177 b 28: "il divino che è in lui", scil. nell'uomo (theîon ti en autôi hypárchei).

[13] Cf. Odissea 13,312-313, dove ad Atena, apparsagli sotto l'aspetto di una donna comune, Odisseo dice: "Difficile, o dea riconoscerti quando t'incontra un mortale, / anche se è molto saggio: tu infatti ti rendi simile a chiunque".

[14] Vedi la delicata storia di Bauci e Filemone in Metamorfosi 8,618-724 (Giove e Mercurio entrano ospiti a casa loro specie mortali).

[15] Plutarco, De Iside et Osiride 23 (= 360A).

[16] Plutarco, Quomodo adolescens poetas audire debeat 6 (= 24A).




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