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Documento: Gesù di Nazareth, 'uomo divino'? -2
Messo in linea il giorno Sabato, 27 settembre 2008
Pagina: 2/2
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5. Conclusione.

Nonostante l'ironia di Schweitzer e nonostante che il nostro esame sul possibile influsso esercitato dalla categoria del theîos anēr sulla comprensione di Gesù sia approdato di fatto a un esito sostanzialmente negativo, non si deve sottovalutare l'importanza metodologica dell'indagine condotta. La figura di Gesù è troppo importante per la fede e per la storia perché si possa trascurare di vagliare ogni possibile ambito di spiegazione della sua identità. Anche se alla fine del cammino risulta che la strada percorsa è improduttiva ai fini della comprensione di Gesù, resta in ogni caso assicurata almeno la probabilità che egli su quel versante non ha elementi di confronto compromettenti. Evidentemente però, per ottenere questo risultato, bisogna aver scandagliato la possibilità contraria.

Il Gesù reale dunque è ben di più e soprattutto è ben più concreto di un virtuale theîos anēr dalla discutibilissima consistenza storica. Abbiamo visto che questa categoria, propria della cultura  greca, è quanto mai vaga, potendo significare molte cose ed essere applicata a molti personaggi di tipo assai diverso. Solo in ragione di questa genericità essa potrebbe essere attribuita anche a Gesù e solo  tenendo presenti alcuni caveats. Certo si può concedere che essa potrebbe alludere alla divinità di Gesù, visto che questa appartiene certamente alla fede cristiana. Ma alcune constatazioni ce lo impediscono: (1) il fatto che essa non venne mai usata dalla tradizione cristiana in questo senso,[1] (2) il fatto che essa per la sua origine suppone una Weltanschauung di tipo politeistico, (3) il fatto che essa vuole esprimere la semplice divinità connaturale di un uomo o la sua divinizzazione, e (4) il fatto che essa nella storia della ricerca del secolo XX venne limitata alla dimensione taumaturgica di Gesù, mentre la chiesa postpasquale, secondo le attestazioni di Paolo e del materiale preredazionnale presente nelle sue lettere, proclama la divinità di Gesù non in base ai suoi miracoli ma in base alla sua risurrezione in quanto questa rivela una identità divina.

Pertanto il confronto tra Gesù e altri personaggi straordinari della tradizione sia giudaica sia greca è possibile (e doveroso!) anche senza ricorrere a una categoria, che alla prova dei fatti si è rivelata improduttiva.


[1] Essa al contrario, invece di servirsi di un sintagma già noto, coniò delle espressioni nuove, come il costrutto theòs ánthrōpos, il sostantivo composto theánthrōpos, e l'aggettivo theandrikós  (cf. D.S. du Toit, Theios Anthropos, 405).







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