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Documento: Metodi per lo studio del Nuovo Testamento
Messo in linea il giorno Domenica, 01 dicembre 2002
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La «Storia delle forme»

La critica del ‘900 ha sviluppato, sempre nell’ambito dello studio sulla storia antecendente alla redazione ultima e definitiva dei Vangeli1, due metodologie particolari, denominate alla tedesca (perché tedeschi sono stati i promotori) Formgeschichte , ossia «Storia delle forme», e Redaktionsgeschichte , ossia «Storia della redazione».

La «Storia delle forme», che fa capo agli studi di Karl Ludwig Schmidt (1919), Martin Dibelius (1919) e Rudolf Bultmann (1921)2, si è interessata della formazione e della trasmissione dei materiali confluiti nei Vangeli a partire dalle singole unità primitive.

È partita dalla constatazione che si possono riconoscere nei testi attuali dei Vangeli piccole unità o «pericopi», talora non ben connesse col contesto e sistemate talvolta in modi diversi nei diversi Vangeli (quando si ritrovino in più Vangeli). Ha quindi studiato ogni brano isolabile dal contesto cercando di classificarlo, con risultati invero non concordi e non sempre chiari, e poi di ricostruirne la forma originaria, eliminando gli elementi che, anche attraverso il confronto con i paralleli, risultino essere delle aggiunte; quindi ha cercato il suo significato e la sua funzione nella situazione in cui fu elaborato (Sitz im Leben, «collocazione nel contesto vitale») e poi anche la sua storia successiva con gli adattamenti e le modificazioni legate a nuove situazioni e nuovi bisogni della comunità cristiana.

Per quanto riguarda la classificazione3, le forme sono state distinte innanzitutto in due categorie: quella delle «parole» e quella della «storia» o dei racconti.

Le parole si possono raggruppare essenzialmente in:

  • Detti profetici. Ad es. Mc 13,30; Lc 21,32: «In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute»;

  • Detti sapienziali. Ad es. Mc 6,4: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, fra i suoi parenti e nella sua casa»; cfr. Lc 13,33: «non è possibile che un profeta muoia fuori da Gerusalemme»;

  • Precetti. Ad es. Mc 10,11: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei...»; cfr. Lc 16,18;

  • Parabole. Sono spesso introdotte da hôs, hôsper, «come»: ad es. Mc 4,31: «Esso - ossia il Regno - è come un granellino di senapa che...»; ma anche da espressioni generali come oudeis, «nessuno»: ad es. Mc 2,21: «Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio...»;

  • Detti-io o detti cristologici. Sono per lo più introdotti da êlthon, «sono venuto per», o ouk êlthon, «non sono venuto per», + infinito: ad es. Mc 2,17: «Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori»; cfr. Lc 5,32; ma talora hanno come soggetto «il Figlio dell’uomo»: ad es. Mc 10,45: «Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire...»; Lc 19,10: «Il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto», ecc.

Si è anche ritenuto che nel corso della tradizione gruppi di detti siano già stati accorpati in sequenze fisse: per il Vangelo di Marco si pensa, ad es., che le composizioni di detti di 9,33-50 (relativi a istruzioni ai discepoli) e 10,1-45 (sul divorzio) e la raccolta di parabole del cap. 4, preesistessero al lavoro dell’evangelista.

Le forme dei racconti hanno presentato maggiori difficoltà alla classificazione, perché spesso si incontrano forme miste. Di fatto, i risultati di Dibelius e Bultmann divergono molto su questo punto, e anche successivamente non si sono trovati procedimenti uniformi.

  • Si può parlare di paradigmi (secondo la denominazione di Dibelius) o apoftegmi (secondo Bultmann), nel caso di racconti esemplari, anche di miracoli, che hanno il loro punto focale in un detto di Gesù: ad es., gli episodi di guarigione del paralitico, in Mc 2,1-12; Lc 5,17-26; della spigolatura di sabato, in Mc 2,23-28; Lc 6,1-5; dell’uomo dalla mano inaridita, in Mc 3,1-6; Lc 6,6-11; della donna curva, in Lc 13,10-17; dell’unzione di Betania, in Mc 14,3-9; vengono distinte, tra i paradigmi, le storie di chiamata (es.: Mc 1,16-20; 2,14; Lc 5,27-28).

  • È possibile poi distinguere (secondo Zimmermann, ma né Dibelius né Bultmann distinguevano dal gruppo precedente) le dispute. Ce ne sono cinque in Mc, tra 11,27 e 12,37: sull’autorità di Gesù, sul tributo a Cesare, sulla risurrezione, sul più grande comandamento, sul Messia; quattro si ritrovano in Lc 20,1-44, quella sul più grande comandamento in Lc 10,25-28. Talora si presentano come dialoghi dottrinali: ad es. Mc 7,1-23, sul puro e sull’impuro. Presentano una sorta di schema fisso: un comportamento strano di Gesù o dei suoi discepoli suscita una critica degli avversari, segue la risposta di Gesù, che per lo più ‘spiazza’ gli interlocutori e li zittisce.

  • I racconti di miracoli si distinguono dai racconti di miracoli classificati come paradigmi, in quanto non sono tanto orientati a evidenziare una parola di Gesù, quanto a dimostrare la sua potenza divina. Ad es., guarigione della suocera di Pietro, in Mc 1,29-31; Lc 4,38-39; guarigione dell’emorroissa, in Mc 5,25-34; Lc 8,43-48; guarigione del cieco di Gerico, in Mc 10,46-52; Lc 18,35-43; ecc. Gli episodi della trasfigurazione, in Mc 9,2-10; Lc 9,28-36, e di Gesù che cammina sulle acque del lago, in Mc 6,45-52, si possono includere in questa serie, e sono definibili più specificamente come miracoli-epifanie (perché sono miracoli finalizzati alla rivelazione dell’identità divina di Gesù). Anche nel caso di racconti di miracoli si può rilevare la presenza di elementi fissi: descrizione di una situazione di bisogno, richiesta a Gesù di intervenire, intervento di Gesù che risolve la situazione, constatazione degli effetti dell’intervento, stupore dei presenti. Si possono distinguere ulteriormente nei racconti di miracolo sottogeneri: guarigioni di malattie, esorcismi, moltiplicazioni di pani, tempeste sedate, ecc. Ciascun sottogenere ha caratteristiche sue.

Una narrazione storica a parte viene considerata, in Marco, quella della morte di Giovanni Battista (Mc 6,17-29), che nel suo nucleo originario sembra quasi autonoma rispetto alla storia di Gesù.

Un complesso indipendente e ben fissato nelle sue linee essenziali, probabilmente il più antico come composizione unitaria, è la storia della passione (Mc 14-15; Lc 22-24).

Anche per il materiale narrativo si ipotizza l’esistenza di raccolte primitive, ma non tutti sono d’accordo sull’identificazione di queste raccolte: ad esempio, alcuni pensano che sia esistita una raccolta premarciana di miracoli (corrispondente all’incirca ai racconti della tempesta sedata, dell’indemoniato di Gerasa, della risurrezione della figlia di Giairo, della guarigione dell’emorroissa, che si trovano in successione continua in Mc 4,35-5,43; Lc 8,22-56), altri lo negano.

La Storia delle forme ricerca inoltre il Sitz im Leben (la situazione vitale) di ciascuna delle forme individuate, nelle varie fasi della sua trasmissione, a partire dagli inizi. Normalmente questo Sitz im Leben viene ritrovato nelle varie circostanze della vita della comunità cristiana: predicazione, catechesi, liturgia, polemica con avversari, ecc. Si ritiene, cioè, che i singoli testi abbiano avuto origine e siano stati usati da persone cristiane che svolgevano un determinato ruolo ecclesiale, si rivolgevano a un determinato pubblico in circostanze specifiche e per rispondere a bisogni specifici, e si cerca quindi di ricostruirli. Poiché, inoltre, la Storia delle forme pensa di poter rintracciare nei Vangeli gli indizi di adattamenti successivi del medesimo materiale, la ricerca riguarderà non un solo Sitz im Leben, ma tanti Sitze im Leben quanti sono gli strati ricostruibili della storia del brano. Anche ogni Vangelo nel suo complesso deve aver avuto un proprio Sitz im Leben .

La Storia delle forme mette dunque in secondo piano l’aspetto della storicità e si concentra sulla parte che ha avuto la comunità cristiana nell’elaborazione della tradizione evangelica. Questo atteggiamento, soprattutto nel modo in cui si è espresso con le ricerche di Bultmann, ha suscitato in passato perplessità e difficoltà a chi pensava che fosse minacciato il fondamento della fede. Oggi invece il metodo viene accettato comunemente e integrato nell’analisi, senza problemi.


L’esempio del brano su Levi e i pubblicani

(Mt 9,9-13; Mc 2,13-17; Lc 5,27-32)

Il confronto sinottico ha portato come conclusione più probabile che sia il testo di Mc quello più antico:

E uscì di nuovo lungo il mare; e tutta la folla veniva a lui ed (egli) li ammaestrava. E passando vide Levi il (figlio) di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli dice: «Seguimi». E (quegli), levatosi, lo seguì. E avviene che egli si trovasse a tavola nella sua casa, e molti pubblicani e peccatori si misero a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano infatti molti, e lo seguivano. E gli scribi dei farisei, vedendo che mangia(va) con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia con i pubblicani ed i peccatori?». E Gesù, avendo udito, dice loro: «Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

L’analisi storico-formale, quindi, si concentra su di esso per identificare il materiale tradizionale che è stato utilizzato. E per far questo, cerca, innanzitutto, di distinguerlo dagli interventi redazionali dell’evangelista. Si suppone che siano redazionali i moduli e le espressioni che ritornano più frequentemente in questo Vangelo, a differenza che negli altri; tuttavia non c’è accordo tra gli studiosi nella specificazione di ciò che appartiene alla mano dell’evangelista e di ciò che appartiene alla tradizione a lui antecedente.

Nel caso presente, risulta a tutti chiaro che abbiamo due brani collegati tra loro (il principale elemento di collegamento è il riferimento ai pubblicani e al fatto che Gesù li accoglie con sé), e questi brani si possono classificare, rispettivamente, come «storia di chiamata» (Mc 2,14), un sottogenere del paradigma, e «disputa» (2,15-17). All’interno della disputa abbiamo poi due detti di Gesù, di cui uno ha la forma del proverbio o detto sapienziale («non sono i sani...»), l’altro è un detto-io o detto cristologico o giudizio sulla propria missione («non sono venuto per ...»).

La storia di chiamata presenta strette analogie con le precedenti storie di chiamata di Mc 1,16-20; si veda in particolare il parallelo con 1,16-18:

1,16-18

2,14

E passando lungo il mare della Galilea vide Simone e Andrea, fratello di Simone, intenti a gettare le reti in mare [...] E disse loro Gesù: «Venite dietro di me» [...] E subito, lasciate le reti, lo seguirono.

E passando vide Levi figlio di Alfeo seduto al banco delle imposte e gli dice: «Seguimi». E, alzatosi, lo seguì.


La storia di chiamata illustra in rapidi tratti due elementi: la modalità della chiamata di Gesù, che arriva improvvisa nelle circostanze della vita quotidiana, durante il proprio lavoro, e la modalità con cui il vero discepolo risponde alla chiamata, ossia la pronta e incondizionata obbedienza che impone il distacco immediato dalla vita precedente. Lo scopo del racconto è quello di fornire un esempio di comportamento per colui che si accosta alla fede in Cristo. Il Sitz im Leben originario potrebbe essere stato quello della predicazione.

L’episodio del banchetto si caratterizza come disputa tra Gesù e i farisei a proposito del suo mescolarsi con pubblicani e peccatori, ritenuti persone corrotte e impure dai giudei e quindi da evitare. Esso segue lo schema ordinario di altre dispute, articolate in tre momenti: un insolito comportamento di Gesù (1) provoca una domanda di rimprovero degli avversari (2), a cui segue una risposta decisiva di Gesù che li fa tacere (3). Esempi analoghi di dispute ritroviamo in Mc 2,1-124; cfr. Lc 5,17-26 (Gesù assicura al paralitico che gli sono rimessi i suoi peccati, alcuni scribi protestano increduli, Gesù dimostra loro il suo potere guarendo il paralitico); Mc 3,22-275; cfr. Lc 11,14-23 (dopo alcuni esorcismi di Gesù, gli scribi lo accusano di essere lui stesso indemoniato, Gesù risponde loro con una parabola su satana); Mc 7,1-236 (alcuni farisei e scribi che hanno notato come i discepoli di Gesù non si lavino le mani prima di mangiare ne fanno rimprovero a Gesù, che a sua volta li critica aspramente e poi parla della vera impurità), ecc. Il Sitz im Leben di questo brano viene identificato in un momento in cui erano vive all’interno della comunità cristiana le polemiche col giudaismo a proposito dell’accoglienza verso i «peccatori», ossia, soprattutto, i pagani, ma anche altre categorie considerate impure. Già Paolo (cfr. Gal 2,12) e gli Atti (11,1-3) testimoniano le difficoltà che sorgevano in alcune comunità a proposito della partecipazione a pasti comuni tra ex ebrei ed ex pagani7.

È stato osservato che in Mc è evidente l’operazione di cucitura di due episodi autonomi, perché egli si limita ad introdurre il secondo brano con un kai, «e», e non si preoccupa di appianare i punti oscuri che derivano dalla combinazione: non chiarisce il tempo del banchetto né l’identità del padrone di casa; resta oscura anche la presenza di un folto gruppo di discepoli, di cui non si era ancora prima parlato nel Vangelo; anche la comparsa degli scribi e le circostanze in cui pongono la domanda ai discepoli non sono specificate.

Una volta combinati insieme, i due brani acquistano la forma di un unico paradigma, in cui il primo brano fa da introduzione e l’accento cade sul detto finale di Gesù.

Tuttavia, va rilevato pure che nella ricerca di ciò che è tradizionale e ciò che appartiene alla mano del redattore restano molti punti incerti. Alcuni studiosi (Taylor, Zimmermann, Gnilka) ritengono che entrambi i brani derivino dalla tradizione, altri (Pesch) invece pensano che il primo sia stato elaborato da Marco, solo il secondo sia antecedente, altri (Bultmann) al contrario che sia una composizione di Mc la scena del banchetto. Secondo Pesch il brano del banchetto farebbe parte della raccolta premarciana di dispute che si estende da 2,15 a 3,6 e contiene, oltre a questa disputa, quella sul digiuno e quelle sul sabato8.

Anche sugli interventi redazionali apportati dall’evangelista per introdurre e collegare i brani, non c’è univocità. C’è accordo solo nell’attribuire a Mc il v.13, che funge da introduzione, e la frase causale in 15 c (êsan gar polloi..., «erano infatti molti»): nel v.13 ricorrono termini e indicazioni (sulla riva del mare, la gran folla, Gesù intento a insegnare) che sono correnti anche altrove nel Vangelo. Ma, ad es., per il detto finale di Gesù («non sono venuto per ...»), alcuni pensano che facesse parte del brano tradizionale (Pesch), altri (Bultmann, Dibelius) che sia un’elaborazione di Mc. Il detto precedente («non sono i sani...») si dimostra più facilmente appartenente alla tradizione perché è stato tramandato anche autonomamente (ad es., nella Lettera di Barnaba 5,9; in Giustino, I Apologia 15,8); presenta paralleli anche nella letteratura classica. Ma, mentre per i più è uno degli ipsissima verba (reali parole) di Gesù, Schweizer, ad esempio, si mostra convinto che sia un’elaborazione successiva della comunità, come anche il detto successivo.


1 Il metodo è però stato applicato anche agli Atti e, in parte, alle lettere del NT.

2 K. L. SCHMIDT, Der Rahmen der Geschichte Jesu (La cornice della storia di Gesù), Berlin, 1919; M. DIBELIUS, Die Formgeschichte des Evangeliums (La Storia delle forme del Vangelo), Tübingen 1919, 19665; R. BULTMANN, Die Geschichte der synoptischen Tradition (La storia della tradizione sinottica), Göttingen 1921, 19615, Ergänzungsheft 19623.

3 Cfr. H. ZIMMERMANN, Metodologia del NT. Esposizione del metodo storico-critico, Torino, Marietti, 1971, pp. 125-140.

4 Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua». Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

5 Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni». Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: «Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l'uomo forte; allora ne saccheggerà la casa.

6 Allora si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame - quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». E aggiungeva: «Siete veramente abili nell'eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo». Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?». Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. Quindi soggiunse: «Ciò che esce dall'uomo, questo sì contamina l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo».

7 Gal 2,12: Prima che giungessero [ad Antiochia] alcuni da parte di Giacomo, egli [Pietro] prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi; At 11,2-3: E quando Pietro salì a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproveravano dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro».

8 Altri (cfr. J. SCHMID, L’Evangelo secondo Marco, trad. ital., Brescia, Morcelliana, 19663, ed. orig. Regensburg, 1955) pensano che anche la disputa di Mc 2,1-12, che riguarda il potere di rimettere i peccati, facesse parte della raccolta premarciana.




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