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Documento: Metodi per lo studio del Nuovo Testamento
Messo in linea il giorno Domenica, 01 dicembre 2002
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La «Storia della redazione»

La «Storia della redazione» (Redaktionsgeschichte), che si è sviluppata soprattutto dagli anni ‘50 in poi (uno studio fondamentale è quello di W. Marxsen del 19561), ha integrato la «Storia delle forme», in quanto ha posto l’accento sulle caratteristiche e sugli apporti del redattore finale del Vangelo, che gli studi precedenti tendevano a ignorare o sottovalutare.

La Storia della redazione si interessa particolarmente di alcuni elementi presenti nei Vangeli:

  • La cornice, con cui si intende essenzialmente la serie dei brani di introduzione e di conclusione delle pericopi, che dovrebbero appunto essere di mano dell’evangelista. Ogni evangelista ha un suo modo di legare e introdurre i brani: si può notare che Mc spesso si limita a giustapporre, mentre gli altri collegano per lo più con espressioni generiche che indicano un rapporto temporale, di contemporaneità o di successione (Mt con tote, «allora», en ekeinôi tôi kairôi, «in quel tempo», Lc e Gv con meta tauta, «dopo queste cose»). Importanti sono le indicazioni geografiche e cronologiche, che in gran parte devono essere attribuite ai redattori e che acquistano spesso un valore simbolico: normalmente gli studiosi pensano che Mc ne abbia fatto uno scarso uso personale (per lo più avrebbe riportato indicazioni della tradizione), mentre Mt e soprattutto Lc le avrebbero sviluppate: si sottolinea a questo proposito il significato fondamentale che ha Gerusalemme in Lc e la centralità che assume nel suo Vangelo il «viaggio verso Gerusalemme»; inoltre, anche indicazioni come monte, mare, ecc., dovrebbero essere intese secondo una valenza simbolica e non semplicemente locativa;

  • La scelta del materiale. Si suppone che valga per tutti i Vangeli l’ammissione che fa Gv, in 20,30, di non aver scritto tutto: in questo caso si tratta di scelta nel senso di omissione di una parte del materiale a disposizione; talora, invece, l’evangelista aggiunge, rispetto a un altro, materiale attinto da altra fonte. Ad es., nella controversia sul divorzio, Mt, in 19,3-12, aggiunge, rispetto a Mc 10,2-12, un detto sul farsi eunuchi che cambia profondamente il significato del brano;

  • La disposizione e la strutturazione del materiale: è in gran parte opera degli evangelisti il collegamento di brani che nella tradizione comparivano isolati. È possibile constatare che ciascun evangelista colloca diversamente dagli altri singoli brani o parti di un brano, e in questo modo conferisce loro un diverso significato. Ad es., la chiamata dei primi discepoli, che in Mc è posta in rilievo, proprio all’inizio del ministero di Gesù, in 1,16-20, in Lc si trova in 5,1-11, dopo una serie di episodi di predicazione e di guarigione;

  • Le modificazioni, di vario genere, apportate al materiale tramandato. Sono il repertorio più ampio.

Appartengono a quest’ultimo ambito le correzioni stilistiche: modificazioni dei tempi dei verbi, della struttura sintattica, di termini, ecc. Sono numerose in Lc nel confronto di Mc; ma si veda anche Mt, che in 22,41-46 trasforma in dialogo articolato con gli avversari quella che in Mc 12, 35-37 era una questione posta da Gesù a proposito della definizione del Messia come Figlio di Davide. Vengono talora introdotte spiegazioni di termini o concetti che risultano, in una nuova situazione, poco chiari: ad es., Mc introduce, in 7,3-4, una spiegazione sulle usanze purificatorie dei giudei, evidentemente rivolgendosi a un pubblico pagano, che non le conosce.

Può capitare che un’immagine venga trasformata, sempre in rapporto con una situazione diversa: ad es., a proposito della medesima similitudine della casa, mentre Mt, in 7,24-27, parla di casa costruita o sulla roccia o sulla sabbia, Lc, in 6,47-49, parla di casa costruita con solide fondamenta o senza fondamenta: probabilmente, l’uno ha in mente l’ambiente palestinese, l’altro l’ambiente ellenistico.

Significative sono le omissioni di frasi o di espressioni ritenute difficili: ad es., l’affermazione di Mc 13,32 secondo cui «neanche il Figlio» conosce il giorno o l’ora (della venuta del Figlio dell’uomo e dell’instaurazione del Regno) è stata omessa da Lc 21,33-34, perché parsa teologicamente inaccettabile. Anche in questo caso la difficoltà è segnalata dalle omissioni della tradizione manoscritta di Mc (e di Mt).

Si riscontrano inoltre abbreviazioni, specialmente di particolari ritenuti superflui. Si notano in Mt e Lc rispetto a Mc: si veda, ad esempio, l’episodio dell’indemoniato di Gerasa, che in Mc 5,1-20 occupa ben 20 versetti, ed è ridotto a 14 in Lc 8,26-39, e a 7 in Mt 8,28-34.

Si hanno infine inserzioni di citazioni e commenti scritturali: è tipico di Mt aggiungere accenni al compimento della Scrittura, secondo la formula: «E questo avvenne affinché si adempisse la parola...».

Il lavoro specifico di ogni evangelista si riconosce soprattutto attraverso il confronto con gli altri Vangeli. Però i procedimenti con cui si cerca di distinguere ciò che dovrebbe risalire a Gesù, ciò che appartiene alle aggiunte interpretative della comunità e ciò che è stato elaborato nella redazione definitiva non sono semplici né privi di rischi, e i risultati sono spesso fragili e contraddittori.

Su tutti i punti questo tipo di ricerca incontra difficoltà maggiori quando si occupa del Vangelo di Mc, perché non si hanno nel suo caso termini precisi di confronto con i precedenti, come invece si hanno per Mt e Lc (presupponendo che conoscessero appunto Mc e questo Mc). Perciò per Mc più che per gli altri sinottici si procede per via ipotetica.

Tutti gli interventi apportati dal redattore vanno intesi come espressioni di una propria e particolare interpretazione teologica della figura e della vicenda di Gesù.

L’esempio del brano su Levi e i pubblicani

(Mt 9,9-13; Mc 2,13-17; Lc 5,27-32)

La storia della redazione si occupa in particolare degli interventi redazionali dell’evangelista (che la storia delle forme aveva distinti dal materiale tradizionale) per cogliere la sua prospettiva particolare e capire anche in quale situazione vitale (Sitz im Leben) abbia operato.

Nel caso del brano in oggetto, esamina pertanto la redazione di ciascun evangelista confrontando gli interventi specifici in questo testo con gli altri elementi redazionali ricavabili dall’analisi di tutto il Vangelo.

Molti elementi utili si possono trarre dalle ricerche della Critica delle fonti (là dove considera le «differenze» tra i Vangeli) e della Storia delle forme (là dove cerca di separare il materiale tradizionale da quello redazionale): ma la finalità è qui diversa, perché la Storia della redazione mira, non a stabilire i rapporti tra i Vangeli, non a ricostruire la storia dell’elaborazione dei Vangeli, ma, secondo le parole di un esponente autorevole del metodo2, mira a «spiegare l’opera nella sua forma attuale».

Marco

E uscì di nuovo lungo il mare; e tutta la folla veniva a lui ed (egli) li ammaestrava. E passando vide Levi il (figlio) di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli dice: «Seguimi». E (quegli), levatosi, lo seguì. E avviene che egli si trovasse a tavola nella sua casa, e molti pubblicani e peccatori si misero a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano infatti molti, e lo seguivano. E gli scribi dei farisei, vedendo che mangia(va) con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia con i pubblicani ed i peccatori?». E Gesù, avendo udito, dice loro: «Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Nonostante la maggior ampiezza, il testo di Mc è quello più ambiguo e pieno di punti oscuri. Abbiamo già notato che Mc non si preoccupa di collegare coerentemente i due episodi, non chiarisce chi sia l’ospitante, né come e quando ci sia stato lo scontro con gli avversari (di cui non si può facilmente pensare che fossero tra gli invitati e ancor meno tra i seguaci di Gesù). Egli anzi sembra voler sottolineare gli aspetti paradossali e i contrasti.

Sottolinea più volte il gran numero dei seguaci di Gesù (2,13 e 15), facendo supporre che, tra questi seguaci, fossero molti proprio «i pubblicani e i peccatori». Eppure, dal suo testo si può ricavare che fosse Gesù stesso a invitarli alla sua mensa, così come lui stesso aveva chiamato al suo seguito il pubblicano Levi. La comunione alla mensa, che già nella mentalità comune era il segno di una comunanza di vita e di sentimenti, acquista in un contesto religioso un alto valore simbolico: è comunione alla salvezza. Il comportamento di Gesù risulta dunque tanto più «scandaloso» rispetto a quello che risulta da Lc. L’indignazione degli avversari viene accresciuta dalla ripetizione dell’espressione esthiei meta tôn telônôn kai hamartôlôn, «mangia con i pubblicani e i peccatori», in 2,16, prima come oggetto del «vedere» da parte degli scribi, poi come oggetto della critica espressa oralmente da loro. Si noti l’inversione dei due termini nel primo caso: mentalmente gli scribi considerano quelle persone prima «peccatori», poi «pubblicani», dimostrando così il loro pregiudizio.

L’impressione sconcertante della condotta di Gesù è infine accentuata dal carattere assoluto dell’affermazione finale: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori», rispetto agli altri due evangelisti, che hanno voluto qui correggere e attenuare, Mc vuole sottolineare che, per volontà di Gesù stesso, la comunità cristiana accoglie tutti, senza discriminazioni.

Matteo

E passando Gesù di là, vide un uomo, detto Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli dice: «Seguimi». E (quegli), levatosi, lo seguì. E avvenne che mentre egli era a tavola nella casa, ecco, essendo venuti molti pubblicani e peccatori, si misero a tavola con Gesù ed i suoi discepoli. E vedendo (ciò), i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani ed i peccatori?». Ma egli, avendo udito, disse: «Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati. Andate e imparate che cosa significa: “Misericordia voglio e non sacrificio (Os 6,6); infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Gli interventi più significativi attribuibili a Mt sono la sostituzione del nome proprio «Matteo» a «Levi» e l’inserzione della citazione biblica nel detto finale di Gesù.

Il nome «Matteo il pubblicano» si ritrova nella lista dei dodici apostoli che Mt dà in 10,3 e si può pensare che l’evangelista abbia voluto qui presentare la chiamata specifica di un apostolo, come già in 4,18-22 aveva parlato della chiamata di altri quattro futuri apostoli: Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. La sostituzione del nome, come osserva un commentatore di Mt, «corrisponde alla linea ecclesiologica di Matteo che identifica i discepoli di Gesù con i ‘dodici’»3, attribuisce un ruolo essenziale ai Dodici, che saranno i capostipiti e il fondamento della Chiesa. Altri pensano che sia stata qui accolta una tradizione relativa a quello che si riteneva l’autore del Vangelo stesso (Matteo). Ma è anche possibile che Levi e Matteo siano semplicemente due nomi posseduti dalla medesima persona.

Caratteristica è l’inserzione della citazione biblica, qui Osea 6,6 («Misericordia voglio, non sacrifizio»), che Mt cita pure in un altro passo (12,7), ancora a proposito di una polemica coi farisei, questa volta sul rispetto del sabato. La citazione diventa il perno di tutto il brano in Mt, per cui il comportamento di Gesù, che, in contraddizione con la condotta legalistica dei farisei, frequenta anche i peccatori, anzi li chiama a sé, si dimostra pienamente conforme alla Scrittura.

Questa accentuazione di Mt è un indizio della situazione della chiesa del suo tempo, impegnata a controbattere l’intransigenza e la tendenza legalistica dei cristiani di origine giudaica, che si opponevano ad una apertura universalistica.

Luca

E dopo queste cose, uscì e scorse un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». E quegli, lasciata ogni cosa, levatosi lo seguiva. E Levi per lui fece un grande banchetto nella sua casa; e c’era molta folla di pubblicani e di altri che si trovavano a tavola con loro. E i farisei e i loro scribi mormoravano, dicendo ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani ed i peccatori?». E Gesù, rispondendo, disse loro: «Non hanno bisogno del medico quelli che stanno bene, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori alla conversione».

Per Lc valgono come principali indizi significativi le due aggiunte dei vv. 5,28 («lasciando tutto») e 5,32 («perché si convertano»).

Lasciando tutto Levi adempie alla condizione richiesta da Gesù per mettersi alla sua sequela (cfr. 18,22: episodio del giovane ricco), condizione che già i primi discepoli avevano osservato (cfr. 5,11: afentes panta, «lasciato tutto»). Lc ama accentuare la radicalità come carattere della conversione.

Con l’aggiunta «perché si convertano», poi, la chiamata (kalein, «chiamare») non riguarda più, come in Marco, l’invito a partecipare alla tavola di Gesù come segno della partecipazione di Dio offerta ai peccatori, bensì significa la chiamata alla conversione. Il paradosso di Marco che consiste nel fatto che proprio i peccatori vengono invitati a partecipare al pranzo, è eliminato; la conversione è la condizione per la remissione dei peccati, e con ciò per la comunione con Cristo»4. A questa restrizione del senso di kalein contribuisce anche il fatto che il banchetto è stato chiaramente organizzato da Levi, non da Gesù, e quindi non è Gesù che ha invitato direttamente i peccatori.

È un tema comune in Lc quello di sottolineare la necessità della conversione (cfr. 3,3; 15,7.10; 24,47).

In questo orientamento a fornire esempi e insegnamenti soprattutto di tipo etico, si può collocare probabilmente anche il fatto che il rimprovero dei farisei e degli scribi è rivolto ora (5,30) ai discepoli e non a Gesù: questo sembra riflettere più da vicino l’esigenza di rivolgersi a tutta la comunità del tempo dell’evangelista.


1 L’evangelista Marco. Studi sulla storia della redazione del Vangelo, trad. ital., Casale Monferrato, Piemme, 1994 (ed. orig., Göttingen 1956).

2 H. CONZELMANN, Il centro del tempo. La teologia di Luca, trad. ital., Casale Monferrato, Piemme, 1996 (ed. orig. Tübingen 1954, 19776), p.1, citato da H. ZIMMERMANN, Metodologia del NT. Esposizione del metodo storico-critico, Torino, Marietti, 1971, p.199.

3 R. FABRIS, Matteo, Roma, Borla, 1982, p. 217.

4 ZIMMERMANN, Metodologia, pp. 87-88.




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