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Documento: Agostino e la Bibbia
Messo in linea il giorno Mercoledì, 08 luglio 2009
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3. Capire e comunicare la Bibbia, in teoria e in pratica

Una questione che Agostino ha avuto costantemente presente, nella propria attività pastorale e nei trattati teorici, è quella delle difficoltà e delle oscurità dei testi biblici, che comportano pericoli di fraintendimento e richiedono criteri e regole precise per non smarrirsi. Egli è preoccupato di impedire che ciascuno interpreti la Bibbia a modo suo, come facevano i manichei e i donatisti, ma contesta decisamente anche la posizione di coloro che ritenevano sufficiente, per affrontare la lettura della Bibbia, affidarsi alla sola assistenza dello Spirito Santo (De doctr. chr., prol. 2). Denuncia la superbia, oltre che la stoltezza, che sta alla base di tale atteggiamento, e con ironia lo paragona alla pretesa, che sarebbe assurda, di non insegnare a parlare e a scrivere ai bambini (prol. 5). Nella sua prospettiva, la conoscenza delle regole dovrebbe consentire a ciascuno, anche senza il ricorso a esperti, di affrontare la lettura della Bibbia evitando il rischio di sbagliare (prol. 9). Per comprendere la Scrittura egli addita la necessità di una preparazione tecnica adeguata e la vuole piuttosto ampia, perché vi inserisce la conoscenza delle lingue in cui la Bibbia è stata scritta, opportuna anche per verificare la correttezza delle traduzioni in uso (II,11,16-13,19), e nozioni in tutte le discipline utili per intenderne i contenuti, quindi nozioni storiche, geografiche, botaniche, zoologiche, mediche, agricole, senza trascurare la dialettica e la retorica (II,28,2-37,55)[37].

            D'altra parte, egli ritiene un punto di forza e un vero strumento pedagogico la presenza nella Scrittura di oscurità ed enigmi[38], purché venga riconosciuto e mostrato che dietro alle oscurità stanno contenuti elevati e che l'applicazione dell'intelligenza e gli sforzi compiuti per cogliere i significati nascosti permettono sia di piegare la superbia della mente sia di stimolare il desiderio della ricerca e di apprezzare maggiormente il messaggio trovato: è un fatto evidente – nota – che "si prova molto più diletto in ciò che nella ricerca ci presenta qualche difficoltà" (II,6,8)[39]. Egli è per primo sensibile a questo aspetto, ma sa anche che un tale esercizio di approfondimento non può essere proposto sempre a tutti. Perciò, mentre personalmente e per un pubblico preparato si cimenta sui capitoli più difficili dell'Antico Testamento, nei sermoni al popolo si sofferma meno sui testi veterotestamentari, e quasi mai su Gen 1-3, che poneva, e aveva posto a lui stesso, molti problemi e su cui più volte si impegna in commenti[40]. Nel De doctrina christiana (IV,9,23) afferma esplicitamente che non si devono proporre in pubblico ai fedeli argomenti difficili e che si deve renderli comprensibili a chi desidera imparare. Allestisce anche manuali per discutere e risolvere le difficoltà dei testi biblici (Quaestiones e Locutiones sull'Antico Testamento, Quaestiones sui Vangeli, un trattato De consensu evangelistarum sulle discordanze tra i Vangeli). in cui "scrive per l'utilità dei lettori e non per far sfoggio della sua bravura"[41]. In opposizione alla moda della curiosità in esegesi e in teologia, dibatte le varie questioni solo in quanto mettano in gioco la fede[42].

            Agostino si preoccupa di fornire precise norme ermeneutiche per individuare nei vari passi, soprattutto in quelli oscuri, quando la Scrittura debba essere compresa letteralmente e quando allegoricamente e, pur prediligendo l'interpretazione spirituale, non trascura quella letterale e l'impegno di spiegare il testo così com'è, senza evitare troppo in fretta le difficoltà col ricorso all'interpretazione allegorica. Possiamo anzi riconoscere che anche da questo punto di vista egli ha subìto un'evoluzione, di cui è pienamente consapevole: aveva incominciato sulle orme di Ambrogio applicando l'interpretazione allegorica alla Genesi, per rispondere alle obiezioni dei manichei (De Genesi contra manichaeos)[43], ma in seguito recuperò l'interpretazione letterale, ancora e proprio confrontandosi con la Genesi (De Genesi ad litteram)[44] e ammise in questa occasione che precedentemente aveva usato l'esegesi allegorica perché non sapeva risolvere le difficoltà del testo con l'esegesi letterale, mentre ora si sentiva di farlo (VIII,5). Adottando l'interpretazione letterale anche a proposito dell'Antico Testamento, sarà portato a riconoscere un principio importante: la relatività storica di usi e istituzioni umane (ad esempio della poligamia), di cui parla la Scrittura antica e che scandalizzano o traggono in errore molti (De doctr. chr. III,12,20-14,22)[45].

            Nel commento letterale incompiuto sulla Genesi dice che nell'esegesi occorre "procedere non affermando ma ricercando" (1,1). Pertanto, di fronte a passi oscuri, che non consentono spiegazioni sicure, ammette che si possano prospettare più soluzioni, non pretendendo di dare per certa quella che è solo un'ipotesi, ma mantenendo sempre "l'incertezza propria del ricercatore"[46]. Il principio di fondo che propone di seguire è quello di individuare innanzitutto il senso voluto dall'autore. Nel caso di passi assolutamente inaccettabili sul piano della morale o della fede, si ricorre all'allegoria. Una pluralità di interpretazioni allegoriche per un medesimo passo non solo è possibile ma è legittima, purché trovino riscontro in altri passi scritturali (De doctr. chr. III,27,38); una buona regola è quella di spiegare i passi oscuri a partire da quelli chiari (III,26,37)[47]. Per evitare i rischi di interpretazioni arbitrarie e soggettive, Agostino dà come criterio essenziale di giudizio quello di accettare interpretazioni che non contraddicano l'insegnamento di base della Bibbia: l'amore di Dio e del prossimo (III,27,38; cfr. De cat. rud. 4,8; 26,50).

            Agostino mostra grande attenzione alle esigenze del pubblico nella sua predicazione e si mostra cosciente del fatto che il livello culturale del popolo presente in un'assemblea liturgica non è alto. Non sceglie quindi volentieri l'Antico Testamento, come oggetto di omelia, ma i Salmi sì, perché più noti e più adatti a coglierne messaggi spirituali e morali senza allegorizzare. Preferisce il Nuovo Testamento e in specie il Vangelo di Giovanni, il cui contenuto spirituale lo ha sempre affascinato[48]. Adegua al livello degli ascoltatori la scelta dei temi e punta su pochi concetti, con uno sviluppo attualizzante di carattere morale e parenetico (in funzione delle condizioni spirituali dei fedeli), con pochi accenni all'allegoria o alla tipologia, e rare discussioni testuali[49]. Di norma compone sermoni brevi (specie nella liturgia festiva) e si esprime in modo semplice e colloquiale, ma non banale, anzi molto vivace e coinvolgente. Quando predica nei giorni feriali o davanti a un uditorio che sa abbastanza colto, invece si permette varie licenze, di durata e di livello del linguaggio.

            Agostino si preoccupa in particolare, dal punto di vista teorico – ed è si può dire il primo a farlo –, delle modalità con cui si può e si deve comunicare efficacemente il messaggio, tenendo conto della preparazione e dei bisogni dei diversi destinatari, ma anche delle varie circostanze in cui si parla: dialogo a tu per tu, conversazione famigliare, conferenza davanti a più persone, discorso in un'assemblea pubblica. Nel De catechizandis rudibus suggerisce al catechista di valutare attentamente i livelli culturali degli uditori e di proporre insegnamenti distinti e adattati ai diversi tipi. In specie fornisce indicazioni per rivolgersi in modo appropriato alle persone dotte oppure ai grammatici e retori quale era lui stesso (8,12-9,13). Raccomanda di badare alle reazioni dell'ascoltatore e perfino alle condizioni fisiche in cui si trova ad ascoltare (se sta in piedi o seduto, ad esempio) e di intervenire prontamente quando si manifestano segni di noia o distrazione (13,19). Spiega anche che colui che comunica deve essere per primo convinto di ciò che dice, deve parlare con calore e con gioia in modo da trasmettere il suo personale entusiasmo (2,4,12-13); deve avere spirito di carità, ad imitazione di Cristo, che "si è fatto piccolo in mezzo a noi", o di una nutrice che amorevolmente si rivolge ai figlioletti con parole smozzicate (10,15; cfr. 15,23); e non deve dimenticare che mentre si insegna si impara: è come quando si mostrano a un ospite di passaggio luoghi bellissimi a noi troppo noti e assistendo alle loro impressioni rinnoviamo il piacere della prima volta (12,17). Fornisce anche alla fine due diversi esempi di catechesi, una più lunga e una più breve, da utilizzare a seconda del tempo a disposizione, avvertendo però che diverso è il parlare a un interlocutore presente rispetto allo scrivere per un futuro lettore (15,23).

            Agostino considera utili per un predicatore cristiano la capacità di parlare e la conoscenza della retorica, che è uno strumento neutro per difendere con efficacia una causa: se la si usa con successo per cause cattive, perché non la si dovrebbe usare per cause buone? (De doctr. chr. IV,2,3). Ma non suggerisce di studiarla appositamente in età adulta, bensì ritiene che basti averla imparata a scuola da giovani oppure consiglia di apprenderla attraverso l'ascolto (IV,3,4-5; cfr. De cat. rud. 15,23). Tra i vari obiettivi assegnati dalla retorica classica all'oratore (docere, "insegnare", delectare, "dilettare", movere o flectere, "commuovere"), egli pone al primo posto quello del docere, ossia di esporre con chiarezza e comprensibilità il messaggio voluto, subordinando a questo obiettivo gli altri e anche la preoccupazione di parlare bene. E' sua convinzione che sia più importante parlare con sapienza che con eloquenza, e che si parli con maggiore o minore sapienza in rapporto alla conoscenza maggiore o minore che si ha della Scrittura (IV,5,7; cfr. De cat. rud. 9,13)[50]. Agostino riconosce che la Bibbia possiede pure una sua eloquenza, degna di imitazione – a parte i punti oscuri – (IV,6,9-10; 8,22) e addita come modelli di stile Paolo e Amos, nonché autori cristiani come Cipriano e Ambrogio: è il primo cristiano a farlo.

            Ma un criterio decisivo da seguire nel comunicare è per lui quello di adattare il proprio linguaggio alla capacità di comprensione degli ascoltatori, in maggioranza persone semplici. Pertanto accetta di parlare in dialetto, anche in una forma sgrammaticata, pur di farsi capire (De doctr. chr. IV,10,24). Rivolto agli ascoltatori afferma una volta: "E' meglio che voi comprendiate con il nostro barbarismo, piuttosto che con la nostra eloquenza voi restiate abbandonati (all'incomprensione)" (Enarr. in Ps. 36, serm. 3,6)[51], e un'altra volta: "E' preferibile che ci rimproverino i puristi della grammatica anziché non ci capisca la gente" (Enarr. in Ps. 138,20)[52]. Rimprovera invece al pelagiano Giuliano, come carenza pastorale, la superbia della scienza, incurante dell'interlocutore (Opus imperf. contra Iul. V,37,16)[53].

            Di qui l'apprezzamento del sermo humilis, e non soltanto come stile più adatto a un pubblico di gente comune e indotta (cosa già ampiamente riconosciuta nella tradizione della Chiesa), ma anche per motivi più profondi: per la volontà di conformarsi allo stile stesso della Scrittura. Secondo V. Grossi, Agostino rispetto ai suoi predecessori "fece un passo avanti nella valutazione delle condizioni dell'interlocutore del vangelo. Approfondì teologicamente, infatti, la modalità della trasmissione della rivelazione cristiana, derivandola dalla natura stessa della rivelazione biblica"[54]. Quel modo di esprimersi apparentemente disadorno e modesto, che all'inizio era stato un ostacolo alla sua comprensione della Bibbia, diventa ora ai suoi occhi una forma esemplare. Nelle Confessioni (III,5,9) egli si rimprovera di non aver a suo tempo capito che la Bibbia "è fatta per crescere con i piccoli"[55] e quindi assume un linguaggio e uno stile conformi alla comprensione delle persone semplici per consentire a tutti di penetrare nei misteri più alti. Egli ribadisce tale concetto in numerosi altri scritti e con molte variazioni: si veda in particolare la Ep. 137,5,18: "Lo stesso linguaggio, in cui è redatta la Sacra Scrittura, quanto è accessibile a tutti, benché pochissimi possano penetrarlo a fondo! Le verità manifeste, ch'essa contiene, le dice come un amico di famiglia, senza orpello, ai cuori degli indotti e dei dotti; quelle invece che nasconde sotto simboli e figure non le innalza con un linguaggio superbo, cui non ardirebbe accostarsi un'intelligenza piuttosto tarda e priva d'istruzione, come un povero non si accosterebbe a un ricco, ma invita tutti con un linguaggio umile, per nutrirli non solo della verità manifesta, ma anche per esercitarli ad approfondire la verità nascosta, contenendo sempre la medesima verità tanto in ciò che è chiaro quanto in ciò che è recondito[56].

            Perciò egli pone a se stesso e a tutti i predicatori la Scrittura come modello di comunicazione. In un sermone del 413 o 415 dice che chi parla della Bibbia deve ispirarsi allo stile umile e caritatevole di Gesù Cristo e della Bibbia stessa, che si adegua ai limiti umani dei lettori/ascoltatori e si esprime nel linguaggio carnale per farsi capire, ma gradualmente fa progredire verso una mentalità spirituale (Serm. 23,3-4) e, passando a esprimersi in prima persona, dice: "Ve ne parlerò un poco ancora più chiaramente perché tutti possiate capire" (23,8)[57]. Vuole che anche all'interno del pubblico si prenda coscienza di tale esigenza e ci si adegui, tenendo conto ciascuno dell'altro: "Lo dico con parole un po' più chiare per quei nostri fratelli che hanno più difficoltà a capire. Coloro invece che hanno già capito sopportino la lentezza degli altri e imitino il Signore il quale, pur possedendo la natura divina, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte (cfr. Fil 2,6.7.8)" (Serm. 264,4)[58].

                Inoltre Agostino individua come caratteri peculiari della Bibbia, oltre al sermo humilis, anche la suavitas sermonis,, ossia la "dolcezza del linguaggio", e il valore salvifico; pertanto vuole che pure la parola del predicatore si conformi a questi caratteri: deve attrarre gli ascoltatori e deve favorirne l'accesso alla salvezza[59]. Modello di suavitas sermonis personalmente sperimentato da Agostino era Ambrogio (Conf. V,13,23). D'altra parte egli sottolinea che ciò che davvero attrae, nella rivelazione e nelle parole di chi la comunica, è Cristo stesso. Consapevole dell'importanza del compito che ha, il predicatore/scrittore, secondo Agostino, farà bene a pregare prima di parlare/scrivere, perché la sua comunicazione abbia successo grazie al dono di Dio, che può operare parimenti attraverso le parole del predicatore e la disposizione di chi ascolta (De doctr. chr. IV,15,32; 30,63). Da questo punto di vista, egli dice pure che tutti, predicatori e ascoltatori, sono condiscepoli, perché tutti beneficiano dell'illuminazione del Maestro interiore, Cristo (cfr. Enarr. in Ps. 34, serm. 1,1)[60].



[37] Cfr. M. Simonetti, Lettera e/o allegoria. Un contributo alla storia dell'esegesi patristica, Inst. Patrist. August., Roma 1985, pp. 338-339.

[38] Cfr. Marrou, S. Agostino, pp. 391, 397-401.

[39] Più volte Agostino ritorna sull'argomento: in De cat. rud. 9,13 afferma che l'oscurità degli enigmi della Scrittura può accrescere l'amore della verità e stimolare l'interesse nelle persone di una certa cultura; in Ep. 137,5,18 (la lettera a Volusiano già citata) dice: "Affinché le verità manifestate non vengano a noia, la Sacra Scrittura in altri passi le copre con un velo per farcele desiderare; il desiderio ce le presenta in certo qual modo nuove e, così rinnovate, si imprimono con dolcezza nel cuore".

[40] Cfr. Simonetti, Lettera e/o allegoria, p. 345.

[41] Ivi, p. 346.

[42] Marrou, S. Agostino, p. 387.

[43] Testo lat.; tr. di L. Carrozzi, NBA 9/1, 1988.

[44] Testo lat.; tr. di L. Carrozzi, NBA 9/2, 1989.

[45] Cfr. Simonetti, Introduzione a L'istruzione, p. XXIX; Moreau, Lecture du "De doctrina christiana", pp. 267-268.

[46] Cfr. Mara, Introduzione a Agostino, p. 39.

[47] Cfr. Simonetti, Lettera e/o allegoria, pp. 340-341; Id., Introduzione a L'istruzione, p. XXX.

[48] E' possibile notare che, tra i sermoni pervenuti, quelli sul Nuovo Testamento sono oltre il triplo rispetto a quelli sull'Antico Testamento: nella numerazione tradizionale questi ultimi vanno da 1 a 50, quegli altri dal 51 al 183.

[49] Cfr. Simonetti, Lettera e/o allegoria, pp. 346-351. In De cat. rud. 3,5 Agostino spiega al catechista che non si deve illustrare tutto il contenuto dei libri biblici, ma presentarli per sommi capi e quindi scegliere i punti principali, quelli che possono interessare di più i destinatari.

[50] Agostino ammette che, quando si sappia parlare bene, ma si sia privi di idee, si possa ricorrere a discorsi di altri, imparati a memoria (De doctr. chr. IV,28,62).

[51] Testo lat.; tr. di R. Minuti, NBA 25, 1967.

[52] Testo lat.; tr. di V. Tarulli, NBA 28, 1977.

[53] Testo lat.; tr. di I. Volpi, NBA 19/2, 1994. Cfr. Grossi, Leggere la Bibbia, p. 108.

[54] Grossi, Leggere la Bibbia, p. 96.

[55] L'idea e la formula avranno fortuna e saranno riprese da Gregorio Magno (morto nel 604), di cui è nota l'affermazione "la Scrittura cresce con chi la legge" (Moralia in Iob 20,1): cfr. P.C. Bori, L'interpretazione infinita, Il Mulino, Bologna 1987, pp. 28-29. G. Madec (Agostino e la Bibbia, in "Il mondo della Bibbia" 79,4 [2005], pp. 37-39) sottolinea che l'affermazione non significa che la Bibbia cresca, ma che sono i lettori a crescere, a progredire in essa, e rinvia ad Agostino, Serm. Dolbeau







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