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Documento: Le istituzioni, le pratiche, le credenze giudaiche
Messo in linea il giorno Mercoledì, 15 agosto 2001
Pagina: 8/10
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Le feste

Le feste più importanti erano le tre cosiddette “feste di pellegrinaggio”, chiamate così perché ogni israelita maschio giunto ad una certa età era obbligato a recarsi al Tempio di Gerusalemme: la Pasqua, la Pentecoste e i Tabernacoli (o festa delle tende).

La Pasqua.

La pasqua giudaica (pésah) si celebra la sera del 14 del mese chiamato Nisan (dalla metà del nostro Marzo alla metà di Aprile); poiché il computo giornaliero si compie da tramonto a tramonto, la sera del 14 era in realtà per gli Ebrei l’inizio del 15. Al pomeriggio del 14 nel Tempio avveniva l’immolazione degli agnelli portati da ogni capofamiglia: tale era l’affluenza dei Giudei, che l’atrio del Tempio non era sufficiente a contenerli, per cui venivano stabiliti tre turni d’accesso, mentre nell’intervallo tra di essi le porte del Tempio restavano chiuse. Il sangue delle vittime sgozzate dai medesimi israeliti era raccolto e sparso dai sacerdoti sull’altare degli olocausti, e dopo la preparazione rituale l’agnello veniva portato a casa per essere consumato la sera dopo il tramonto.

Il pasto cominciava con la benedizione dì una coppa di vino presentata a colui che presiedeva; quindi si recavano a tavola pani azzimi, erbe amare e una salsa dentro cui intingerle. Mesciuta la seconda coppa, dopo la celebre domanda convenzionale del fanciullo: “In che cosa questa notte differisce da tutte le altre?”, il padre di famiglia o il presidente rispondeva evocando i benefici di Dio verso Israele al tempo della liberazione dall’Egitto. Poi veniva presentata la vittima pasquale, arrostita sul fuoco. La si mangiava, senza spezzarne le ossa (Es. 12,46), insieme ad azzimi ed erbe amare, mentre veniva fatta circolare la seconda coppa e si recitava la prima parte dell’Hallel (inno costituito dai salmi 113-118). Una benedizione in rendimento di grazie e la lavanda delle mani accompagnavano l’inizio del banchetto vero e proprio. Si mesceva quindi la terza coppa, ed il tutto si concludeva con la recita dell’ultima parte dell’Hallel, seguita dalla quarta coppa; il tutto avveniva proclamando salmi e letture bibliche, in famiglie o gruppi di almeno dieci persone (descrizione del rito nella Mishnah, trattato Pesahim X).

Il giorno successivo, il 15, iniziava la festa degli azzimi (massôt), che durava dal 15 al 21, nella quale non era permesso consumare pane lievitato, e nella quale si raccoglievano e si offrivano le primizie del raccolto. Fin dalla sera del 13 di Nisan il capofamiglia doveva rovistare in tutti gli angoli e i recessi per eliminare ogni derrata fermentata; si poteva farlo fino all’ora sesta (mezzogiorno) del 14 di Nisan, limite estremo per bruciare i resti di pane fermentato.

Quella degli azzimi era anticamente una festa della comunità agricola, collegata con un pellegrinaggio al santuario locale: con la sedentarizzazione d’Israele le due feste vennero a coincidere, ed in pratica identificate. Di fatto, quindi, in epoca neotestamentaria si trattava da tempo di un’unica solennità che si protraeva per un’intera settimana, chiamata indifferentemente Pasqua o Azzimi.

La Pentecoste o festa delle sette settimane (hag shâbû´ôt).

La parola Pentecoste è una trascrizione del greco penthkosté (il cinquantesimo giorno dopo la pasqua), dal nome usato nel giudaismo ellenistico (Tb. 2,1; 2 Mac. 12,32). In origine era la festa delle messi (Es. 23,16), il giorno in cui si offrivano nel Tempio i primi pani frutto della messe raccolta. Il nome di “festa delle settimane” (Es. 34,22; Nm. 28,26) nasce dal fatto che se ne fissava la data contando “sette settimane complete” dopo l’offerta del primo fascio di orzo “all’indomani del sabato” di Pasqua (Lv. 23,15; Dt. 16,9). Riguardo a ciò, ai tempi di Gesù, Farisei e Betusiani o Boetiani (un gruppo di sadducei partigiani della famiglia di Boeto) si dividevano sull’interpretazione di Lv 23,15: si doveva intendere “sabato” in senso stretto, o come espressione designante la Pasqua? Così, secondo i primi, il fascio di primizie doveva essere offerto il primo giorno feriale della settimana di Pasqua, e conseguentemente la Pentecoste cadeva in un giorno qualsiasi; secondo i Betusiani, il manipolo di spighe andava offerto sempre nella domenica dell’ottava pasquale, sicché la Pentecoste veniva a cadere in giorno di domenica.

A partire dal secondo secolo della nostra era e forse più tardi la Pentecoste divenne nel giudaismo (come pure nella tradizione samaritana) una celebrazione del dono della Torah sul Sinai. La festa di Pentecoste, tuttavia non sembra aver avuto particolare rilievo nell’insieme del giudaismo antico: la stessa Mishnah non le consacra alcun trattato particolare, come fa invece per la Pasqua, i Tabernacoli o il Kippur (giorno delle espiazioni).

I tabernacoli.

La festa dei tabernacoli o delle tende (sukkôt), oppure, meglio, delle capanne, cadeva al 15 del mese di Tishri, ovvero tra la fine di Settembre e l’inizio di Ottobre, e durava otto giorni, concludendosi con grande solennità (cfr. Gv. 7,37): essa segnava la fine dei raccolti in autunno. Esodo 23,16 la chiama “festa del raccolto”, in quanto in origine rappresentava l’offerta a Dio dei prodotti del suolo.

Era una festa popolarissima, nella quale il popolo si costruiva sulle piazze e sulle terrazze capanne, e lì si intratteneva. Ci si recava poi al Tempio recando nella destra un fascetto di palma con mirto e salice (lulab), e nella sinistra del cedro (ethrog).

Certi riti erano estremamente popolari: la processione dei sacerdoti ogni mattina fino alla fontana di Siloe nel Cedron, per spanderne poi l’acqua lì raccolta sull’altare degli olocausti; il canto del salmo 118; la processione attorno all’altare e, alla sera, l’accensione dei quattro grandi candelieri d’oro nell’Atrio delle donne al Tempio (cfr. Gv 8,12), che illuminavano l’intera Gerusalemme.

La festa delle espiazioni.

Al 10 dello stesso mese di Tishri, pochi giorni prima dei tabernacoli, cadeva il Giorno dell’espiazione (Jom Kippur), periodo di riposo e digiuno assoluto. Il sommo sacerdote in persona presiedeva al Tempio a nome del popolo, compiendo la purificazione del santuario con un’aspersione di sangue (era la sola occasione in cui il sommo sacerdote penetrava nel Santo dei Santi) e con l’invio nel deserto del capro espiatorio che portava su di sé tutte le colpe di Israele (Lv. 16, 22).

Sebbene la legge non imponesse ai Giudei il pellegrinaggio, molti ne approfittavano per festeggiare assieme sia il Kippur che i tabernacoli.

La festa della dedicazione.

La festa della dedicazione o delle Encenie (hanukkah), che cade il 25 di Kislew (fine Dicembre) ricorda la riconsacrazione del Tempio da parte di Giuda Maccabeo nel 164 a.C. (1 Mac. 4; cfr. Gv. 10, 22). Giuseppe Flavio la chiama “festa dei lumi” per le grandi luminarie che si accendevano.

La festa delle sorti.

La festa delle sorti (pûrîm), il 14 e il 15 del mese di Adar (febbraio-marzo), commemora la liberazione dei Giudei per mezzo delle sorti narrata nel libro di Ester (cfr. 2 Mac 15,36).




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