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Documento: Barbara Frale e le scritte sulla sindone di Torino - 2
Messo in linea il giorno Venerdì, 08 gennaio 2010
Pagina: 2/2
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Conclusioni

È il momento di tirare le somme. Non mi soffermo a commentare il contenuto della parte più ampia del libro di Barbara Frale, che è semplicemente una presentazione discorsiva dell'ambiente giudaico nel quale Gesù visse ed operò; essa è intervallata da alcuni riferimenti ad usanze estranee a quell’ambiente, utilizzate per ipotizzare (spesso indebitamente) l’esistenza di presunte consuetudini in comune. La parte propositiva del libro, invece, riguarda il processo di certificazione per la sepoltura di Gesù.

L'esistenza di un funzionario necroforo che avesse lo scopo di redigere un documento accompagnatorio del cadavere non mi sembra sufficientemente fondata. Al silenzio delle fonti giudaiche coeve vengono contrapposti richiami a tradizioni più o meno simili di ambienti assai distanti da quel contesto, e spesso sulla base di congetture del tutto opinabili.

L'uso contemporaneo di tre lingue nella redazione di un documento di questo tipo pare assolutamente improbabile.

L'uso di appiccicare cartigli sulla faccia di un cadavere avvolto da un lenzuolo pare un'usanza assolutamente inspiegabile, scomoda e confusionaria; tra l'altro, mi chiedo se pezzi di papiro appiccicati sul lenzuolo che copre un cadavere non rischino di essere interessati dal processo di decomposizione.

La direzione dei cartigli ipotizzati sembra priva di alcun criterio, e non permette di ricostruire un testo sensato se non facendo un uso sfrenato della fantasia.

Le scritte in certi casi sono state integrate in maniera assolutamente arbitraria, e sembrano voler dimostrare ad ogni costo che il cadavere avvolto nella sindone sia quello di Gesù di Nazaret. Ciò non è impossibile, ma non si può andare alla ricerca di un risultato assegnando ad ogni dato storico un significato preciso che porti verso il risultato che si è già deciso di promuovere. Le lettere, infatti, lasciano spazio ad altre infinite possibilità di integrazione, anche meno complesse. In mancanza di un contesto chiaro, ogni integrazione è completamente arbitraria.

Barbara Frale non è in grado di maneggiare l’alfabeto e la grammatica ebraica.

L'utilizzo di scritte invisibili ad occhio nudo ed estratte mediante manipolazioni di immagini fotografiche è molto rischioso; il libro avrebbe dovuto dedicare almeno un capitolo alla spiegazione tecnica di ciò che è stato fatto per individuare le iscrizioni e all'esposizione di quali sono i rischi di questa operazione. Non farne menzione, è una grossa scorrettezza.

La giustificazione della Frale secondo cui le fotografie del 1931 sono migliori di quelle recenti “per via del metodo fotografico analogico che si usava allora” (p. 108) avrebbe dovuto indurla a richiedere l’uso delle molte fotografie altrettanto analogiche scattate sulla sindone negli anni successivi. Ma esse sembrano funzionare poco nella ricerca delle presunte scritte.

La documentazione fotografica riguardo alle scritte è assolutamente insufficiente, e per certi versi ingannevole, in quanto la Frale ha omesso di spiegare come quelle immagini sono state ottenute.

L’autrice non compie nessuna ulteriore ricerca sulle immagini, ma semplicemente accetta o rifiuta senza criterio espresso questa o quell'altra scritta proposta da questo o quell'altro ricercatore. Alcuni segni grafici la Frale li modifica senza darne spiegazione. Ciò non permette al lettore di comprendere sulla base di quali elementi una proposta sia accettabile e un'altra non lo sia.

Non viene data alcuna spiegazione sensata di come l’inchiostro avrebbe potuto attraversare il papiro e il lino per imprimersi sul lato interno della sindone. Non si spiega perché scritte rifatte o addirittura sostituite successivamente siano identiche a quelle originali. Ancor più assurda è l’idea che un sigillo bizantino, che non prevedeva l’uso di inchiostro, possa aver lasciato segni uguali a quelli delle altre presunte scritte

Nessuna descrizione della sindone di Torino, a partire dal secolo XVI, ha mai parlato delle scritte. Se esse risalgono al I secolo, e nel XIII erano ancora perfettamente visibili (lo afferma l’autrice nel suo libro I Templari e la sindone di Cristo, p. 173) come hanno fatto a sparire subito dopo?

Personalmente, nutro fortissimi dubbi circa l'esistenza di queste fantomatiche scritte risultanti sostanzialmente da una fotografia del 1931. Il mancato utilizzo di fotografie recenti mi suona terribilmente sospetto. Il fatto che il retro della sindone sia privo di segni è molto indicativo. Se queste scritte non esistessero, tutti i problemi e le incertezze che caratterizzano la complessa ipotesi della Frale svanirebbero nel nulla, perché edificati su una base irreale. Mi sembra questa, in verità, la soluzione più probabile.

Anche questo libro di Barbara Frale, come il precedente, non mancherà di stuzzicare la fantasia di qualche romanziere o pseudostorico alla Dan Brown. Senza dubbio l'operazione metterà in circolazione qualcosa che ha che fare con ciò che stava sui tavoli rovesciati da Gesù nel Tempio (Gv 2,13-17).







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