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Documento: La filologia e i suoi problemi - Introduzione alla filologia
Messo in linea il giorno Sabato, 29 settembre 2001
Pagina: 3/10
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Condizioni di scrittura

Di solito l’autore antico non scriveva di sua mano, ma dettava. Gli antichi consideravano lo scrivere un faticoso lavoro manuale, qual era veramente, attesa la materia e gli strumenti di cui si servivano. In genere scrive personalmente chi è povero. Ambrogio preferiva scrivere di propria mano (Paolino, Vita Ambrosii XXXVIII) e non dettare di notte per non pesare sugli altri (Epistula XLVII, 1-2)1. Sulla fatica dello scrivere che porta facilmente a scatti d’ira c’è una testimonianza di Agostino, che ricorda come l’ira possa sfogarsi anche su oggetti inanimati, sullo stilo o sulla penna che scrivono male:

“Sebbene talvolta l’uomo, anche senza alcun sentimento di vendetta, si adira con oggetti inanimati e spazientito spezza lo stilo che non scrive o il calamo (De civitate Dei XIV, 16)2.

Scriba Scriba egizio

Per dettare ci si rivolgeva a uno schiavo o a un dipendente specializzato. Spesso era un tachigrafo (notarius cfr. le notae tironianae). Questo comportava dei problemi: chi dettava era portato a farlo con una certa rapidità, perché poteva succedere che lo scrivano si annoiasse. Lo notava Girolamo:

“Chiamo uno scrivano e subito gli detto qualunque cosa mi venga alla bocca. Se invece voglio ripensarci un momento, per esprimermi meglio, quello senza far parola mi rimprovera: stringe i pugni, corruga la fronte, dà a vedere, con l’atteggiamento di tutta la persona, che sta lì a far nulla” (Commentarii in IV epistulas paulinas, PL XXVI, 39)3.

Prima si dettava, poi si correggeva di propria mano; dettando non si poteva correggere subito. Di qui una prima, possibilità di errore: se il testo originale aveva cancellature, veniva ricopiato in bella da una terza persona, il calligrafo (a Pompei certi manifesti murari hanno in fondo anche il nome del calligrafo); quindi almeno tre persone intervenivano nella scrittura dell’opera, con possibilità di fraintendimenti. Tutti i testi antichi brulicano di errori (non esclusi quelli in edizione critica...).

Una volta che lo scrittore abbia terminato il suo scritto e intenda renderlo pubblico, lo farà copiare, in modo da diffondere o vendere le copie. A Roma, dai tempi di Cicerone, esistevano librai (librarii), editori (bibliopolae) che avevano alle loro dipendenze dei copisti calligrafi (kalligráphoi, scriptores, litteratores o anche librarii - il termine è ambiguo-, antiquarii). Anche ricchi signori disponevano di copisti. Abbiamo notizie da Gellio, Marziale, Plinio il Giovane, etc. C’erano a Roma botteghe coi libri in vendita; c’erano biblioteche, più numerose di quel che si creda.


NOTE AL TESTO

1 S. AGOSTINO, Le lettere. Introduzione di Michele Pellegrino, note di Luigi Carrozzi, Roma, 1969, p. XII ss.

2 Quamvis nonnumquam homo, ubi vindictae nullus est sensus, etiam rebus inanimis irascatur, et male scribentem stilum conlidat vel calamum frangat iratus. Ed. B. Dombart - A. Kalb, Turnhout, 1955 (Corpus Christianorum, Series latina 48), p. 438, 70-71.

3 S. AGOSTINO, Le lettere. Introduzione di Michele Pellegrino, note di Luigi Carrozzi, Roma, 1969, p. XIII.




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