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Documento: La filologia e i suoi problemi - Introduzione alla filologia
Messo in linea il giorno Sabato, 29 settembre 2001
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Biblioteche antiche

Ricordiamo, per la Grecia: la biblioteca di Aristotele, che passò a Teofrasto, divenne quella del Peripato e fu portata a Roma da Silla; le biblioteche di Alessandria d’Egitto, quella del Museo e quella del Serapeo (così detta dal tempio di Serapide, presso cui si trovava), famose anche per i loro bibliotecari (Demetrio, Falereo, Zenodoto, Callimaco, Eratostene, Aristofane, Aristarco), che furono pure illustri filologi ed ebbero una funzione determinante nella scelta delle opere da conservare; le biblioteche di Pergamo, Atene, Efeso, etc. (quasi tutte le città dell’Asia Minore avevano una propria biblioteca).

In Occidente, abbiamo le biblioteche di Cicerone, di Lucullo (Plutarco dice che ne permetteva la consultazione a eruditi), di Varrone (ne parla Gellio); le biblioteche pubbliche di Roma e di altre città dell’impero (ad es., di Como: ne parla Plinio il Giovane).

E poi ci sono le biblioteche cristiane, le biblioteche dei conventi. Si può ricordare la biblioteca di Agostino ad Ippona. Particolarmente importante fu il Vivarium di Cassiodoro in Calabria, presso Squillace (VI sec.), così detto perché vicino c’era un vivaio di pesci, ma Cassiodoro intendeva soprattutto farne un vivaio di cristianesimo (inoltre il pesce è un simbolo del cristianesimo, perché in greco pesce si dice ichthýs termine formato dalle lettere iniziali delle parole greche che definiscono Gesù Cristo: Iêsoús Christós Theoú Yiós Sôtér, Gesù Cristo Figlio di Dio, Salvatore). Numerose sono le biblioteche conventuali in Italia: Montecassino (529); Bobbio, nella valle del Trebbia, in provincia di Piacenza (613): i manoscritti passarono poi alla Biblioteca Nazionale di Torino (un terzo rimase bruciato in un incendio nel 1904), all’Ambrosiana di Milano e alla Vaticana di Roma; Farfa, in provincia di Rieti (VII sec.); Pomposa, presso Ferrara (VIII sec.); Novalesa, presso Susa (VIII sec.) che è andata dispersa; Nonantola, tra Modena e Bologna; Grottaferrata, nel Lazio. Fuori d’Italia, da ricordare, in Francia, le biblioteche di Luxeuil (585); Corbie, Cluny, Laon; in Germania, Fulda, non molto distante da Francoforte sul Meno, fondata da S. Bonifacio nel 744 (importante per la ricostituzione del testo dell’Apologeticum di Tertulliano il codex Fuldensis) in Svizzera, S. Gallo e Reichenau (in un’isola sul lago di Costanza, 724): S. Gallo era compagno di S. Colombano; il monastero, fondato dopo la sua morte, prese nome da lui; un episodio curioso (e significativo): 924, invasione di Ungari: i libri sono portati a Reichenau; passato il pericolo, i libri ritornano a S. Gallo, in egual numero, ma non i medesimi libri (Reichenau si tenne i più preziosi)1.

Molti codici provengono da queste biblioteche e se ne distingue la provenienza per le caratteristiche di grafia peculiari.

Ci sono biblioteche inoltre presso scuole (la Sorbona di Parigi: XIII sec.) e cattedrali (Ivrea, Novara: X sec.; Vercelli: cfr. l’Evangeliario di S. Eusebio, del sec. IV; Verona: cfr. il codice del De civitate Dei di Agostino, del V sec.; Aquisgrana; Canterbury; etc.). In Oriente, sappiamo che a Costantinopoli Costantino stabilì al piano terreno del palazzo imperiale una biblioteca di quasi 7000 volumina e che Giuliano l’Apostata l’arricchì notevolmente; nel 372 Valente la dotò di 7 scrivani (3 latini e 4 greci), che dovevano copiare codici e riparare quelli danneggiati; nel 477 aveva più di 120.000 volumi2.

Durante il periodo iconoclastico (dal 729 all’843) i libri con illustrazioni sacre furono distrutti.

Si ebbero raccolte di libri con Fozio (morto nell’891), con Areta, scolaro di Fozio (verso il 900), con Costantino VII Porfirogenito (911-959), con Costantino Monomaco (salito al trono nel 1042), con Michele Psello (nato nel 1018). Ci furono depredazioni ad opera dei guerrieri della IV Crociata (1204). Con i Paleologi, le biblioteche furono arricchite: da ricordare è il contributo di Michele Paleologo (nel 1261 rioccupa Costantinopoli).

Importanti anche le biblioteche dei monasteri del Monte Athos (qui, nel 1955, A. Wenger trovò un manoscritto, probabilmente del sec. XI, contenente otto omelie catechistiche battesimali di Giovanni Crisostomo).

Altre biblioteche a Gerusalemme, Tessalonica, Patmos, etc.

Curiose sono le pene minacciate da Teodoro Studita contro i monaci copisti disattenti (Poenae ministeriales, LIII-LX)3: se non si tien pulito, se si rovina il quaternione su cui si scrive, o il libro dal quale si trascrive, o se si trascurano gli accenti ed i segni di interpunzione, 130 inchini (o genuflessioni, metánoiai) (cap. 54); se trascrivendo si fanno trasposizioni, resti in segregazione per tre giorni (55); per aggiunte, pena del digiuno (xêrofagía, mangiare asciutto) (56); “chi per ira faccia a pezzi la penna, trenta genuflessioni” (57)4 Teodoro, abate del monastero di Studios, a Costantinopoli (759-826), aveva stabilito regole ferree per il lavoro di biblioteca: se un monaco, mentre copiava, macchiava i fogli e non rispettava gli spazi o faceva altri errori dello stesso tipo, doveva compiere tredici genuflessioni; chi trascriveva facendo molti errori di copiatura era condannato a tre giorni di esilio dalla comunità; se gli errori erano davvero molti e gravi, a tre giorni a pane ed acqua. (Teodoro Studita, abate del monastero costantinopolitano che prese il nome dal fondatore, Studios, nacque nel 759; nella controversia iconoclasta fu tra gli iconoclasti; morirà nell’826)

Dunque, il lettore antico poteva comprare un libro, poteva leggerlo in biblioteca, oppure poteva farselo prestare da un privato (amico) o da una biblioteca. Le biblioteche prestavano libri raramente e solo a persone di fiducia. Sappiamo che Girolamo ebbe il permesso dalla biblioteca di Cesarea di fare copia di un volume (De viris illustribus III) 5; poté avere libri dell’Antico Testamento in ebraico attraverso un ebreo frequentatore della Sinagoga di Betlemme (Epistula XXXVI, 1)6; anche le biblioteche dei monasteri prestavano libri (cfr. Girolamo, Translatio latina Regulae S. Pachomii CLXXXIII)7. Se l’opera era interessante, il lettore, avutane in prestito una copia, se la trascriveva o la faceva trascrivere: e poteva succedere che un lettore frettoloso, che copiava in fretta, non capisse certi segni di abbreviazione, avendone perciò una copia assai scorretta, come lamenta Girolamo (Epistula CXXIV, 1)8.

Il sistema di diffusione attraverso il prestito da privato a privato (con conseguente trascrizione individuale, fatta direttamente dal lettore, o da lui fatta fare da un copista) è ampiamente documentata per la letteratura cristiana. Invece, il sistema della diffusione attraverso bibliopolae (editori-librai) è molto meno documentato, tanto che il Marrou ha sostenuto che non è affatto sicuro, allo stato attuale delle nostre conoscenze, ritenerlo quello più comune9.


NOTE AL TESTO

1 Cfr. G. N. PUGNO, Trattato di cultura generale nel campo della stampa, I, Torino, 1964, p. 181.

2 Cfr. PUGNO, op. cit., p. 136.

3 J. P. MIGNE, Patrologia Graeca XCIX, 1740; cfr. PUGN0, op. cit., p.143.

4 E„ ™k qumoà suntr…yei k£lamon, met£noiai l.

5 Ed. E. Richardson, Leipzig, 1896, pp. 8-9.

6 Ed. I. Hilberg, Vindobonae, 1910 (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum 54), p. 268.

7 Patrologia Latina XXIII, 84 C.

8 Ed. I. Hilberg, Vindobonae, 1918 (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum 56), p. 96.

9 H. I. MARROU, La technicque de l’édition à l’époque patristique, in «Vigiliae Christianae» III (1949), pp. 208-224.




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