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Documento: La filologia e i suoi problemi - Introduzione alla filologia
Messo in linea il giorno Sabato, 29 settembre 2001
Pagina: 6/10
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Errori di trasmissione del testo

Torniamo al nostro scrittore antico: il suo manoscritto è messo in commercio (in latino edere) attraverso più copie fatte da copisti di professione, o, nel caso di cristiani, da monaci. Che cosa succede? Errori. In tre papiri che distano da 50 a 80 anni dalla morte di Platone, ci sono già molti errori1.

Nessun testo di nessun autore antico ci è giunto senza che in esso non si siano insinuati errori. E’ vero che, sulla prima copia, l’autore spesso interveniva di persona a controllarla: ma questa copia non è mai pervenuta. “A nulla infatti servirà aver corretto un libro, se la correzione non verrà conservata per diligenza degli editori” (Girolamo, Praefatio in libro Ezrae)2. Nell’antichità si era ben coscienti di questo, come ci testimoniano alcune osservazioni di Galeno3.

Lettura di un papiro Giovane che legge un papiro - Incisione su un vaso di terracotta del 460 a. C.

Così si esprimeva Marziale in un epigramma:

“Se dei passaggi trovi, lettor, nei miei foglietti / talora troppo oscuri, tal altra assai scorretti, / non incolparne me, ma l’infedel copista / che, per servirti presto, incorse in qualche svista. / Se poi persisti a credere che gli sbagli son miei, / perdona se ti dico che un mentecatto sei. / «Comunque questi versi non valgon», dici tu. / Sia pure, ma tu dimmi: i tuoi valgon di più?”4

Gellio fa più volte osservazioni di critica testuale. Ad esempio, nota errori in passi delle opere di Cicerone:

“Per cui non c’è alcun dubbio che Marco Cicerone, il quale scrisse in favore di Milone, aveva lasciato scritto così: […] «era occupato un migliaio di uomini robusti», e non «erano occupati», cosa che si trova scritta nei testi meno accurati” (Noctes Atticae I, 16, 15)5;

Ireneo, discutendo del numero della bestia di Apocalisse 13, 18 che è 666 (in Adversus Haereses V, 30, 1), osserva che:

“questo numero si trova in tutte le copie accurate e antiche”, e “non so come alcuni abbiano potuto sbagliare […] e togliere [...] il numero centrale sottraendogli cinquanta unità e pretendendo che ci sia una sola decina [cioè 616], anziché sei. Penso che questo sia stato un errore degli amanuensi, come suole accadere: siccome i numeri si scrivono con le lettere, facilmente la lettera csi (=60) si estende fino a formare la lettera iota (=10)”6.

In effetti 666 si scrive chxs, 616 si scrive chis; una x allungata nell’alfabeto greco facilmente si confonde con i.

Nel trattato Sull’Ogdoade di Ireneo c’era una frase che Eusebio (Historia ecclesiastica V, 20 ,2) riporta:

“Impegno con giuramento te, che trascriverai questo libro, in nome del nostro Signore e del suo glorioso avvento, in cui verrà a giudicare i vivi e i morti: collaziona quello che avrai trascritto, e correggilo accuratamente sulla copia da cui avrai trascritto; e parimenti trascrivi e inserisci nella tua copia questo giuramento”7.

Di questo passo abbiamo anche la traduzione latina di Girolamo, inserita nel De viris illustribus XXXV.

Circa due secoli più tardi, nella Passione di Dativo, Saturnino e altri, troviamo, con richiamo ad Apocalisse 22, 18-19:

“A chiunque aggiungerà a questo libro un solo apice od una sola lettera, il Signore aggiungerà su di lui innumerevoli piaghe; e a chiunque cancellerà, il Signore cancellerà la sua parte dal libro della vita” (XXI,2)8.

In calce alla lettera degli Smirnioti sul processo di Policarpo di Smirne si legge:

“Questo testo lo ha trascritto Gaio da quello in possesso di Ireneo, discepolo di Policarpo, il quale fu anche concittadino di Ireneo. Ed io, Socrate, a Corinto l’ho trascritto dalla copia di Gaio” (XXII,2-3)9.

Si sente la preoccupazione di dare garanzie di accuratezza.

Ancora un altro invito pressante a trascrivere esattamente il testo, nella prefazione di Rufino alla traduzione del De principiis di Origene:

“Colui che copierà o leggerà questi libri, lo scongiuro e lo supplico innanzi a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, per la fede del regno che verrà, per il mistero della risurrezione dei morti, per il fuoco eterno preparato per il diavolo ed i suoi angeli, che non erediti in eterno il luogo del pianto e dello stridor di denti, ove il loro fuoco non si estingue ed il loro verme non muore: non aggiunga, tolga, inserisca o cambi nulla al presente scritto, ma che confronti le sue copie cogli esemplari che gli servirono di modello, che corregga parola per parola e punteggi, che non abbia un codice non corretto e non punteggiato, cosicché non avvenga che la difficoltà dei significati, se il codice non sia punteggiato, generi maggiori oscurità per coloro che leggono”10.


NOTE AL TESTO

1 Cfr. H. ALLINE, Histoire du texte de Platon, Paris, 1915, p. 66.

2 Nihil enim proderit emendasse librum, nisi emendatio librariorum diligentia conservetur. Biblia sacra iuxta Vulgatam versionem (Ed. B. Fischer, J. Gribomont, H.F.D. Sparks, W. Thiele et R. Weber), Stuttgart, 19752, p. 638.

3 Claudii Galeni opera omnia, ed. C. G. Kühn, Leipzig, 1824, vol. VII, pp. 900-90: l’editore deve avere familiarità con pensiero e lingua dell’autore (così eviterà correzioni sbagliate); deve ricorrere ai vecchi manoscritti (XVI, 468 e 836) e collazionarli (VII, 896); l’errore risale per lo più non all’autore ma ad un copista (VII, 899-900; XVII, 1, 634, 706); una variante scritta in margine da un lettore può poi erroneamente introdursi nel testo (XVI, 202; XVII, 634). Cfr. R. DEVREESSE, Introduction à l’étude des manuscrits grecs, Paris, Imprimerie National, 1954, p. 81.

4 Epigrammata II, 8: Si qua videbuntur chartis tibi, lector, in istis / sive obscura nimis sive latina parum, / non meus est error: nocuit librarius illis, / dum properat versus adnumerare tibi. / Quod si non illum, sed me peccasse putabis, / tunc ego te credam cordis habere nihil. / «Ista tamen mala sunt». Quasi nos manifesta negemus: / haec mala sunt, sed tu non meliora facis. Ed. D. R. S. Bailey, Stutgardiae, 1990 (Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana). Versione poetica di A. MORTERA, Epigrammi di M. A. Marziale, Verona, Mondadori, 1952, p. 36.

5 Quapropter nihil iam dubium est, quin M. Cicero in oratione, quam scripsit pro Milone, ita scriptum reliquerit: […] «mille hominum versabatur valentium», non «versabantur», quod in libris minus accuratis scriptum est. Ed. R. Marache, Paris, 1967 (Belles Lettres), p. 59.

6 Trad. ital. di E. BELLINI, Contro le eresie e gli altri scritti, Milano, 1981, p. 468.

7 `Ork…zw se tÕn metagrayÒmenon tÕ bibl…on toàto kat¦ toà Kur…ou ¹mîn 'Ihsoà Cristoà kaˆ kat¦ tÁj ™ndÒxou parous…aj aÙtoà, Âj œrcetai kr‹nai zîntaj kaˆ nekroÚj, †na ¢ntib£lVj Ö metegr£yw, kaˆ katorqèsVj aÙtÕ prÕj tÕ ¢nt…grafon toàto Óqen metegr£yw, ™pimelîj: kaˆ tÕn Órkon toàton Ðmo…wj metagr£yeij kaˆ q»seij ™n tù ¢ntigr£fJ. Ed. G. Bardy, Paris, 1955 (Sources Chrétiennes 41).

8 Quicumque adiecerit ad librum istum apicem unum aut litteram unam, adiciet Dominus super eum innumerabiles plagas; et quicumque deleverit, delebit Dominus partem eius de libro vitae. In P. FRANCHI DE’ CAVALIERI, Note agiografiche, Roma, 1902, (Studi e testi 8), p. 68.

9 Ed. R. Knopf - G. Krüger - G. Ruhbach, Tübingen - Leipzig, 1965, p. 7.

10 Illud sane omnem, qui hos libros vel descripturus est vel lecturus, in conspectu Dei Patris et Filii et Spiritus sancti contestor atque convenio per futuri regni fidem, per resurrectionis ex mortuis sacramentum, per illum qui praeparatus est diabolo et angelis eius aeternum ignem: sic non illum locum aeterna hereditate possideat, ubi est fletus et stridor dentium et ubi ignis eorum non extinguetur et vermis eorum non morietur: ne addat aliquid huic scripturae, ne auferat, ne inserat, ne immutet, sed conferat cum exemplaribus unde scripserit, et emendet ad litteram et distinguat, et inemendatum vel non distinctum codicem non habeat, ne sensuum difficultas, si distinctus codex non sit, maiores obscuritates legentibus generet. Ed. H. Crouzel - M. Simonetti, Paris, 1978 (Sources Chrétiennes 252), pp. 72-73.




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