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Documento: La filologia e i suoi problemi - Introduzione alla filologia
Messo in linea il giorno Sabato, 29 settembre 2001
Pagina: 7/10
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Gli errori più comuni

Ci sono condizioni materiali che favoriscono gli errori. Si scriveva in locali non ben illuminati, in posizioni scomode (tenendo spesso una tavoletta poggiata sulle ginocchia), per lungo tempo. Il copista scriveva il codex quinterno per quinterno (o quaternione per quaternione), poi il rilegatore univa i quinterni: poteva capitare qualche spostamento. Se oggi si accerta questo tipo di errore, si tratta di un errore importante per stabilire il rapporto tra i codici.

La dettatura poteva provocare errori acustici, ma sono casi rari. Non è documentato che ci fossero nelle copisterie uno che dettasse e più scrivani, ma è documentato che l’autore stesso dettasse. Esempio di questo tipo di errore è la confusione tra b e v.

Sono facili gli errori di distrazione, dovuti a stanchezza e noia, specie quando ci sono elenchi lunghi di nomi e numeri. Così Agostino spiega certi errori nei codici biblici:

“Anche oggi, del resto, quando i numeri non manifestano uno scopo facilmente comprensibile o che sembri utile apprendere, si trascrivono con disattenzione, e ancor più distrattamente si correggono. Chi infatti stimerebbe necessario imparare di quante migliaia di uomini poté essere formata ogni tribù di Israele?” (De civitate Dei XV, 13)1.

Sono frequenti gli errori per termini foneticamente simili ma con significato diverso. Ad es., légein (dire) e lêgein (far cessare; cessare, terminare); adýnatos (debole) e athánatos(immortale); aeikínêtos (in movimento continuo) e autokínêtos (semovente), trophé (nutrimento) e tryphé (mollezza, superbia).

La categoria degli errori di memoria comprende quelle modifiche che sembrano essersi prodotte mentre il copista stava fissando nella propria memoria una frase o una sequenza di lettere, tra io momento in cui leggeva sul manoscritto da riprodurre e quello i cui trascriveva quanto aveva letto. In tal modo si spiegano certi cambiamenti che comportano la sostituzione di sinonimi, variazioni nell’ordine di parole e trasposizioni di lettere.

Ci sono poi errori per cattiva lettura dovuta ad abbreviazioni. Non ci sono sempre abbreviazioni nei vari tipi di scrittura, ma quasi sempre, perché abbreviare comporta risparmio di tempo, di spazio e di fatica. Di fronte ad abbreviazioni strane può capitare che il copista non le comprenda e le sviluppi in modo errato. Esempi di abbreviazioni:

Adûsum = adversum, quô = quando, p attraversato da un segmento posto in diverse posizioni può essere per, pro o prae, q allo stesso modo può essere quae, quam o quod, ôê = omnem, dix´it = dixerint, dicitr = dicitur, trris = terris, aîa = anima, ppls = populus, ôs = omnis o omnes, oia = omnia.

Nelle scritture di tipo beneventano si trovano abbreviazioni come â = aut o autem, = n = non o nam o nomen.

In greco si abbreviano tutti i nomina sacra2, ed altri termini usuali:

ThS = Theós, IS = Iêsoús, ChS = Christós, SÊR =Sôtér, KS = Kýrios, PÊR = Patér, YS = Yiós, STROS = staurós, ANOS = ánthropos, OUNOS = ouranós.

E inoltre:

k = kaí, to- = tón, tin’ = tínes.

Un’altra causa di errori è la mancanza di punteggiatura e di divisione delle parole.

Per evitare in parte questi errori, certe opere erano scritte andando a capo alla fine d’una frase. Abbiamo una testimonianza di Girolamo, che utilizza quest’ultimo metodo per rendere più semplice la lettura:

“Poiché si è soliti scrivere in sezioni ed incisi le opere di Demostene e Cicerone, i quali composero principalmente in prosa e non in poesia, anche noi, ad utilità dei lettori, abbiamo suddiviso la nuova traduzione mediante un nuovo metodo di scrittura” (Vulgata, Praefatio in Isaia propheta)3.

Nell’antichità leggere implicava di capire veramente il testo, oppure non capirlo.

Un esempio curioso è riportato da Quintiliano (Institutio oratoria VII, 5, 1): il testamento del padre di due figli, Leone e Pantaleone, che dice: ECHETODETAEMAPANTALEÔN, dove non si capisce se l’autore abbia voluto dire “Riceva i miei averi tutti Leone”, o “Riceva i miei averi Pantaleone”4.

Una conferma della difficoltà provocata da questo fatto ce la da Erma (Pastor, Visio II, 1, 4): “Io lo [= il libretto] presi e, ritiratomi in un angolo del campo, lo trascrissi tutto, lettera per lettera, giacché non riuscivo a distinguere le sillabe”5.

Frequenti gli errori per omissione, dovuti specialmente ad omeoteleuto. Ad esempio, quando accadeva che nell’esemplare dal quale lo scriba stava ricavando la copia due righe si chiudessero o iniziassero allo stesso modo, i suoi occhi potevano saltare dalla prima alla seconda, omettendo accidentalmente l’intero passo compreso tra esse. L’omissione di una o più lettere o parole ripetute nel testo è detta tecnicamente aplografia (aploús graphé). Ad esempio, in Aristofane, Plutus, verso 258, il testo tràdito, ôs eikós estin asthenéis gérontas édê, denuncia la mancanza di due lunghe: bisogna aggiungere ándras dopo asthenéis e la caduta si spiega appunto con l’omeoteleuto rispetto alla parola precedente.

Un esempio curioso ricorre nei Promessi Sposi di Manzoni: nella I edizione del 1827, al cap. VII, l’autore aveva scritto: “Al mattino seguente Don Rodrigo si destò Don Rodrigo”. Il tipografo, pensando a una distrazione, compose: “Il mattino seguente Don Rodrigo si destò”. Il Manzoni corresse sulle bozze, reinserendo il secondo “Don Rodrigo”. Questa volta, di nuovo non comprendendo, il tipografo scrisse: “Al mattino seguente si destò Don Rodrigo”. Manzoni dovette riscrivere tutta la frase.

La dittografia è l’errore opposto all’aplografia, è la ripetizione abusiva di lettere o gruppi di lettere o parole che ricorrono una sola volta nell’originale. Girolamo in un caso avverte:

“Non si pensi che questa ripetizione sia a causa di un errore del copista, ma è la figura che presso i retori è detta «ripetizione»” (Epistula LXV, 11)6.

Ci sono errori per trasposizione di lettere o di parole. Ad es., labón diventa balón.

Ci sono errori per influsso di parole vicine. Ad esempio, in Livio (XI, 50, 6) troviamo: Sibi vitam filiae suae cariorem fuisse dove il “suae” deve essere corretto in “sua”, ed è appunto un errore dovuto all’influenza della terminazione della parola precedente.

Errori per confusione di lettere simili. In greco, nella maiuscola, si confondono ad esempio:

A, L, D;
I, G, T;
E, Th, O, S;
H, I S;
K, I, S;
Ê, P;
M, LL;
TT, P;
T, Ps.

Nella minuscola spesso si sono confuse:

b, k, m, n, y;
li, m;
ê, k.

In latino:

Tum, cum, eum;
tacitis, facitis;
facinus, facimus.

Errori per passaggio dalla lectio difficilior (modo di esprimersi più raro e difficile da capire) alla lectio facilior (modo di esprimersi più comune). Girolamo osserva questo fenomeno a proposito del nome proprio Asaph, che ricorre in I Paralipomeni 6, 39; 16, 5 e 7, ed era stato corretto dal copista in Isaia:

“Mi pare che […] il primo copista non abbia compreso il nome «Asaph», abbia pensato ad un errore del copista ed abbia corretto con il nome «Isaia» che gli era più familiare” (Commentarium in Matthaeum XIII, 35)7.

Un caso simile capita in un passo di Girolamo (Epistula CVII, 10):

“Il suo cibo [di una giovinetta educata bene dai genitori] sia verdura e farina (simila), e raramente piccoli pesci”8.

Alcuni codici scrivono al posto di simila (= farina, semola), termine raro, similia (simili), facendo diventare la frase: “Il suo cibo sia verdura e cose simili, e raramente piccoli pesci”.

Si arriva, così agli errori più pericolosi: quelli dovuti a ignoranza, combinata talora a presunzione, del copista. Sono i più difficili da scoprire.

Vi accenna Girolamo:

“Cose che sono state mal edite da pessimi traduttori, o corrette ancor più inopportunamente da presuntuosi inesperti, o aggiunte o mutate da sonnecchianti copisti” (Vulgata, Praefatio in Evangelio)9.

Si verificano casi complessi.

Ad esempio, un’intera frase c’è in un codice, manca in altri. Questo accade talora quando l’autore ha l’abitudine di annotare in margine i suoi scritti. Allora le note, per negligenza del copista, entrano nel corpo del testo. Anche a questo proposito abbiamo un’osservazione di Girolamo:

“Mi stupisco del fatto che non so qual temerario ha pensato di dover incorporare nel testo una nostra annotazione marginale, che abbiamo scritto per istruzione del lettore […] Perciò se è stato aggiunto qualcosa a lato per studio, non deve essere incorporato al testo” (Epistula CVI, 46)10.

Talora, la nota a margine può essere di un lettore, e non dell’autore: si tratta spesso di un commento marginale, oppure di sinonimi di parole difficili presenti nel testo.

Ci sono poi le modifiche intenzionali di copisti che, in buona fede, cercavano di correggere gli errori dei copisti precedenti. Vi sono addirittura casi in cui uno scriba reintroduceva una vecchia lezione erronea, già emendata anteriormente.

Un caso più grave è quello di una pagina intera che si trova in qualche codice, non in altri. Qualche volta questo può accadere per malizia di avversari dello scrittore. Girolamo racconta che un passo del Dominicus homo di Atanasio era stato cancellato raschiando lo scritto e poi era stato ancora riscritto il medesimo testo: ma, in questo modo, il lettore dubita che non sia autentico... e Girolamo commenta che è una follia (deliramenta) (Apologia adversus libros Rufini II, 20)11. In questo caso è un guaio avere un solo codice (codex unicus) dell’opera, perché non è possibile un controllo.

Il caso più complesso è rappresentato dall’opera tramandata in forme diverse. Talora si tratta di varianti d’autore: ad esempio, le due redazioni degli Academica di Cicerone. Varianti d’autore sono attestate in Marziale e Giovenale. Dell’Adversus Marcionem di Tertulliano quella che conosciamo è la terza edizione. Del De Trinitate di Agostino sappiamo che i primi 12 libri (su 15 complessivi) furono messi in circolazione da amici di Agostino senza il permesso dell’autore, prima che l’opera fosse terminata. Egli allora, quando ebbe completato il lavoro, rivedendo i primi 12 libri e aggiungendovi gli ultimi 3, fu costretto a spiegare la situazione e volle che la spiegazione (Epistula CLXXIV) fosse riportata come premessa del De Trinitate. Un gruppo di prediche di Leone Magno ebbe due edizioni, la seconda corretta e migliorata. Alcuni sono casi difficili e problematici. Ad esempio, per l’Apologetico di Tertulliano, di cui ci è pervenuta una redazione vulgata e una variante fuldense, è complicato stabilire quale sia il testo originario, e se ci troviamo di fronte a due diverse edizioni allestite dall’autore stesso o a una corruzione della tradizione manoscritta. Per la Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea le varianti fanno pensare a diversi aggiornamenti e revisioni corrispondenti all’evoluzione della situazione storica (ad esempio, omissioni o modificazioni delle menzioni di Licinio dopo la sua sconfitta ad opera di Costantino); ma non c’è accordo tra gli studiosi sul numero e sulla datazione di queste diverse edizioni. Il cap. IV del De ecclesiae unitate di Cipriano, importante per la questione del primato di Pietro, ci è giunto in due redazioni differenti, che comportano differenze concettuali notevoli e hanno suscitato un accanito dibattito tra cattolici e protestanti, con varie ipotesi di spiegazione (interpolazioni, redazioni successive dell’autore, ma quale quella originaria?). Anche nel Decamerone del Boccaccio ci sono varianti di autore: il critico Vittore Branca sostiene che esistono più edizioni che andrebbero pubblicate separatamente12.

Ci sono infine gli errori di autore (questi vanno conservati). Gli esempi sono numerosi in tutte le letterature. Omero fa morire Apisaone nell’Iliade per ben tre volte (libri XI, XIII, XVII) ; presenta Ulisse biondo nel libro XIII dell’Odissea, bruno nel XVI. Virgilio parla della stessa notte, ora come di una notte di luna, ora senza luna (Eneide, libri IV e II). Nel Decamerone del Boccaccio troviamo, nella stessa novella (I, 10), un personaggio, prima presentato tutto solo, poi, improvvisamente, con amici; in un’altra novella (II, 6), Boccaccio, prima spiega che una madre aveva tardato a riconoscere il figlio, che le era stato rapito dai corsari molti anni prima, perché si erano visti raramente, poco dopo però nota che il figlio aveva visto la madre molte volte. Neppure in Manzoni mancano casi simili: al sarto vengono assegnati come figli, una volta, “due bambinette e un fanciullo” (cap. XXIV), un’altra volta, due bimbi e una bambina (cap. XXIX)13.

Ci sono autori antichi che ci danno notizie interessanti sulla composizione e sulle vicende dei loro scritti: ad esempio, Girolamo, di cui abbiamo prima citato vari passi, o Basilio. Quest’ultimo spiega talora di aver dovuto scrivere di suo pugno una lettera perché non aveva in casa nessun calligrafo e nessun tachigrafo (Epistula CXXXIV). Nella Epistula XX rimprovera Leonzio di non scrivergli e gli fa notare che, anche se fosse pigro, potrebbe servirsi di un altro per scrivere: il che ci conferma l’abitudine degli antichi di dettare. Altrove (Epistula CXXXV) comunica di aver ricevuto dal suo corrispondente due scritti, di cui restituisce il primo, trattiene il secondo allo scopo di farlo copiare, cosa che non ha potuto ancora fare per la mancanza di un tachigrafo (non ha denaro per pagarne uno). Rivolgendosi a un segretario (Epistula CCCXXXIII), gli consiglia di scrivere con chiarezza e di mettere segni di interpunzione logici, perché un piccolo errore può viziare un lungo discorso. E a un calligrafo (Epistula CCCXXXIV):

“Scrivi diritto e serviti di linee diritte: la tua mano non si slanci in alto né scenda in fondo a un precipizio”14.

Il testo del Nuovo Testamento, pressoché esente da alcuni errori succitati, ne possiede altri a lui propri. Anzitutto le riconoscibilissime modifiche riguardanti la grafia, per eliminare certi semitismi, e la grammatica, in modo da renderla più vicina al greco comune. Alcune parti, a causa della somiglianza dei testi evangelici, sono sottoposte all’influsso dei passi paralleli, per una tendenza all’uniformità; il fatto che spesso lo scriba conoscesse molti passi biblici a memoria, fa sì che l’errore fosse più facile ad introdursi.

Ci sono poi le cosiddette correzioni dogmatiche. Ireneo, Clemente di Alessandria, Tertulliano, Eusebio e molti altri Padri accusarono gli eretici di corrompere le Scritture allo scopo di adattarle alle loro particolari convinzioni. Tali correzioni risalgono già a Marcione, che nel II secolo eliminò dalle sue copie del vangelo di Luca ogni riferimento al retroterra ebraico di Gesù.

L’elenco di tutte queste attestazioni di errore potrebbe produrre la superficiale impressione di avere a che fare con testi del tutto corrotti; in realtà, gran parte degli errori sono evidenti e semplici da riconoscere, e vengono corretti con sicurezza. Inoltre, molte testimonianze manoscritte testimoniano il lavoro accurato e coscienzioso svolto da molti scribi attendibili, che ci hanno restituito codici assai credibili. Numerosi sono gli esempi di aderenza pedissequa al testo, di esattezza nel riproporre anche le lezioni più difficili e di ostinata fedeltà al testo da parte dei copisti15.

Questa constatazione vale a maggior ragione per i testi biblici, i quali a causa del loro carattere sacrale venivano ricopiati con una attenzione maggiore. Nel Nuovo Testamento il numero delle varianti testimoniato è enorme, a causa dell’altissimo numero di testimoni pervenuti, ma gran parte di esse non ha alcun peso contenutistico. Solo un numero limitato di varianti ha importanza per il contenuto; tra queste, molto poche sono dovute all’impossibilità di stabilire il testo originale con sufficiente certezza, seguendo le regole della moderna critica testuale. Anche le correzioni dogmatiche sono facilmente identificabili, e l’accusa di falsificazione avanzata dai Padri della Chiesa nei confronti degli eretici risulta fondata solo per Marcione e anche, ma assai meno, per Taziano.


NOTE AL TESTO

1 Nam etiam nunc, inquit, ubi numeri non faciunt intentum ad aliquid quod facile possit intellegi vel quod appareat utiliter disci, et neglegenter describuntur et neglegentius emendantur. Quis enim sibi existimet esse discendum quot milia hominum tribus Israel singillatim habere potuerunt? Ed. B. Dombart - A. Kalb, Turnhout, 1955 (Corpus Christianorum, Series latina 48), p. 471, 3-42.

2 Cfr. L. TRAUBE, Nomina sacra, München, C. H. Beck'sche Verlagsbuchhandlung, 1907 (Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1967).

3 Sed quod in Demosthene et Tullio solet fieri, ut per cola scribantur et commata, qui utique prosa, et non versibus conscripserunt, nos quoque utilitati legentium providentes interpretationem novam novo scribendi genere distinximus. Biblia sacra iuxta Vulgatam versionem (Ed. B. Fischer, J. Gribomont, H.F.D. Sparks, W. Thiele et R. Weber), Stuttgart, 19752, p. 1096.

4 Cfr. B. A. VAN GRONINGEN, Traité d’histoire et de critique des textes grecs, Amsterdam, 1963, p. 90.

5 Trad. ital. di O. SOFFRITTI, Il Pastore, Alba, 1971, p. 141.

6 Ne quis id ipsum vitio librarii repetitum putet, et est figura quae apud rhetores repetitio nominatur. Ed. I. Hilberg, Vindobonae, 1910 (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum 54), p. 628.

7 Mihi videtur […] et primum scriptorem non intellexisse Asaph et putasse scriptoris vitium, atque emendasse nomen Isaiae, cuius vocabulum manifestius erat. Ed. E. Bonnard, Paris, 1977 (Sources Chrétiennes 242), p. 284.

8 Cibus eius holusculum sit et simila, raroque pisciculi. Ed. I. Hilberg, Vindobonae, 1912 (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum 55), p. 301

9 Ea quae vel a vitiosis interpretibus male edita, vel a praesumptoribus imperitis emendata perversius, vel a librariis dormitantibus aut addita sunt, aut mutata. Biblia sacra iuxta Vulgatam versionem (Ed. B. Fischer, J. Gribomont, H.F.D. Sparks, W. Thiele et R. Weber), Stuttgart, 19752, p. 1515.

10 Et miror, quomodo e latere adnotationem nostram nescio quis temerarius scribendam in corpore putaverit, quam nos pro eruditione legentis scripsimus […] Unde, si quid pro studio e latere additum est, non debet poni in corpore. Ed. J. Labourt, Paris, 1955 (Collection des universités de France), pp. 124-125.

11 Ed. P. Lardet, Turnholti, 1982 (Corpus Christianorum, series latina, 79).

12 Sul problema della seconda edizione cfr . G. PASQUALI, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze, 1962 , pp. 398 ss. e 401; R. DEVREESSE, Introduction à l’étude des manuscrits grecs, Paris, Imprimerie National, 1954, p. 80, riguardo alle seconde edizioni migliorate dall’autore stesso di Teodoreto, Eranistes, Teodoro di Mopsuestia, Commento a Giovanni, Pseudo Basilio, Sulla creazione dell’uomo, etc.

13 Cfr. V. BRANCA, Sono proprio distratti i grandi narratori, sul «Corriere della sera», 17 aprile 1978, p. 3 .

14 Cfr. Y. COURTONNE, Un témoin du IVe siècle oriental. Saint Basil et son temps d’après sa correspondance, Paris, 1973, pp. 12-15 .

15 Cfr. B. BLUMEKRANZ, Fidélité du scribe, in «Revue du Moyen Âge» VIII (1952), pp. 323-326.




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