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Documento: La filologia e i suoi problemi - Introduzione alla filologia
Messo in linea il giorno Sabato, 29 settembre 2001
Pagina: 9/10
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La preparazione dell'edizione critica

Poniamoci ora nella situazione concreta chi un filologo che debba pubblicare un testo. Molti testi non hanno ancora edizioni critiche, oppure hanno edizioni invecchiate. Egli va anzitutto alla ricerca dei manoscritti che contengano tale testo: di solito molti (o tutti) sono conosciuti attraverso cataloghi, studi, e spesso sono già stati utilizzati da editori precedenti. Anche se sono già stati spogliati, non è bene fidarsi: gli errori di lettura sui codici sono frequenti (e, per scambio di schede, è successo che ci siano lezioni di un codice in punti, ove questo è lacunoso...).

Poi fa la collatio codicum, il confronto tra i codici. Si prende un testo base come punto di riferimento (l’edizione precedente o un codice) e poi si prende un codice (o un altro codice), direttamente o in riproduzione, e lo si confronta, passo per passo; si segnano tutte le varianti del codice rispetto al testo base. Lo stesso si fa con ogni codice esistente, sempre rispetto al testo base. Occorre molta pazienza.

Quando è finito questo lavoro, si può passare all’eliminatio codicum descriptorum, all’eliminazione delle copie, delle trascrizioni fedeli dell’antigrafo (modello). Un manoscritto (ad es. C) si riconosce come copia (ad es. di A), quando tutti gli errori di A si ritrovano in C, e in più C ha altri errori, non significativi che si possono spiegare come derivazioni da A. Le copie si possono eliminare (nell’introduzione dell’edizione critica lo si spiegherà, documentando), e in questo modo si riduce l’apparato critico, perché non vengono riportate le varianti superflue di C.

Richiede maggior cautela la eliminatio codicum deteriorum, cioè l’eliminazione di quei codici che non riportano nulla di interessante, che sono infarciti di errori. Si può non tenerne conto e non segnalarli nell’apparato. Ma talora possono dare lezioni giuste: si riportano le loro varianti solo in questi casi.

In genere si eliminano le varianti grafiche di scarso valore. In molti codici i dittonghi sono contratti (oe > e ; ae > e). Talora però anche queste varianti possono essere utili, se sono segno di un’abitudine dell’autore arcaizzante (ad esempio, in Sallustio).

Alla fine, si può tentare di stabilire uno stemma codicum, l’albero genealogico dei codici, cioè le parentele tra i codici che permettono di risalire all’archetipo.

Per stabilire le parentele di codici servono gli errori “significativi”. Non sono da questo punto di vista significative le peculiarità ortografiche, le piccole lacune (per omeoteleuto), la confusione di parole con altre più note. Si parte invece dalle lacune inspiegabili, dalle corruttele non ovvie. Il principio è che questo tipo di errori, quando si produce, si tramanda, mentre le lezioni genuine possono conservarsi in filoni della tradizione lontani e indipendenti l’uno dall’altro.

Facciamo l’esempio di due codici, A e B, in cui B presenta una lacuna che non c’è in A, ma per il resto è uguale ad A: probabilmente B deriva da A: e, se non ci sono errori significativi disgiuntivi, è copia di A. Tale rapporto si visualizza così:

schema

Se, viceversa, A presenta una lacuna che non c’è in B, ma per il resto uguale a B, probabilmente

schema

Se B presenta errori significativi che coincidono con quelli di A, e anche altri errori, e poi lezioni giuste che coincidono con A o no, si può ipotizzare che A sia stato copiato in un codice che non ci è pervenuto (X) e poi da questo sia derivato B:

schema

Oppure potrebbe essere successo che da X siano derivati indipendentemente A e B:

schema

Stabilire le parentele tra i codici é un lavoro delicato e difficile, che non sempre dà buoni risultati. Gli stemmi sono talora ricostruiti con una certa superficialità, ma, se sono ricostruiti con cura, possono essere utili, perché permettono di giungere al cosiddetto archetipo, cioè al codice che è pervenuto o è ricostruibile e che rappresenta lo stadio della tradizione manoscritta più antico che possiamo raggiungere.

I codici di opere letterarie greche che possediamo sono molto spesso posteriori alla traslitterazione dalla maiuscola alla minuscola (dal IX- X sec. al XV) . Noi possiamo stabilire le varianti posteriori alla traslitterazione.

Facciamo l’esempio di uno stemma codicum di questo tipo:

stemma codicum

Se si stabilisce uno stemma di questo tipo, significa che i codici BCDEFZ sono tutti derivati da A, che abbiamo, e quindi sono inutili. È però, questo, un caso eccezionale: di solito A non è pervenuto. A è il codice in minuscola che dipende da un codice in maiuscola.

È poi possibile che ci sia più di un archetipo: poteva capitare che si trascrivesse non una sola volta dalla maiuscola alla minuscola, ma due volte. Questa è una difficoltà. Una seconda difficoltà è rappresentata dalla contaminazione, fenomeno che si verifica quando un codice è la trascrizione di un antigrafo, ma riporta anche varianti di un altro codice. La contaminazione si riconosce quando, per esempio, il codice B ha errori congiuntivi con A, ed errori disgiuntivi da A derivanti da C:

schema

Succedeva che un copista si rendesse conto che il suo antigrafo era difettoso, incomprensibile (ci sono lettere di Girolamo a questo proposito) e si rifacesse anche ad un altro codice. E’ difficile stabilirlo, però. Quando si verifica, cade la possibilità di fissare chiaramente le parentele tra i codici. E si verifica per testi importanti, che richiedevano particolari cure, che erano molto letti. E’ frequente per testi cristiani, diffusi nel medioevo.

Un caso particolare è quello del codex unicus, cioè quello in cui di un testo ci sia pervenuto un unico manoscritto (per esempio, l’Octavius di Minucio Felice, il De mortibus persecutorum di Lattanzio, la Peregrinatio Aetheriae, il De errore profanarum religionum di Firmico Materno, la Historia sacra di Sulpicio Severo, il De gratia di Fausto di Riez; degli Stromata di Clemente Alessandrino ci sono giunti due manoscritti, di cui uno risulta essere la copia dell’altro). Il codex unicus rende più difficile l’opera dell’editore, che, avendo un solo codice, non ha possibilità di collatio e quindi di verifica.

Una volta stabilite le parentele tra i manoscritti ed eliminate le copie, resta pur sempre il lavoro di scegliere tra le varianti dei manoscritti rimasti le lezioni giuste. Esistono dei criteri, nessuno dei quali ha valore assoluto, per riconoscere la lezione migliore.

Un criterio è che si tratti della lectio antiquior, cioè della lezione testimoniata dal codice o dai codici più antichi; ma questo criterio vale solo se non ci sono buoni motivi per contestarlo: non è sempre vero che i codici più recenti siano peggiori (recentiores non deteriores), in quanto potrebbero testimoniare uno stadio antico della tradizione andato perduto.

Spesso si preferisce la lectio melioris codicis, la lezione del miglior codice: una volta stabilito, attraverso la collatio, che un codice è quello che riportava le lezioni giuste nel maggior numero dei casi di varianti (codex optimus), si tende a seguirlo sempre, anche quando non è chiaro quale sia la lezione giusta.

In realtà bisogna tener conto che anche un manoscritto eccellente non è infallibile e che anche i codices deteriores possono talora riportare lezioni buone.

Un’appendice del criterio precedente è quelle della lectio melioris classis, cioè della lezione riportata da più manoscritti, legati da stretta parentela, e considerati di buona qualità.

Si sceglie la lectio plurium codicum o la lectio plurium classium, quando si preferisce attenersi al criterio della maggioranza dei codici o delle parentele di codici, ben poco probante anch’esso, peraltro.

Molto seguita é la regola della lectio difficilior, in base alla quale la lezione più difficile, inconsueta, va preferita, perché è più comune che il copista abbia corretto un testo incomprensibile che non viceversa. Tuttavia, anche in questo caso occorre cautela. Osserva H. Frankel: “E’ sempre raccomandabile, prima di prendere una decisione sulla base del criterio della lectio difficilior, fare la controprova chiedendosi: “Cosa è qui veramente plausibile: che la lezione strana, poiché più difficile, s’è corrotta in quella più facile, ovvero che la lezione strana è difficile perché è corrotta?”1.

Un buon criterio è anche quello della lectio brevior, la lezione più breve, che parte dal presupposto che un testo più lungo deriva normalmente da integrazioni, inserzioni di glosse, etc. Ma occorre verificare che non si tratti di omissioni dovute a negligenza.

La lectio quae alterius originem explicat è preferita, quando possibile riconoscere che una variante si spiega come corruzione e derivazione da un’altra lezione.

Bisogna inoltre tener conto dello stile particolare dell’autore (usus scribendi), del periodo storico in cui l’opera è stata scritta, del genere letterario, del contesto.

Qualche volta non é possibile scegliere tra due varianti. Talora diventa necessaria la divinatio (congettura), la emendatio per coniecturam2.

I due criteri più sicuri, se rettamente applicati, sono quelli della lectio difficilior e dell’usus scribendi. Per applicarli rettamente, sono necessarie nel filologo grande cultura, profonda conoscenza dell’autore, fine sensibilità: la ricostruzione del testo non è mai determinata da regole meccanicamente applicate, ma esige intelligenza, congiunta con onestà. Filologia è possibile se anzitutto c’è volontà di accertare, con la massima precisione possibile, la verità, di capire il testo evitando le deformazioni dovute al passar del tempo e alle talora non disinteressate manomissioni ad opera dell’uomo. Preparazione filologica, dunque, è tale che se congiunge la formazione tecnico-culturale con quella morale.

Concludendo, la filologia è lo sforzo di riflettere, capire, dubitare; è porre sé stessi a servizio del testo, memori della frase di Girolamo: «Il libro rimane, gli uomini sono passati»3.




NOTE AL TESTO

1 Testo critico e critica del testo, trad. ital., Firenze, 1969, p. 37.

2 Cfr. B. A. VAN GRONINGEN, Traité d’histoire et de critique des textes grecs, Amsterdam, 1963, pp. 113-116 .

3 Epistula CXXX, 19: Liber manet, homines praeterierunt. Ed. J. Labourt, Paris, 1961 (Collection des universités de France), vol. VII, p. 192.




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