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Documento: Risposta all'articolo apparso sul Corriere della Sera dell'8 gennaio 2010
Messo in linea il giorno Venerdì, 08 gennaio 2010
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Risposta all'articolo apparso sul Corriere della Sera dell'8 gennaio 2010

di Andrea Nicolotti.

Barbara Frale risponde ad alcune obiezioni al contenuto dei suoi libri presentate su un articolo del Corriere della Sera. Ecco un'analisi di queste obiezioni.



Sul Corriere della Sera dell’8 gennaio 2010 Barbara Frale ha risposto ad alcune delle mie obiezioni in merito al contenuto dei suoi libri, di cui parlo più diffusamente negli altri saggi di questa sezione (è possibile scaricare l'articolo del Corriere in pdf premendo qui).

   Sull’erroneità della sua trascrizione signum fustanium si è espressa con queste parole: “La lettura signum fusteum, proposta dai miei critici, non ha senso, perché signum nel latino medievale indica un'entità bidimensionale, un disegno, mentre fusteum è qualcosa ricavato dal fusto di un albero, necessariamente tridimensionale. Invece fustanium è un panno, che ha appunto due dimensioni come un foglio di carta. Perciò è la lettura corretta”.

1) Come già ha affermato Massimo Vallerani sul medesimo giornale, la Frale “nega l'evidenza”. Signum è, come ben definisce il Forcellini, “una nota, una traccia, un indizio, qualcosa che ci rimanda all’idea di qualcos’altro”[1], quindi segno, marchio, impronta, contrassegno, segnale, indizio. Come oggetto materiale, tra le altre cose, signum può significare pietra o cippo miliare per indicare le distanze sul terreno, bersaglio contro cui tirare, oppure sigillo o marchio, in quanto contrassegno identificativo di qualcosa; in genere immagine, figura ma anche statua, simulacro, oggetto scolpito. In ambito militare, viene chiamata signum la statuetta di metallo pregiato che veniva portata su un’asta di legno in testa all’esercito in marcia: la più importante della legione era l’aquila con le ali spiegate, poi ogni coorte aveva un proprio signum, che raffigurava perlopiù un animale. Signa sono anche le insegne esposte al di fuori degli antichi esercizi commerciali[2].

Insomma, signum può generalmente essere un oggetto che sia immagine o simbolo di qualcosa, una figura, una scritta, una statua, indipendentemente dalla sua forma. Se per Plauto signum pictum è una figura dipinta, un ritratto, per Cicerone e Livio, ad esempio, aeneum, marmoreum o eburneum signum significano statua di bronzo, di marmo, d'avorio, e gli scultori sono chiamati ii qui signa fabricantur; in Virgilio, poi, si parla di aspera signis pocula, cioè di coppe ornate con figure a rilievo[3].

La dicitura signum fusteum del manoscritto templare è sinonimo di signum ligneum, espressione usata per indicare una scultura, un bassorilievo o un oggetto di legno o addirittura una statua come quella, tra le altre, del tempio di Apollo a Cuma, di cui parla lo storico Celio[4]. Anche scrittori cristiani, come Suplicio Severo e Cassiodoro al principio del v secolo, usano signum per indicare statue[5].

Nel latino medievale rimangono sostanzialmente in voga tutti i significati propri del latino classico[6]. Il signum materiale per eccellenza è la croce, ma anche il vessillo od ogni altro oggetto sacro che veniva esposto o portato in processione[7]; le insegne e le croci di legno o metallo, specialmente quelle grandi da parata, non sono certamente oggetti “bidimensionali” paragonabili a un “disegno”, a un “panno” o a un “foglio di carta”, come vorrebbe Barbara Frale. Con signum i medievali indicavano anche le campane o gli oggetti di legno atti a fare strepito[8]. Né si può dire che l’uso di signum per indicare una statua nel secolo xii-xiii fosse scomparso; basterà l’esempio di un pellegrino dell’epoca che, recatosi a visitare la città di Roma, chiama signa tre grandi statue: il Colosso di Nerone, il toro di bronzo di Castel Sant’Angelo e la statua di Marco Aurelio a cavallo, ora al Campidoglio[9]. Direi proprio che nessuna di queste cose è bidimensionale.

2) Il manoscritto dice fusteum e non fustanium. Su questa lapalissiana realtà, a mesi di distanza dalla prima segnalazione, la Frale non si è ancora espressa con chiarezza. Ma dal momento che la sua reazione alla constatazione dell’erronea lettura non è stata quella di negare che il manoscritto contenga ciò che io affermo (e come si potrebbe fare, d’altronde?) bensì quella di sostenere che il testo “non ha senso” se letto come io, Rinaldi, Lombatti, Ciccone, Vallerani, Théry e tanti altri lo leggiamo, credo di poter dedurre che a questo punto la Frale è pienamente consapevole del suo “errore” di trascrizione.

3) Dovremmo quindi accettare che Barbara Frale, di fronte ad un manoscritto che dice fusteum, ora accampi il diritto di correggerlo a suo arbitrio e fargli dire fustanium perché secondo lei fusteum non ha senso? Abbiamo già visto che ciò non è assolutamente vero; ma soprattutto, di questa presunta difficoltà di senso non vi è alcuna menzione nel libro. Il tutto suona come una giustificazione tardiva davanti all’evidenza dell’errore (o della manipolazione). Peraltro, che valore può avere una teoria basata su un testo corrotto e corretto?

4) Ammettendo che l’errata trascrizione fustanium non sia dovuta ad un errore bensì ad una scelta, è cosa assai grave che Barbara Frale, paleografa di mestiere, ritenga di avere il diritto di poter cambiare un manoscritto senza dire nulla a nessuno. Chi autorizza un editore a correggere il testo tràdito per sostituirlo con una propria congettura quando non è necessario, ma soprattutto senza segnalarlo? La Frale avrebbe dovuto perlomeno scrivere: “Il manoscritto dice fusteum ma io credo che si debba leggere fustanium per questo e quest’altro motivo”. Invece ella ha trascritto il testo come se esso contenesse fustanium ed ha affermato che i Templari adoravano questa “stoffa” da lei stessa creata. Non ha fornito la foto del manoscritto né una trascrizione integrale, e ha omesso di segnalare l’indicazione della referenza archivistica a suo luogo. Tutto ciò è fortemente scorretto e completamente estraneo alle regole della buona filologia.

5) Il testo, torno a dire, parla di un pezzo di legno; piatto, sottile, circolare, grosso o piccolo che fosse, non importa. Raffigurava qualcosa, ma non si sa che cosa, probabilmente una testa o l’immagine di una testa umana. La Frale ha scritto un libro intero per dire che i Templari adoravano la sindone, ma l’unico nuovo ed inedito testo che sembrerebbe lontanamente favorire la sua tesi è stato modificato da lei stessa.

A che serve rispondere che “una cosa sono le ammissioni di colpa strappate con la tortura; un'altra le poche descrizioni dell'idolo prive di elementi demoniaci e quindi affidabili”? Intanto nessuno può stabilire esattamente quali Templari furono torturati e come; alcuni di essi dichiararono che avrebbero confessato qualunque cosa i loro inquisitori avessero desiderato, per sfuggire alla tortura. Altri ritrattarono le loro confessioni in seguito. In secondo luogo, le descrizioni dell'idolo prive di elementi demoniaci non sono poche, e certamente non sono tutte concentrate nel manoscritto di cui abbiamo parlato. Come già detto, le fonti non sono per niente d'accordo sulla natura e sulla forma di questo idolo, e noi in realtà non siamo in grado di sapere che cosa fosse realtà e che cosa fosse menzogna all'interno di quelle confessioni. Resta valido ciò che abbiamo già detto: i testi addotti a testimonianza da parte della Frale sono stati alterati nella trascrizione e nella traduzione. Non ci sono idoli di stoffa e sindoni adorate.


   Altre obiezioni di Barbara Frale riguardano la questione delle presunte scritte sulla sindone.

6) Per giustificare il fatto che le presunte scritte sulla sindone non sono visibili ad occhio nudo né sulle fotografie recenti, Barbara Frale ha affermato[10] e continua a ripetere che nel 1931 “l’immagine sulla sindone era assai più vivida di oggi” e che “sbiadisce nel tempo”. Questo appare immediatamente come un escamotage: le scritte non si vedono né risultano dalle moderne foto, ed oggi solo qualcuno le può vedere interpretando in maniera arbitraria alcune macchie e ombre risultanti dagli ingrandimenti di una foto del 1931, con tutti i suoi difetti, elaborandoli al calcolatore elettronico. Una specie di atto di fede. Una volta le scritte c’erano, adesso non più. Giustamente André Marion, lo studioso francese al quale la Frale si è ispirata, parlava di “fantasmi di caratteri”[11].

7) L’autrice vorrebbe farci credere che le sue scritte, databili al I secolo, hanno sopportato benissimo il trascorrere di 1300 anni, e che nel XIV secolo i Templari potevano leggerle tranquillamente (lo afferma nel suo libro[12]); poi, per un inspiegabile fenomeno, sono improvvisamente sparite in soli due secoli. Nel 1598 l’arcivescovo di Bologna Alfonso Paleotti ha scritto un trattato sulla sindone: le sue minuziose descrizioni del sacro lino scandagliano ogni immagine della reliquia, ma non parlano assolutamente di scritte[13]. Le scritte rispuntano da una fotografia del 1931 (ma solo se elaborata!), poi però spariscono un’altra volta. Queste scritte sembrano capaci di apparire e sparire in modo mirabile.

8) I più qualificati sindonologi, compresi quelli favorevoli alla “autenticità” del telo, escludono che nello spazio di ottant’anni l’immagine della sindone possa essersi scolorita in modo sensibile, tantomeno al punto da far completamente sparire delle scritte. Se così fosse, la sindone sarebbe inequivocabilmente un falso moderno: se basta meno di un secolo per farla scolorire assai, figuriamoci se si può immaginare che essa abbia venti secoli di vita! L’immagine sarebbe già scomparsa da mille anni. Forse due o tre secoli fa contenesse immagini nerissime, nel basso medioevo scure come la pece, ed entro la fine del XXI secolo sarà diventata completamente bianca? La Frale stessa, nel tentativo di trovare qualsiasi appiglio per identificare la sindone con l’idolo dei Templari, nega implicitamente questo assurdo processo di celere sbiadimento quando dice che l’immagine del crocifisso “ha la caratteristica di diventare visibile o invisibile secondo la distanza in cui si pone chi guarda, e richiama subito alla mente le testimonianze dei Templari i quali ricordavano che l’idolo appunto «appariva» e «spariva» all’improvviso”. Se l’osservatore si avvicina al lenzuolo per più di due metri o si allontana per più di nove, l’immagine sparisce “e l’occhio umano riesce a distinguere solo le tracce di sangue”[14]. Ella stessa presumeva, dunque, che i Templari avessero innanzi a sé la stessa immagine che abbiamo oggi, tenue e poco contrastata, certo non una figura più scura e quindi meglio percepibile.

9) Dovremmo pensare che l’immagine sulla sindone sia una pittura che si scolorisce col tempo? La Frale lo nega recisamente. Molte ricerche dei sindonologi, anche quelle che la Frale cita spesso, affermano che l'immagine umana impressa sul telo non contiene pigmenti ed è indelebile, e non è cancellabile neanche con forti processi di decolorazione[15].

10) André Marion, colui che credette di poter identificare le scritte che l’autrice traduce, ha sostenuto che la struttura delle scritte impresse sul lenzuolo è la medesima dell’immagine del cadavere[16]: quindi, sarebbe il risultato dell’ingiallimento irreversibile delle fibrille superficiali del lino (si parla di "degradazione" ovvero "ossidazione" e "disidratazione"). Barbara Frale lo ha ripetuto: “Le lettere non sono fatte di inchiostro ma di una ossidazione della cellulosa delle fibrille superficiali del lino, simile (ma molto meno intensa) a quella che ha provocato l'immagine del corpo”[17]. Dal che risulta una di queste due possibilità: o sia le scritte sia l'immagine sono frutto di ossidazione del tessuto, quindi sono indelebili e non mutano col tempo (se non, eventualmente, in maniera impercettibile, e non certo nello spazio di qualche decennio), o entrambe possono svanire e scolorirsi, con i tutti problemi che quest’ultima soluzione presenterebbe per la tesi sindonica che la Frale vuole propagandare.

11) Barbara Frale è molto poco chiara quando parla della colorazione delle scritte. Tutte le presunte iscrizioni da lei viste (fatta eccezione per una) sono scure sul negativo fotografico, quindi devono essere chiare sulla sindone, perlomeno più chiare di ciò che le circonda[18]. Ma l’immagine del corpo umano è chiara sul negativo, perché scura sulla sindone. Come si può dire che le lettere “sono fatte di una ossidazione della cellulosa delle fibrille superficiali del lino, simile (ma molto meno intensa) a quella che ha provocato l'immagine del corpo” se l’immagine del corpo è di colore inverso rispetto a quella delle scritte? Al massimo, nella zona dell’immagine corporea, le scritte non sono state interessate dall’ossidazione che ha dato forma all’immagine; diversamente, sarebbero scure sulla sindone e chiare sul negativo, esattamente come il corpo. Si potrebbe dire che hanno subito lo stesso fenomeno, ma in misura ridotta rispetto al resto: ma ciò non spiega la presenza di scritte chiare in positivo nella zona esterna all’immagine corporea, e quindi non interessata allo scurimento che esse avrebbero dovuto subire, anche se in misura ridotta. Tutto ciò rende molto arduo comprendere il senso dell’intera argomentazione.

12) Il problema quindi non è se le scritte negli anni si siano schiarite, ma al massimo se si siano scurite! L’immagine del corpo dell’uomo non ha nulla a che vedere, perché essa è chiara in negativo e scura in positivo. Perché le presunte scritte chiare scompaiano dalla vista sul telo, occorrerebbe immaginare che esse si siano scurite negli ultimi ottant’anni, fino a confondersi con il tono di colore del resto del lino. Oppure, viceversa, che si sia schiarito il resto del lino fino ad assumere lo stesso pallore delle scritte. Nel primo caso la Frale dovrebbe spiegare perché queste scritte, che avrebbero resistito per 2000 anni, adesso abbiano cominciato a scurire così velocemente (e si ritorna al punto di partenza: sono scritte moderne?), e dovrebbe farci capire perché esse si sarebbero scurite di più o più velocemente del resto del telo. Nel secondo caso, dovrebbe spiegare perché un telo di lino, che notoriamente col passare dei secoli diventa più ingiallito, non certo più bianco, si starebbe miracolosamente schiarendo. E se si sta schiarendo, anche le scritte si stanno schiarendo con lui, rimanendo comunque visibili perché sempre più chiare del resto. Qualunque cosa avvenga alle scritte, avviene anche al resto del telo, immagine compresa. Se tutto scurisce, le scritte scuriscono, e viceversa; ma il contrasto dei toni non può sparire.

13) Barbara Frale, alla mia accusa di aver compiuto “macroscopici errori di grammatica e ortografia della lingua ebraica” risponde dicendo che “non c’è da stupirsi, perché perfino a Roma troviamo scritte in latino piene di strafalcioni”. Io però non ho detto che sono le scritte a compiere errori (cosa peraltro vera), ma che è Barbara Frale a compiere errori nel trascriverle e tradurle, dimostrando di ignorare anche l’alfabeto ebraico. Il che è ben diverso. Di ciò ho dato documentazione nel saggio dedicato, in questo stesso sito.

14) Rimango dell’idea che si stia sprecando molto fiato per parlare di scritte che non esistono. Ma se esistono, certamente non si sono formate come la Frale pretende, né significano ciò che lei dice.

15) Sembra davvero strano che una persona che non ha mai neanche visto la sindone di Torino da vicino si trovi nella situazione di aver scritto due libri le cui tesi fondamentali sono entrambe state contestate da coloro che a Torino si occupano della sindone da decenni. Mons. Giuseppe Ghiberti è il presidente della commissione diocesana per la sindone, Bruno Barberis il direttore del Centro internazionale di sindonologia. Dovremmo ora pensare che coloro che custodiscono e studiano la sindone provano piacere nel confutare argomentazioni a favore della sua autenticità? Forse occorrerebbe domandarsene il motivo.



[1] E. Forcellini, Lexicon totius latinitatis, vol. 4, Patavii, Gregoriana - Bononiae, Forni, 19654, p. 364.

[2] Descrizione, fonti ed immagini di tutti questi oggetti in C. Daremberg - E. Saglio, Dictionnaire des antiquités grecques et romaines, tomo 4/2, Paris, Hachette, 1900, pp. 1307-1336.

[3] Plautus, Edipicus, 624; Cicero, In Verrem, 2,4; Livius, Ab Urbe condita, XXXI,50; Vergilius, Aeneis, 9,263-264.

[4] Lucius Coelius Antipater, Annales, fr. 54: “[...] ibi in fano signum Apollinis ligneum, altum non minus pedes xv” (ed. H. Peter, Historicorum Romanorum Reliquiae, vol. 1, Stuttgart, Teubner, 1914).

[5] Sulpicius Severus, Dialogi, 2,3,6: “Quae cum omnia solo fixa ac si aenea signa riguissent, adtollentibus altius vocem magistris, flagris hinc adque inde resonantibus, nihil penitus movebantur” (ed. C. Halm, Sulpicii Severi Libri qui supersunt, Vindobonae, apud Geroldi Filium, 1866); Cassiodorus, Variae, VII,15,4-5: “Ferunt prisci saeculi narratores fabricarum septem tantum terris adtributa miracula: Ephesi Dianae templum: regis Mausoli pulcherrimum monumentum, a quo et mausolea dicta sunt: Rhodi solis aeneum signum, quod Colossus vocatur” (ed. T. Mommsen, Cassiodori senatoris Variae, Berlin, Weidmann, 1970).

[6] Cfr. C. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, tomo 7, Niort, Favre, 1886, pp. 482-484; J. F. Niermeyer, Mediae latinitatis lexicon minus, Leiden, Brill, 1976, p. 971.

[7] U. Chevalier, Sacramentaire et martyrologe de l'Abbaye de Saint-Rémy, Paris, Picard, 1900, p. 119 e 278: “Exeunt de choro cum crucibus et signis”; p. 293: “Cum duabus crucibus et duabus filacteriis que ad cruces religantur, et cum lanterna et xii signis”; p. 294: “Canonicis egressis cum archa gestatoria, gemmis et auro tecta, cum crucibus e thuribulis et lanterna signis precedentibus circuent loca destinata”; G. Martin, Ordinaire de l'abbaye Saint-Pierre d'Airvault: xive-xvie siècles, Poitiers, Société française d'imprimerie et de librairie, 1911, p. 323: “Omnes ordinate exeant predictam ecclesiam, signis precedentibus”; R. Morghen, Chronicon Sublacense aa. 593-1369, Subiaco, Santa Scolastica, 1991, pp. 168-170: “Constituit ut in festivitate Patris Benedicti faciant solempnem processionem ad specu ita ut omnes revestiti cappis, precedentibus eos famulis cum victricibus signis, vadant bini et bini. Conversi ferant aquam sanctam, crucem, candelabra, turibula”.

[8] P. Volk, Die Generalkapitels-Rezesse der Bursfelder Kongregation, Siegburg, Respublica, 1955, I, 95,7: “Placuit patribus, ut fratribus in refectorio vagis visu existentibus apponatur signum ligneum, in quo erit scriptum: «Averte oculos tuos ne videant vanitatem» ut sic erubescens visum contineat et ad lectionem intendat”; E. P. Pujol, Historia de las instituciones sociales de la España goda, vol. 3, Valencia, Vives Mora, 1896, p. 178, nota 1: “Oferrimus [...] signum fusile aeneum bonae modulationis demulcens auditum”; A. S. Ekkehard, Walther von Aquitanien. Heldengedicht aus dem Lateinischen des zehnten Jahrhunderts, Magdeburg, Creutz, 1853, p. 166: “Signumque cursim pulsantes fratres advocant”; B. J. L. Geer, De dom van Utrecht. Eene voorlezing met eenige aanteekeningen, Utrecht, Kemink, 1861, p. 142: “Ad completorium non pulsatur campana et signum ligneum et ponitur candelabrum ante altare”.

[9] Magister Gregorius, Narracio de mirabilibus urbis Romae, 3-6, che descrive tre statue della città di Roma chiamandole signa: una statua di bronzo (signum eneum) raffigurante un toro, presso Castel Sant’Angelo, di tale verismo “che a chi lo guarda sembra star lì lì per muggire e per muoversi” (ut inspicientibus mugituro et moturo similis videatur); la statua equestre di Marco Aurelio al Campidoglio; il famoso Colosso o “immagine del Colosseo, che alcuni pensano essere la statua del Sole” (imago Colossei, quam quidam statuam Solis existimant), simulacro alto più di 35 metri raffigurante Nerone. Cfr. C. Nardella, Il fascino di Roma nel Medioevo. Le Meraviglie di Roma di maestro Gregorio, Roma, Viella, 1997.

[10] B. Frale, La sindone di Gesù Nazareno, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 108.

[11] A. Marion, La sacra Sindone, Vicenza, Neri Pozza, 1998, p. 149.

[12] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 173.

[13] A. Paleotti, Esplicatione del lenzuolo, ove fu involto il Signore, Bologna, Rossi, 1598.

[14] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, pp. 82 e153.

[15] Ad esempio E. Marinelli, Sindone. Immagine impossibile, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1996, p. 63.

[16] A. Marion, Discovery of inscriptions on the Shroud of Turin by digital image processing, in «Optical Engineering» 37/8 (1998), p. 2310.

[17] B. Frale, La sindone di Gesù Nazareno, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 109.

[18] Lo ricorda, se ce ne fosse bisogno, anche André Marion: “La maggior parte dei segni notati sono chiari su fondo scuro” (La sacra Sindone, Vicenza, Neri Pozza, 1998, p. 149).


 
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