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Documento: Ancora sul «Signum fusteum»
Messo in linea il giorno Lunedì, 13 settembre 2010
Pagina: 3/12
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Il fustagno


Dopo due pagine di argomentazioni elusive, finalmente Frale si dedica ad esaminare una sola delle contestazioni che le sono state rivolte. Una delle principali prove che secondo Barbara Frale dimostrerebbe la presenza della sindone nelle mani dei cavalieri templari è fondata su una sua scorretta trascrizione e traduzione di un manoscritto del 1307 contenente la confessione di un Templare al cospetto dei suoi carcerieri. In sintesi, dove il manoscritto parla di un signum fusteum, cioè di un oggetto “di legno” che il Templare ammetteva di aver adorato, Frale leggeva indebitamente signum fustanium, cioè oggetto “di fustagno”, “di stoffa” (non preoccupandosi del fatto che fustanium è un sostantivo e non un aggettivo, che la grammatica richiede). Sulla scorta di questo, forniva del testo circostante una traduzione completamente addomesticata (senza però riportare il testo latino originale) leggendo la quale sembrerebbe che si stia parlando proprio della sindone. Giustamente Massimo Vallerani, che del libro ha curato la prima recensione in sede scientifica, si è concentrato non solo sulla trascrizione errata, ma anche sulla manipolazione del contesto. Io stesso ho ripreso e sviluppato ulteriormente le sue argomentazioni; il lettore che lo desideri potrà ricorrere a quanto è già stato pubblicato in merito[1]. Barbara Frale ignora queste pubblicazioni e ricorre al solito argomento dei bloggers:

 

Nel libro I Templari e la sindone di Cristo avevo reso il passo di quel documento con le due parole entrambe abbreviate (si legge signu- con tratto orizzontale superiore, poi fusteu- oppure fusten, con tratto orizzontale superiore e l’ultima lettera, u oppure n, sovrascritta sopra il rigo di scrittura), come signum fustanium (ma anche fustaneum), ovvero “disegno su tela grossa”. Occorre dire che alcuni archivisti francesi nel 2007 hanno già pubblicato quel documento con lo stesso passo, sciogliendo le parole in questione come signum sustensum; i bloggers lo dichiarano, però si sentono di scartare la lettura degli archivisti francesi, sebbene gli archivisti siano professionisti delle scritture antiche, gente insomma dalla quale ci si può tranquillamente attendere una lettura professionale e autorevole [...] Sono perfettamente d’accordo con gli archivisti francesi, professionisti delle fonti medievali, sul fatto che l’ultima lettera del gruppo fusten- sia una nasale n, e non una vocale u, e così pure sul fatto che il trattino orizzontale di abbreviazione vada sciolto reinserendo nella parola più lettere, e non una sola m finale. Anche gli archivisti francesi infatti se ne accorgono, offrendo come lettura sustensum, e quindi reintegrando il compendio con le lettere -sum, mentre la n a loro giudizio è l’ultima lettera del gruppo scritto. Dissento invece sulla lettura della prima consonante: avendo un tratto orizzontale che la taglia a metà, proprio sul rigo di scrittura, mi pare molto chiaro che si tratti di una f; del resto la terza lettera, stavolta chiaramente una s, è identica però non presenta il trattino orizzontale mediano. La lettura corretta di quanto è stato scritto, al netto delle integrazioni, a mio giudizio è fusten-. Ovviamente la parola va reintegrata di quanto il copista ha omesso. Il gruppo fusten- nel latino medievale non ha senso, perciò occorre cercare quale parola il copista ha voluto scrivere in forma abbreviata[2].

 

Dunque Frale, che nel suo libro aveva tranquillamente parlato di fustanium senza altro aggiungere, oggi ci informa che in realtà sul manoscritto ci sarebbe scritto fusten, con un segno di abbreviazione. Differenza non da poco. Per rendere questo fusten- più simile a fustanium, poi, dopo aver asserito che “nella minuscola notarile di primo Trecento le due vocali a ed e si scrivono in modo pressoché identico” trasforma d’incanto fusten- in fustan-”[3].

Ecco che tutto quadra. L’amanuense avrebbe scritto fusten-, ma noi dovremmo leggere fustanium (o fustaneum, variante di cui nel libro non parlava ma che oggi Frale ci propone, forse dopo essersi resa conto che il sostantivo lì proprio non ci andava?). Nelle mani del Templare, quasi miracolosamente, è comparsa finalmente la sindone. Una volta creata questa falsa lettura, Frale nel suo articolo può passare ad elencare una serie di sinonimi e derivati di fustanium, in latino, italiano, occitano, con qualche puntata verso l’arabo, che non hanno alcuna rilevanza con l’argomento.

Credo che qualunque paleografo assennato rimarrebbe di stucco davanti a questa spiegazione. Prima considerazione: se il manoscritto non riportava chiaramente la parola fustanium, o se di esso era già stata data una lettura diversa (quella degli archivisti francesi), a maggior ragione Frale nel suo libro avrebbe dovuto riprodurre un’immagine dell’originale o avrebbe dovuto esplicitare la sua trascrizione congetturale. Nel suo libro vi sono molte note e molte immagini, dedicarne una a questo tema non sarebbe certo stato impossibile. Invece ella ha lasciato trascorrere un anno prima di informarci che la sua lettura prevedeva per un’unica parola uno scioglimento congetturale di presunta abbreviazione e la modifica di due lettere (il che avrebbe reso ben più debole la sua ricostruzione). Nel frattempo l’interpretazione basata su quella che solo oggi Frale ammette essere stata una sua congettura paleografica, finora non dichiarata, è stata più volte presentata come il punto centrale che dimostrerebbe la correttezza della sua ricostruzione storica complessiva.

Seconda considerazione: io e tutti gli altri recensori del libro di Frale che si sono occupati di questo tema (quelli che lei chiama bloggers o seguaci di bloggers), riteniamo che qui non vi sia un’abbreviatura. Sul manoscritto è riportata la parola per intero, con la m soprascritta (fusteum), esattamente come avviene con la parola signum che precede, e non c’è bisogno di inventare alcuna lettera mancante. Si ha un’abbreviatura quando alcune lettere non vengono scritte allo scopo di guadagnare tempo e spazio, dove in luogo delle lettere mancanti è stato messo un segno indicativo dell’abbreviazione. L’abbreviazione dunque necessita di due condizioni: che vi sia un segno identificativo dell’abbreviatura, e che la parola sia resa comprensibile da quel segno. Ma non è questo il caso.

Un copista che davvero avesse voluto scrivere la parola fustanium, non l’avrebbe abbreviata. Si tratta di una parola di uso non comune, che non fa parte del ripetitivo linguaggio giuridico del testo, che non identifica nulla di noto a tutti i lettori. Se il copista avesse abbreviato, avrebbe sostanzialmente impedito la comprensione di quel termine: non si abbrevia ciò che non si può sciogliere. Frale ricorre a una serie di esempi per dimostrare che il manoscritto templare riporta una serie infinita di abbreviature (quale novità!): e cita parole come tempore, omnia, domino, ecclesia, magister, fratrem, interrogatus, Carcassonensis, Montepessulanum. La constatazione però fa sorridere. Tutti i paleografi - Frale inclusa - sanno che queste sono parole che vengono comunemente abbreviate nei manoscritti, perché facilmente riconoscibili e note a qualunque lettore. Si tratta di parole di uso comune, che generalmente si abbreviano sempre allo stesso modo, e soprattutto sono parole che il contesto rende immediatamente riconoscibili: si sta processando un templare, tutti sanno che è un “frate”, che ha a che fare con la “chiesa”, conoscono quale sia la carica di “maestro”, sanno che egli durante il processo viene “interrogato”, e che i nobili presenti all’interrogatorio sono “signori”; le parole “tempo” e “tutto” sono di così facile scioglimento che nessun lettore antico e moderno potrebbe avere dubbi. Sarebbe come stupirsi del fatto che oggi, sulle nostre lettere, abbreviamo “dottore” con “dott.”, “frate” con “fr.”, “signore” con “sig.”. Frale cita anche l’esempio di due nomi di luogo. Anche qui, niente di strano: l’interrogatorio si svolge a Carcassonne, è chiaro a tutti, ed altrove nello stesso manoscritto il termine è scritto in forma più estesa: il copista giustamente non ritiene di dover scrivere ogni volta per intero il nome della città. E quando abbrevia un nome di città in montplm, sa che i suoi lettori - in questo caso gli archivisti del Re di Francia - non avranno difficoltà a leggere Montepessulanum, cioè Montpellier. E infatti, non abbiamo difficoltà neppure noi, oggi.

Ben altro paio di maniche sarebbe un’abbreviazione di fustanium: non è un nome di città, non è una parola di uso ripetitivo che si abbrevia comunemente, non è il titolo che si fa precedere ad un nome proprio: è una parola che se non viene scritta per esteso non si può capire. Essa compare una sola volta in tutto il processo, anzi, Frale asserisce che compare una sola volta in tutti i processi templari celebrati all’inizio del Trecento e finora editi. Se Frale contasse quante volte negli atti processuali si abbrevia dominus o interrogatus, dovrebbe restituirci un numero di almeno tre cifre. È assolutamente da escludersi che un copista abbia abbreviato una parola del genere: l’avrebbe condannata a diventare irriconoscibile.

La seconda condizione di cui abbiamo parlato, è che l’abbreviazione deve riportare un segno che la identifichi come tale. Ma il segno finale della nostra parola sta in luogo della lettera m, non è un segno abbreviativo: è la stessa e identica forma della m della parola signum che precede. Non sarebbe necessario, perché la lettura è evidente, ma ho voluto raccogliere una serie di terminazioni simili tratte da quel manoscritto, di mano dello stesso scrivano:

 

                    signum fusteum

 

      

             militum                                aquam                           legum

 

     

              deauratam                                  formam                        modum                            nobilium

 

       

              ymaginem                                  septem                        panem

 

 

Frale, per giustificare la sua manipolazione che trasforma fusteu- in fustan-, muta la u finale in una n, e sostiene che “le due vocali a ed e si scrivono in modo pressoché identico”. Non è vero per nulla. Il nostro amanuense differenzia perfettamente la u dalla n e ancor meglio la e dalla a. Ecco le quattro lettere, tratte dalla stessa pagina:

 

 N                    U                    A                      E

 

 

Che la corretta lezione delle ultime tre lettere della parola fusteum sia sia eum e non an- lo si può anche vedere paragonando la nostra parola con due esempi dei numerosi casi in cui compare il pronome eum:

 

                 

 

Completamente diversa è la grafia di an:

 

      

                       Gaucerandus                                                   grangia

 

      

                    mandavit                                           panem                                  valeant

 

 

Questo è sufficiente ad escludere categoricamente che la parola in questione sia un’abbreviatura, e che sia leggibile nelle forme che Frale presenta. Ciò non concorda né con le regole generali della paleografia, né con le regole del buon senso, né con tutti gli altri casi simili riscontrabili sul medesimo manoscritto.

Occorre a questo punto spendere qualche parola sulla lettura degli archivisti francesi, che vengono continuamente citati da Frale a sostegno della sua lettura sbagliata. Innanzitutto va notato che i francesi avevano letto sustensum e non fustanium, il che certo non è la stessa cosa. Frale stessa nota che essi avevano sbagliato nel leggere la prima lettera come una s piuttosto che come una f: l’errore è evidente, Frale deve ammettere, perché nel nostro manoscritto (addirittura nella parola che immediatamente precede!) la f è scritta con un taglio orizzontale che la s non ha. Se Frale avesse prestato attenzione all’intera trascrizione dei francesi, che copre solo otto righe di testo, avrebbe individuato un altro errore, nella seconda parola: subsequitur al posto di subsequenter.

Su questa non esemplare trascrizione di otto righe, che contiene in tutto tre errori, Frale costruisce un’autodifesa che ancora una volta ricorre agli argomenti dell’ipse dixit piuttosto che all’esame della fonte. Mi rendo conto che i trascrittori di quelle righe hanno sbagliato, leggendo subsequitur invece che subsequenter, e sustensum invece che fusteum (o fustanium, sempre un errore sarebbe); ma di questo non mi sento di biasimali troppo. Stiamo parlando del catalogo di una mostra, all’interno della quale era stato esibito il manoscritto in questione. Non si tratta di una pubblicazione sostanzialmente scientifica, né di un libro di storia che su quella precisa lettura voglia costruire una teoria. La loro trascrizione è stata un po’ affrettata, ma non credo proprio che essi continuerebbero a sostenerla qualora dovessero esaminare con più attenzione il manoscritto. Da parte mia, ho già sufficientemente provato, lettera per lettera, che la lettura di Frale è sbagliata, e questo mi è sufficiente. Usare sustensum per difendere fustanium è davvero poco efficace.



[1] M. Vallerani, I templari e la Sindone: l’”ipotetica della falsità” e l’invenzione della storia, in «Historia Magistra» 2 (2009), pp. 10-17; A. Nicolotti, I cavalieri Templari, la sindone di Torino e le sue presunte iscrizioni, in «Humanitas» 65/2 (2010), pp. 328-339. Diverso materiale è raccolto nella sezione “Barbara Frale” del sito www.christianismus.it.

[2] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 3.

[3] Ivi, p. 13.

 

 

 




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