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Documento: Ancora sul «Signum fusteum»
Messo in linea il giorno Lunedì, 13 settembre 2010
Pagina: 4/12
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Il signum

Oltre a contestare la lapalissiana lettura di fusteum, Frale concentra i suoi attacchi anche su uno dei significati che abbiamo attribuito a signum. In questo, occorre sottolinearlo, Barbara Frale ha avuto un’evoluzione di pensiero. A gennaio di quest’anno, infatti, ella dichiarava al Corriere della Sera:


La lettura signum fusteum, proposta dai miei critici, non ha senso, perché signum nel latino medievale indica un’entità bidimensionale, un disegno, mentre fusteum è qualcosa ricavato dal fusto di un albero, necessariamente tridimensionale. Invece fustanium è un panno, che ha appunto due dimensioni come un foglio di carta[1].


Massimo Vallerani, sullo stesso giornale, dichiarò subito che “Frale nega l’evidenza”. Io in seguito risposi:

 

Non è assolutamente vero che signum nel linguaggio medievale indichi un’entità bidimensionale: esso, come già nel latino classico, è adoperato per designare oggetti dalle fogge e dimensioni più diverse. Se così non fosse, mi chiedo come sia stato possibile che proprio in quegli stessi anni un pellegrino giunto a Roma abbia scelto di usare il termine signum per designare la statua bronzea di Marco Aurelio a cavallo, ora al Campidoglio, che certo non è un disegno[2]; oppure come sia giustificabile che i medievali chiamassero signa le grosse croci processionali e persino le campane, le quali ben difficilmente potrebbero suonare, se fossero piatte[3].

 

Ora, a distanza di sei mesi, Frale ha voltato gabbana: non scrive più che signum è “un’entità bidimensionale”: ha deciso che forse è meglio aprirsi anche alla terza dimensione. La sua nuova tattica di difesa è allora quella di concentrare i suoi attacchi su uno dei possibili significati che noi abbiamo proposto per signum, cioè “statua”, tentando di dimostrare che questo significato nel latino medievale non esiste. E per farlo, cita per esteso le definizioni di tre dizionari di latino, compreso quello che io stesso e Vallerani avevamo citato, il Glossarium mediae et infimae latinitatis del Du Cange, volendo dimostrare che tutti coloro che propongono la traduzione “statua”, cioè Nicolotti e i soliti bloggers (il nome di Vallerani non compare mai, forse per atto di cortesia accademica) sono degli incompetenti. E così, ricopiandoci il dizionario, colei che fino a ieri sosteneva che signum è un oggetto bidimensionale ha scoperto che può essere una pietra miliare, una campana, un anello, una pianta, una moneta - cioè ha scoperto quello che le dicevamo noi; eppure trova il coraggio per sostenere che noi avevamo citato i dizionari, ma ci sono “seri dubbi” sul fatto che noi li avessimo letti “sul serio”. È davvero incredibile.

Altrettanto incredibile il contrattacco: Frale ricopia le definizioni del Glossarium del Du Cange e del Lexicon del Niermeyer (che lei però chiama “Niermayer”) per dimostrare che l’uso di signum nel senso di “statua” “non è compreso fra i molti significati possibili censiti nei dizionari di latino medievale”[4]. In realtà io non avevo proposto esattamente “statua”, ma avevo scelto di usare il più neutrale “immagine”, evitando di specificare “se si trattasse di un disegno, di un dipinto, di una statua, di un bassorilievo o di una scultura”[5]. Comunque ritengo che “statua” sia una traduzione legittima.

A Frale non importa che io stesso sei mesi fa le abbia indicato un testo coevo a quello del processo dei Templari dove signum è usato per più volte per indicare una statua: secondo lei si tratta di “un testo arcaicizzante”; poi mi accusa di “essere eccessivamente precipitoso nel voler indicare questo uso come l’unico possibile”, assurdità che naturalmente io non mi sono mai sognato di affermare. Quindi, una volta deciso che il mio esempio non vale nulla, passa ad asserire che nel dizionario di Du Cange “non ci sono statue di nessun tipo, come quelle che invece vorrebbero i bloggers e Andrea Nicolotti”. Quindi, se lei non le trova sul dizionario, vuol dire che non esistono:

 

Nicolotti avrebbe dovuto tenere un atteggiamento meno approssimativo, ma soprattutto leggersi per intero il testo che egli stesso chiama in causa a riprova della propria interpretazione. Qualora l’uso di signum come “statua” nei testi medioevali fosse comune come egli sostiene, i dizionari specialistici l’avrebbero senz’altro riportato. Invece di questa interpretazione non risulta traccia: agli estensori dei dizionari di latino medievale risulta che signum assume un gran numero di significati, però nessuno di questi vuol dire “statua”[6].

 

Occorre dunque spiegare a Frale che cos’è un dizionario di latino medievale. È evidente che ella crede - o vuole farci credere - che i dizionari di latino medievale servano a registrare tutti i significati dei termini utilizzati nel medioevo. La nostra competenza di latino classico, dunque, risulterebbe poco utile e talora ingannevole, perché andrebbe sempre confrontata con le definizioni proprie di quei dizionari. Se un significato attestato sui comuni vocabolari di latino non ha riscontro nei dizionari di latino medievale, per Frale ciò significa che quel significato nel medioevo non c’era.

Ora, questa è evidentemente una scempiaggine. Quei dizionari di latino medievale non sono una sostituzione dei comuni lessici di latino, ma sono una integrazione degli stessi. Essi registrano, principalmente, tutti quei significati particolari del latino medievale che non sono riportati dai vocabolari generici. Non ha perciò alcun senso sostenere che un significato assente da un dizionario medievale sia assente dall’uso degli uomini del medioevo (per capirlo bastava, tra l’altro, il testo di esempio che le avevo sottoposto). Nel caso di signum, tutte le definizioni che Frale ha indicato vanno ad aggiungersi e ad integrare quelle già note; poiché i dizionari di latino comune riportano il significato di “statua”, e questo significato nel medioevo non è cambiato, il lessico medievale non ha alcun bisogno di ricordarlo. Si dedica invece a registrare i significati nuovi, tipici dell’uso medievale: campana, parola abbreviata, sigillo, segno di croce, etc.

Se noi applicassimo ai testi medievali il sistema proposto da Frale, non saremmo più in grado di tradurre nulla. Di ciò vorrei fare un esempio, tentando di applicare l’idea che Frale ha dei dizionari di latino a quei testi che ella stessa traduce. Proprio nella dichiarazione del nostro Templare Guillaume Bos, appaiono parole sulle quali Frale avrebbe dovuto interrogarsi profondamente. Ad esempio, il Templare riguardo al misterioso signum afferma che videtur sibi quod esset album et nigrum. Frale traduce - non troppo letteralmente, ma non importa[7] - “gli sembrava che fosse fatto come di bianco e di nero”.

Ma come è possibile? Sono andato sul Du Cange alla ricerca della parola albus e... ho trovato solo questi tre significati: “pane bianco”, “moneta d’argento” e “catalogo”! E alla voce niger ho trovato soltanto “negro” ed “esercito nero” presso gli Ungari![8] Ora mi domando come Frale abbia potuto tradurre album et nigrum usando il significato comune del latino classico, che non è attestato sui dizionari di latino medievale. Avrebbe dovuto tradurre, conforme alla sua teoria: “gli sembrava che fosse fatto di pane bianco e come un negro”, oppure “gli sembrava che fosse fatto come di moneta e di esercito ungaro”. Ma può andare anche peggio. Poco prima il Templare dice di essere rimasto stupefactus de hiis que faciebant sibi fieri, e Frale ha tradotto “stupefatto di quanto gli facevano fare”. Eppure, udite udite, sul Du Cange la parola stupefio non c’è. Nemmeno stupefacio, e tantomeno stupefactus. E come poter pensare che il Templare sputò sulla croce per tre volte (spuit supra eam ter) se il Du Cange non ha il verbo spuo e nemmeno l’avverbio ter? Impossibile ricorrere, Frale ci insegna, al dizionario di latino che usavamo al liceo: ella dovrà rivedere tutte le sue traduzioni, e probabilmente concluderà di non avere a che fare con un testo medievale, ma con un falso, perché nel medioevo quelle parole e quei significati non esistevano, in quanto lei non le ha trovate sul Du Cange: parole così arcaiche, lei crede, si trovano solo nelle “fonti lontane oltre mille anni dal documento che ci interessa”[9].





[1] A. Carioti, Sindone, le scritte della discordia, su «Il Corriere della Sera» dell’8 gennaio 2010, p. 37.

[2] Magister Gregorius, Narracio de mirabilibus urbis Romae, 4: “Aliud signum aeneum est ante palatium domini papae, equus videlicet immensus et sessor eius”.

[3] A. Nicolotti, Quale l’antigrafo e quale l’apografo?, in «Giornale di Storia» 3 (2010), alla pagina www.giornaledistoria.net, p. 4.

[4] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 5.

[5] A. Nicolotti, I Templari e la sindone di Torino secondo Barbara Frale, alla pagina www.christianismus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=157.

[6] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 7.

[7] Frale è solita allontanarsi dalla lettera dei testi che traduce per supportare le sua tesi. Leggendo l’intera sua traduzione della dichiarazione del Templare, ad esempio, ci si accorge che essa è piuttosto una parafrasi interpretativa, addomesticata a ciò che si vuole dimostrare, cioè che il Templare abbia visto la sindone. Su questo, si possono vedere gli interventi sia mio sia di Vallerani, già citati.

[8] C. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Niort, Favre, 1883-1887, tomo 1, p. 169; tomo 5, p. 592.

[9] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., pp. 5-6.

 




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