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Documento: Ancora sul «Signum fusteum»
Messo in linea il giorno Lunedì, 13 settembre 2010
Pagina: 6/12
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Fotografie e gonfaloni

La sostanza delle proposte di Barbara Frale termina qui. Il resto del suo articolo prosegue con argomentazioni esposte da lei, ma su suggerimento di qualcun altro. Prima di passare all’esame di queste nuove argomentazioni di seconda mano, vorrei concludere con un altro particolare che è farina esclusiva del suo sacco.

Riferendosi ad una mia affermazione riguardo alla fotografia del manoscritto in questione, Frale ha sostenuto quanto segue:

 

Senza premurarsi di vagliare la validità delle affermazioni ivi contenute, Nicolotti scrive che i curatori del blog “furono i primi a rintracciare una fotografia del documento originale”, e già questa è una circostanza inesatta [...] L’immagine in formato digitale del documento infatti è a disposizione di chiunque sul sito dell’Archivio Nazionale di Parigi già dagli inizi del 2009, alcuni mesi prima che uscisse il mio libro. Qualsiasi studioso già da allora avrebbe potuto scaricarlo e stamparlo gratis [...] Trovo divertente che mi si accusi di aver quasi voluto “occultare” un testo, il quale, se uno ha voglia di far controlli prima di scrivere, si rivela essere invece di pubblico dominio[1].

 

Ricordo per l’ennesima volta a Barbara Frale che Rinaldi e Ciccone non hanno un blog, bensì un sito. Inoltre vorrei invitare Frale a rileggere ciò che la lingua italiana non permette di interpretare in maniera equivoca: io ho scritto che Rinaldi e Ciccone “furono i primi a rintracciare una fotografia del documento originale” dopo l’uscita del volume; non ho scritto che tale fotografia era irreperibile, o nascosta, o impossibile a trovarsi. Vero è che essi sono davvero stati i primi a rintracciare una fotografia del manoscritto pubblicata sul catalogo francese, e ne hanno dato notizia fin dall’11 luglio 2009, segnalando l’errore di trascrizione del fusteum; sullo stesso catalogo, qualche tempo dopo e in maniera indipendente, Massimo Vallerani e Julien Théry hanno trovato la medesima immagine e hanno riscontrato il medesimo errore. Semplicemente, ho riconosciuto loro la capacità di aver raggiunto un testo e di essersi accorti del problema ancor prima di altri; se questi bloggers davvero fossero così superficiali e sprovveduti, non si sarebbero certo premurati di andare alla ricerca di un’immagine del manoscritto, e nemmeno sarebbero stati in grado di segnalare un errore di cui ora stiamo qui a parlare.

Frale ci informa che le fotografie del manoscritto possono essere richieste da chiunque agli Archivi parigini; poi segnala che quelle immagini sono anche visibili, dagli inizi del 2009, sul sito internet dell’archivio. Vorrei far notare che non è cosa consueta per il semplice lettore di una monografia impegnarsi nell’acquisto o nella ricerca delle fotografie di tutti i manoscritti citati nel testo che legge. In ogni caso, Rinaldi e Ciccone hanno fatto ciò che il lettore comune non fa: conoscendo per esperienza la debolezza delle argomentazioni di certa letteratura sindonologica, hanno fiutato l’inghippo. Va detto, però, che le indicazioni fornite sul libro di Frale non favorivano affatto l’accesso all’originale: nel suo libro, infatti, ella non aveva indicato la segnatura del manoscritto. In merito a questo manoscritto di cui solo adesso Frale ci fornisce ogni riferimento, Massimo Vallerani ha scritto:

 

La Frale non riporta neanche l’indicazione archivistica (il rimando nella nota corrispondente è a un’opera inesistente: “Du Fresne”, che dovrebbe essere il Glossarium di Du Fresne Du Cange, che non contiene affatto la fonte esaminata: possibile un errore così grave in un punto chiave della dimostrazione? Leggendo meglio si scopre che il riferimento è espresso, in maniera implicita, nella nota successiva, confuso con un rimando a un’altra fonte[2].

 

In effetti, Frale nel suo libro aveva dato una sua traduzione del testo inedito senza trascriverlo, limitandosi a riportare solo due parole latine (signum fustanium, una delle quali sbagliata) e senza segnalare l’indicazione archivistica. In nota, infatti, si trova quel riferimento al dizionario del Du Cange (che cosa c’entra, poi?) sul quale già Vallerani si interrogava: ma in tale riferimento - ironia della sorte? - è impreciso il titolo, è inservibile l’indicazione, ed è sbagliata la pagina[3]. In pratica, una nota inutilizzabile.

L’indicazione archivistica del manoscritto Frale la riporta in una nota seguente, che però è riferita ad un altro testo che compete ad un altro processo svoltosi in un’altra città. Non si può certo dire che Frale abbia reso così agevole l'identificazione del manoscritto. A fronte di tale carenza di necessarie indicazioni, i cosiddetti bloggers sono riusciti comunque a trovare un’immagine del testo, e sono stati molto più precisi di lei nelle loro indicazioni bibliografiche. Se poi Frale era a conoscenza del fatto che le immagini di quel manoscritto erano disponibili presso il sito degli Archivi di Parigi, mi domando perché non lo abbia segnalato ai lettori riportandone il link in nota; mi domando anche perché ella non abbia trascritto integralmente un testo latino inedito di poche righe, di modo che tutti fossimo in grado di verificare la sua traduzione: il presunto carattere divulgativo del suo volume (argomento al quale talvolta Frale ricorre) non impedisce certo di dedicare una nota di sei righe al testo inedito su cui viene fondata un’argomentazione centrale del libro. Cosa migliore ella avrebbe fatto pubblicando in una sede opportuna la trascrizione di tutto il manoscritto (che è edito solo in parte) di modo che le frasi estrapolate potessero essere lette nel loro contesto.

Mi viene rivolta una seconda accusa, ancor più incredibile. Frale ritiene che io abbia commesso “l’imprudenza di entrare in una discussione sui Templari ignorando i loro specifici usi e costumi”. A testimonianza delle mie “idee assurde”, cita un passaggio di un mio scritto, stravolgendolo, per indurre il lettore a credere che io abbia sostenuto qualcosa di cui, invece, mi facevo beffe[4]. Riporto le mie parole:

 

Anche se davvero il testo avesse contenuto la parola fustanium, chi ci autorizza a pensare alla sindone? Qualunque altro oggetto di stoffa sarebbe adatto all’uopo, l’importante è che sia “bianco e nero”: ad esempio, dopo aver letto il libro della Frale qualcuno potrebbe affermare che i Templari adoravano la stoffa del loro vessillo, “il glorioso gonfalone detto baussant perché bipartito di bianco e di nero, il quale simboleggiava l’orgoglio e l’eccellenza del Tempio”[5].

 

Ora, chiunque avesse letto tutto ciò che precede, avrebbe visto che l’intero mio discorso tende ad escludere che le fonti templari parlino di un idolo di stoffa. Al termine, facevo notare che in ogni caso, anche se così non fosse, non basterebbe trovare una fonte che parla di stoffa per concludere che Templari adoravano la stoffa della sindone: ci sono infiniti tipi di stoffe al mondo, e anche di stoffe bianche e nere, senza che vi sia alcun motivo per pensare che si tratti della sindone (che tra l’altro non è bianca è nera, ma al massimo bianca e rossiccia, perché l’immagine della sindone non è nera). E facevo un esempio qualsiasi, mostrando come a questo punto qualunque tipo di oggetto bianco e nero, una volta che si concede una sfrenata libertà alla fantasia di ciascuno, potrebbe servire allo scopo. Il gonfalone dei Templari è bianco e nero, quindi a questo punto “qualcuno potrebbe affermare che i Templari adoravano la stoffa del loro vessillo”. Qualcuno, si intende, che come Frale vada alla ricerca di deboli somiglianze su cui costruire dimostrazioni. Ma l’autrice impiega una pagina intera per spiegarmi quanto sia assurdo pensare che i Templari adorassero il loro gonfalone senza riconoscerlo. Tanto quanto lo sarebbe pensare che adorassero la sindone senza riconoscerla, vorrei aggiungere (è ciò che lei crede). La conclusione è che “Nicolotti ignora che quello dei Templari è un ordine militare”. La ringrazio di avermelo segnalato, fino ad oggi ero convinto che si trattasse di un ordine contemplativo.





[1] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 3.

[2] M. Vallerani, I templari e la Sindone: l’”ipotetica della falsità” e l’invenzione della storia, in «Historia Magistra» 2 (2009), p. 12, nota 8.

[3] In seguito al testo tradotto a p. 81, di cui fornisce solo le due parole latine signum e fustanium, Frale pone questa nota abbreviata: “Du Fresne, Glossarium, p. 447” che, secondo la sua bibliografia (p. 222), starebbe per: “Du Fresne Du Cange, C., Glossarium mediae et infimae latinitatis, Graz 1954”. Ci sono ben tre errori in questa indicazione. Primo: il Glossarium è stato iniziato dal Du Cange nel 1678, e quella del 1954 è solo la ristampa di una riedizione uscita negli anni 1883-1887, e questo, ad essere precisi, andrebbe segnalato. Secondo: il dizionario è in dieci volumi, e se Frale non ci dice in quale volume occorre cercare, l’indicazione è inservibile. Terzo: in nessuno dei dieci volumi alla pagina 447 compaiono le parole signum o fustanium. Davvero un capolavoro.

[4] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 13.

[5] Intero articolo qui.

 




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