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Documento: Ancora sul «Signum fusteum»
Messo in linea il giorno Lunedì, 13 settembre 2010
Pagina: 7/12
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Le fonti genovesi

 

Domenica 6 giugno 2010, all’interno di un articolo sul quotidiano Il Giornale e firmato da Andrea Tornielli, è apparso un breve intervento favorevole alla tesi di Frale da parte di Antonio Musarra, dottorando presso l’Università di S. Marino[1]. Egli, senza entrare nel merito del contesto di tutto il passo in questione, citava due dizionari di latino medievale di area ligure a sostegno della tesi che la parola fustus potesse significare “tessuto” o “tela”.

Lo stesso giorno Musarra, su mia richiesta telefonica, mi ha gentilmente spedito la fotografia di una pagina di uno dei due dizionari da lui citati, che al momento non erano a mia disposizione; in occasione dello scambio mi ha confermato che si era concentrato sulla ricerca di fustus in quanto riteneva errata la lettura fustanium proposta da Frale (ecco dunque un altro blogger!). In effetti, nel suo intervento Musarra ha parlato della parola fustus, senza far menzione del fustanium, che non c’è; egli ha sostenuto che fusteum (cioè la nostra lettura) sarebbe aggettivo da fustus (invece che da fustis). Sul momento, dunque, ho apprezzato il fatto che Musarra avesse basato la propria analisi sulla corretta lettura del manoscritto (che Frale invece continua a negare); quando però ho potuto rintracciare non solo entrambi i dizionari, ma anche i testi a cui essi rimandavano, mi sono accorto che la teoria di Musarra era alquanto affrettata, e sostanzialmente erronea.

Nel suo articolo a me indirizzato su questa rivista, Frale si è appropriata in toto delle stesse osservazioni ed ha ripreso i medesimi testi e dizionari citati da Musarra quasi due mesi prima; ma ha omesso di segnalarlo adeguatamente. Il nome di Musarra compare solamente in una nota a piè di pagina nella quale l’autrice comunica di sfuggita che uno dei testi da lei presentati “è stato citato anche da un medievista dell’Università di San Marino (sic), Antonio Musarra, in un’intervista di Andrea Tornielli”[2], quasi come se il merito dell’aver individuato quel materiale fosse di Frale, e non di Musarra, e solo per caso anche Musarra abbia avuto l’avventura di imbattersi nel medesimo testo. Occorre invece dirlo con chiarezza: i dizionari di latino ligure con i rimandi a quei testi sono stati individuati da Musarra, che non per nulla è genovese, e da lui sono stati segnalati a Frale e al pubblico de Il Giornale. Fa specie (?) che Frale per quattro pagine adoperi le argomentazioni di qualcun altro senza dichiararlo chiaramente. Allo stesso tempo, poco prima di analizzare le suddette fonti, Frale si rivolge a me, al solito, come a persona che scrive “senza curarsi di effettuare nessuna verifica nei modi consoni ad un professionista della ricerca”, rimproverandomi di non aver fatto un “accurato lavoro di verifica”, quasi come se quelle verifiche, di cui parla una riga più sotto, fossero opera sua.

Frale comunque pensa di poter cantar vittoria, nonostante i testi citati da Musarra si basino sulla nostra corretta lettura del manoscritto, cioè fusteum, e non sulla lettura fustanium che ella pervicacemente continua a difendere; a questo punto, dando vita ad una nuova spericolata congettura (diversa da quella di Musarra) questa volta linguistica, conclude che fustum non sia da mettere in relazione con fustis, come tutti finora pensavano, ma sia “una forma contratta del più esteso fustaneum, parola usatissima nel tardo medioevo”[3].

Lasciando perdere questa nuova gratuita etimologia, occorre a questo punto prendere in esame i testi genovesi individuati da Musarra e ripresi da Frale che indurrebbero a pensare, secondo loro, che la parola fustum (non fustanium, né fusteum, occorre sempre tenerlo a mente!) possa indicare al contempo sia un pezzo di legno sia un pezzo di stoffa. Lascio perdere anche qualche altro legittimo interrogativo che ci porterebbe troppo fuori dal seminato: ad esempio, che cosa c’entri il latino ligure con le confessioni di alcuni Templari rinchiusi in un castello della Linguadoca. Sarebbe troppo facile da parte di Frale rispondere con generici riferimenti ai frequenti scambi tra le diverse regioni dell’Europa medievale e tra i Templari e le città marinare: lo ha già fatto, sostenendo che l’area ligure è “vicinissima a quella cui appartiene il frate templare del documento”. A me Genova e Carcassonne non sembrano proprio vicinissime, a 660 km di distanza una dall’altra. Mi limiterò allora a citare un’affermazione dovuta a Frale stessa:

 

Si sa bene che la società del medioevo occidentale vive all’interno di una koinè linguistica dominata dal latino, lingua comune perchè usata in ambito ecclesiastico; ma si sa anche bene che all’interno di questa comunità linguistica esistono tante aree diverse, segnata ognuna dalle sue particolarità[4].

 

Infatti, spetterebbe a lei (e a Musarra) documentare l’uso di quei termini in quella forma e con quel significato sia in area di Linguadoca sia in area ligure, per non correre il rischio di sottovalutare quelle “particolarità” linguistiche a cui Frale fa riferimento.




[1] A. Tornielli, Repliche alla Frale sulla Sindone: «Scritte fraintese», in «Il Giornale» del 6 giugno 2010, p. 20.

[2] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 11, nota 44. Corsivo mio.

[3] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 12.

[4] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 10.

 

 




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