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Documento: Ancora sul «Signum fusteum»
Messo in linea il giorno Lunedì, 13 settembre 2010
Pagina: 8/12
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Il rotolo di stoffa


Uno dei due dizionari a cui Musarra faceva riferimento è il Vocabolario Ligure di Sergio Aprosio[1]. La prima sorpresa l’ho avuta nel vedere che il lemma proposto da Aprosio è il neutro fustum, e non il maschile fustus da lui citato nell’articolo su Il Giornale. Ma procediamo, per ora.

Citando un segmento delle Leges Genuenses del maresciallo Boucicaut (di un secolo posteriori ai testi templari a cui ci riferiamo), il dizionario, tra le varie accezioni, propone di tradurre la parola fustum con “rotolo di stoffa”. Frale cita una lista di espressioni, di stile ripetitivo, su cui Aprosio basava la sua definizione; ne riporto solo tre, ma l’elenco è costituito da undici articoli, ciascuno dedicato ad un diverso tipo di stoffa:

 

Panni de Malinges canne decem parmi tres, et pro preisis parmi septem quarte tres, faciunt ad fustum canne undecim parmi unum quarte tres.

Panni de Borsella magne muasionis canne decem, et pro preisis parmi septem quarte due, faciunt ad fustum canne decem parmi septem quarte due.

Panni borselini parve muasionis canne decem, et pro preisis parmi septem quarte due, faciunt ad fustum canne decem parmi septem quarte due[2].

 

Sarebbe stata cosa buona chiarire qual è il contesto di queste frasi: si tratta del lacerto di una serie di norme sulla misurazione dei tessuti per la vendita (De longitudine pannorum, è il titolo del capitolo), cioè una regolamentazione legislativa delle unità di misura che dovevano essere adoperate per vendere le stoffe, in un momento in cui non esisteva ancora un sistema di misurazione sicuro e condiviso da tutti. Questo elenco, come si può vedere, non è un testo qualunque che dimostra che a Genova la stoffa veniva chiamata fustum; è la spiegazione di quale unità di misura occorreva adoperare per vendere i diversi tipi di stoffa, accanto a “canne”, “palmi” e “prese”. E siccome, come detto più volte, fustum indica un oggetto di legno, anche un “bastone”, come Aprosio stesso registra, è abbastanza agevole interpretare questo testo: canne, bastoni o regoli di legno sono gli oggetti per misurare o arrotolare su di sé i teli di stoffa che poi dovevano essere venduti. La traduzione di Aprosio “rotolo di stoffa” non significa che fustum vuol dire “stoffa”, ma che in quello specifico linguaggio commerciale un bastone che serve per misurare e arrotolare una quantità di stoffa accuratamente determinata, veniva in gergo mercantile chiamato “fusto”. La legge stabilisce che ad ogni tipo di stoffa (quella di Malines, quella di Borsella, etc.) corrisponda un certo fustum (potremmo dire: una stecca su cui è stata arrotolata la giusta quantità di stoffa, o una misura identificata da quella stecca). Un altro esempio di metonimia ce lo fornisce lo stesso testo, quando parla di “palmi” e “canne”. In contesto mercantile, quando si parla di misurazioni di stoffe, tutti capiscono che dicendo “un palmo” o “una canna” stiamo parlando di unità di misura, e che due palmi di stoffa non sono due mani e due canne non sono due bastoni; ma al di fuori di quel contesto, il palmo rimane una parte della mano, e la canna rimane un pezzo di legno, e a nessuno verrebbe in mente di dire che “canna” o “palmo” sono sinonimi di “stoffa”. Risulta anche evidente che questo nome di fustum attribuito al rotolo di stoffa deriva dalla forma e dalla materia del bastone del rotolo stesso, e non dalla stoffa: sarebbe come dire che un fustino di detersivo è fatto di detersivo.

Fustum è un sostantivo, e il fusteum del manoscritto templare è un aggettivo. Cerco di immaginare quale sarebbe la fantasiosa traduzione dell’interrogatorio di Carcassonne, rispondente ai criteri di Frale: al Templare fuit hostensum quoddam signum fusteum, cioè “fu ostensa un’immagine di rotolo di stoffa”? Cosa vedevano, questi templari? Un “disegno di rotolo”? Un “simbolo rotoloso”?

Il tentativo di vedere sempre e comunque la sindone porta a ricordare, da parte di Frale e Musarra, che essa - almeno da quando è conservata a Torino - è stata conservata arrotolata su un bastone. I miei critici non si accorgono che seguendo questa strada destituiscono completamente di ogni credibilità tutta l’impalcatura su cui è basato il libro di Frale, cioè che la sindone da tempo immemorabile - fin da quando era conservata a Edessa, perché fatta coincidere (erroneamente) con un’altra reliquia, il mandylion - sarebbe stata conservata non arrotolata bensì ripiegata in un modo particolare. Secondo Frale e secondo i sindonologi a cui essa si è ispirata, infatti, la ripiegature erano fatte in modo che del lenzuolo rimanesse visibile solo la parte che conteneva il volto dell’uomo in essa contenuto; e proprio questo sarebbe all’origine dell’errore secolare (!) di tutti coloro che hanno sempre parlato della reliquia di un volto (nel caso del mandylion) e di una testa (nel caso dell’idolo dei Templari), proprio perché ingannati dal fatto che quel tipo di piegatura non avrebbe permesso di percepire l’intero corpo raffigurato sulla sindone, ma solo la testa. Qui invece Frale e Musarra ci inducono a ragionare su un “rotolo di stoffa”, che evidentemente è tutt’altra cosa, e non lascia percepire nessuna testa: andrebbe prima srotolato. Delle due l’una: se la sindone veniva presentata arrotolata, dal momento che si presentava come un rotolo di stoffa non poteva lasciare in vista alcuna immagine o signum che fosse; se invece veniva srotolata, non era più un rotolo, né poteva costituire o contenere un “signum in forma di rotolo”. La conservazione della sindone su un rotolo esclude completamente qualsiasi spiegazione che ricorre all’artificio della ripiegatura, e quindi in ogni caso fa cadere tutta la teoria del libro di Frale.

Questa credo utile divagazione non deve far perdere di vista tre punti fermi: secondo Musarra il manoscritto riporta fusteum e non fustanium; fusteum non è fustum; fustum a Genova e forse anche altrove nel XV secolo è il nome che viene usato per identificare un’unità di misura, il “rotolo”, e non è un sinonimo di “stoffa”.




[1] Sergio Aprosio, Vocabolario Ligure Storico-Bibliografico, vol. I/1, Savona, Sabatelli, 2001, p. 412.

[2] C. Desimoni (ed.), Leges Genuenses, Augustae Taurinorum, Bocca, 1901, p. 559. Il dizionario di Aprosio talora trascrive scorrettamente.




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