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Documento: Ancora sul «Signum fusteum»
Messo in linea il giorno Lunedì, 13 settembre 2010
Pagina: 9/12
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I vestiti arrotolati

Lo stesso discorso fatto per il rotolo vale per un’altra traduzione di fustum proposta dallo stesso dizionario di Aprosio, ripresa da Musarra e infine da Frale: “Fusto, banda centrale” (Musarra parafrasa “banda di stoffa centrale”)[1]. Qui il testo si riferisce a paramenti sacri:

 

Item planeta una veluti rubri cum fusto uno ad istoriam beate Marie cum liliis et galis aureis fodrata cendato trezenello rubro.

Item puviale unum panni aureati de damasco cum fusto trino aureo et cum duobus osmadis et cum sex pomis perlatis ad arma dicti domini Johannis

Item paramentum unum pro mortuis totum furnitum.

Item aliud pro mortuis totum furnitum cum uno fusto rubeo[2].

 

Di questo testo Frale dimostra di non aver capito nulla:

 

Questa fonte mostra inequivocabilmente che la parola fustum serve per indicare un pannello di stoffa, che può essere decorato a ricamo con figure (ad historiam beate Marie), oppure di merletto (trina) in filato d’oro (trino aureo), oppure semplicemente di stoffa colorata (fusto rubeo). Si tratta dunque di pannelli tessili di larghezza moderata, oggetti comunissimi nelle forniture per la liturgia delle chiese medievali, usati sia per il culto (planeta, pluviale), sia per le cerimonie funebri (pro mortuis totum furnitum cum uno fusto rubeo). Ed è anche comprensibile che venissero tenuti arrotolati su se stessi, da cui è derivato anche l’altro significato di fustum come “rotolo di stoffa” (p. 11).

 

“Pannelli tessili di larghezza moderata” che venivano “tenuti arrotolati su se stessi”? Forse occorre spiegare a Frale cosa sono una pianeta e un piviale.

La pianeta è un paramento liturgico indossato dai sacerdoti durante la celebrazione della messa, in forma di scapolare che ricade sul petto e sulla schiena, senza coprire le braccia. Il piviale è un altro paramento liturgico solenne, dalla forma di lungo mantello che ricade sulla schiena, aperto sul davanti, e si indossa agganciandolo sul petto con una fibbia.

 

               

 

 

Sia le pianete sia i piviali si caratterizzano per un sistema decorativo che consiste nell’applicazione sul tessuto di galloni e fasce di stoffa più rigide, o in ricami o decorazioni dalla forma ben regolamentata. La pianeta è attraversata longitudinalmente da questa decorazione, sia sul davanti sia sul retro; su uno dei due lati il disegno della fascia assume forma di croce. Anche il piviale è decorato, specie sui lembi esterni: inoltre, dalla schiena pende un grosso cappuccio irrigidito, spesso riccamente ornato e con frange. All’interno di queste decorazioni talora vengono ricamati ornati o figurazioni umane. La fonte genovese chiama fustum la fascia longitudinale della pianeta, e ci dice che era decorata con immagini della Madonna; dice poi che il piviale dorato aveva una fascia in tre parti, e che il paramentale nero, che si usa per le messe dei defunti, aveva fasce colorate di rosso.

Siamo di nuovo da capo: si tratta di un uso traslato specifico di un certo linguaggio. Queste fasce che la fonte genovese chiama “fusti”, libri di liturgia più recenti le chiamano “colonne”. Ecco come il più diffuso manuale liturgico dedicato ai paramenti descrive il nostro fusto/colonna della pianeta:

 

L’ornamento [della pianeta] consiste in una striscia verticale nel mezzo della parte posteriore, la cosiddetta colonna, una specie di T-croce davanti ed un largo bordo intorno al collo[3].

 

“Fusti” e “colonne” indicano dunque la forma, non la materia, di quelle bande ornate: una forma lunga e diritta. Non è forse vero che la parte centrale della colonna si chiama «fusto», perché ricorda la forma di un albero? Al di fuori di questo contesto, però, fustum non può mantenere quel significato, esattamente come avveniva per il rotolo di stoffa di cui sopra. Anche “colonna”, al di fuori del contesto della descrizione di una pianeta, non vuol certo dire “banda di stoffa ricamata”! Giustamente il dizionario riporta la definizione di “fusto, banda centrale”, che ovviamente ha senso solamente in quel contesto. Applicando il metodo di Frale e Musarra dovremmo concluderne che le colonne del tempio fossero fatte di stoffa, e che la veste del sacerdote fosse ricamata in marmo. Ma soprattutto: che c’entra tutto questo con il povero Templare?

La definizione di Frale, secondo cui si tratta di “pannelli tessili di larghezza moderata, oggetti comunissimi nelle forniture per la liturgia delle chiese medievali, usati sia per il culto sia per le cerimonie funebri”, mostra che ella non sa che cosa siano i fusti delle pianete, e nemmeno le pianete. Mi piacerebbe sapere quale sia la differenza tra “culto” e “cerimonia funebre” (un funerale non è un atto di culto?), e a che cosa Frale sta pensando quando parla di “pannelli tessili” che ella fa credere di conoscere molto bene, visto che li ritiene “comunissimi” nelle chiese medievali. Parlando di pezzi di stoffa che fanno parte della “fornitura” della Chiesa, forse immagina drappi o stendardi o veli d’altare o chissà che cosa. I fusti delle pianete e dei piviali, invece, non sono oggetti a sé stanti, non sono pannelli di stoffa dall’esistenza autonoma: sono bande decorative cucite o ricamate sopra gli abiti da cerimonia. Ma il massimo di sé Frale lo dà quando considera “comprensibile che venissero tenuti arrotolati su se stessi”. I “fusti” dei paramenti sono parte di un vestito, non sono pezzi di stoffa che si arrotolano e magari si tirano dentro e fuori dall’armadio della sacrestia. A nessun sacrestano verrebbe mai in mente di arrotolare un piviale o una pianeta, perché significherebbe rovinarla in modo irreparabile, danneggiandone il tessuto, i ricami, i galloni e le decorazioni. La collocazione migliore per quel tipo di paramenti è la conservazione all’interno di larghissimi cassettoni orizzontali, in cui essi vengono deposti piegandoli il meno possibile; oppure, per mancanza di spazio, ci si serve di grucce per appenderli nell’armadio. Frale può visitare una qualunque sacrestia per vedere una pianeta e un piviale; poi, dal manuale di liturgia che abbiamo già citato, potrebbe apprendere come si conservano i paramenti, proprio per evitare che essi prendano pieghe[4]. Non credo che nemmeno a Frale stessa sia mai venuto in mente di riporre nell’armadio i propri vestiti dopo averli arrotolati (magari intorno a un bastone di legno, per farne un “rotolo” alla genovese).




[1] Un più vecchio dizionario per lo stesso testo proponeva la definizione “ricamo”: G. Rossi, Glossario medioevale ligure. Appendice, in «Miscellanea di storia italiana» 44 (1909), p. 167.

[2] M. Remondini, Esame critico di alcuni documenti riguardanti l’origine del culto di N. S. del Soccorso, in «Giornale ligustico di archeologia, storia e letteratura» 13 (1886), p. 268-269. Frale regolarizza istoriam con historiam e puviale con pluviale.

[3] G. Braun, I paramenti sacri. Loro uso, storia e simbolismo, Torino, Marietti, 1914, p. 93. Corsivo dell’autore.

[4] G. Braun, I paramenti sacri, op. cit., pp. 50-51: “Sul modo di tenere le pianete vi è diversità di pareri. Gli uni trovano che è utilissimo lo stenderle, gli altri l’appenderle [...] Se la sagrestia è umida, è meglio che le pianete siano appese, perché così si aerano più facilmente, come è necessario; bisogna però badare che il sostegno sia bene adatto al taglio del paramento, altrimenti questo piglierà cattive pieghe [...] I piviali è sempre opportuno appenderli, perché prendono troppo facilmente pieghe se si vogliono tenere nei cassoni, e simili pieghe sono sconvenientissime. Nel medioevo si avevano spesso per custodire i piviali delle grandi casse in forma di metà o quarto di cerchio, nelle quali i piviali erano interamente distesi o piegati in due”.

 




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