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Documento: Replica ad Antonio Musarra
Messo in linea il giorno Lunedì, 27 settembre 2010
Pagina: 1/1


Replica ad Antonio Musarra

di Andrea Nicolotti




Il dott. Musarra, in seguito alla pubblicazione dell'articolo Ancora sul «Signum fusteum», ha avuto la cortesia di rispondermi sulla pagina principale del suo sito Internet. Qui intendo commentare la sua risposta, suddividendo le argomentazioni in alcuni punti.

1) Musarra si riferisce ad una mia "ennesima replica" pubblicata dal Giornale di Storia riguardo alla "vexata questio del signum fusteum o fustaneum". La replica non è l'ennesima, ma è la prima. Non ho mai potuto replicare a Frale, perché ella fino al luglio del 2010 non ha mai risposto in merito alla questione fusteum/fustaneum (o fustanium).

 

2) Ringrazio Musarra per aver parlato di una mia "grande perizia nell'analizzare i fatti". Continuo ad apprezzare la correttezza della sua interpretazione, che in accordo con me scarta la lettura del manoscritto fustanium/fustaneum che Frale invece si ostina a sostenere.

 

3) Musarra afferma che io avrei rivolto una "unica accusa" verso di lui, cioè quella di "aver espunto dal sito un articolo sulla questione e di aver proceduto frettolosamente". In verità ritengo che, a parte la questione della cancellazione dell'articolo, che non ha una ricaduta scientifica ma al massimo un risvolto "morale", l'elemento più importante sia l'uso scorretto delle fonti.

 

4) Musarra alla mia osservazione di essere stato frettoloso nella sua analisi mi risponde: "Ho proprio altro da fare, mi spiace! ".

Anch'io avrei altro da fare. Ma se ho altro da fare mi dedico a quello. Se invece scelgo di intervenire in un dibattito scientifico, non posso permettermi di essere frettoloso per poi dire di aver altro da fare. Piuttosto taccio. La buona ricerca è nemica della fretta e della superficialità.

 

5) "E poi basta, però. La crociata paleografica sta scadendo nel ridicolo, o nel sospetto di qualche interesse secondario!", scrive Musarra.

Non so a chi sia rivolto il "basta". Io sostengo la mia opinione ed espongo quelli che ritengo essere errori. Cesserò di scrivere quando riterrò che sia inutile o che si sia giunti ad una soluzione, o magari quando il dibattito sarà sceso ad un livello troppo basso (cosa che, in verità, è successa, ma non credo per mia responsabilità). Non condivido neppure la denominazione di "crociata paleografica", che Musarra riprende da Frale: la correzione di una sbagliata lettura paleografica è legittima, e se l'autore della lettura sbagliata persiste nella lezione scorretta, mi pare non solo legittimo ma doveroso rispondere. "Crociata" e "persecuzione" non sono concetti che mi appartengono né tantomeno categorie di dibattito scientifico. Non ho sollevato nessuna crociata, faccio notare un errore. Infine, non vedo che cosa ci sia di "ridicolo" in tutto ciò: ridicoli sono i bicchieri di stoffa e le pianete arrotolate.

Per quanto riguarda il “sospetto di qualche interesse secondario” - accusa gratuita e immediatamente rinfacciabile a chi la avanza - invito Musarra ad essere più esplicito.

 

6) Ora, dopo tutta questa parte superflua, passiamo alle osservazioni sul testo. Musarra scrive:

Qui non sono molto d'accordo con Nicolotti: "faciunt ad fustum" significa evidentemente "fanno al fusto" cioè "a rotolo". Del resto lo stesso Nicolotti dice: "il dizionario ligure non parla in verità di «stoffa», bensì di un «rotolo di stoffa». Il contesto è quello delle norme che regolamentano le unità di misura da adoperarsi per vendere i tessuti: «fusti», «canne», «palmi» e «prese». Dunque fustum - la definizione del dizionario era chiara - non indica affatto la «stoffa», bensì la canna, il bastone di legno con cui si misuravano e su cui si arrotolavano i teli di stoffa". Attenzione: è canne l'unità di misura. Fustum qui significa semplicemente "rotolo"].

 

Il rotolo è un'unità di misura, eccome! Musarra stesso dice che una certa quantità di palmi, prese o canne "fanno al fusto" etc. etc. Il fusto dunque non contiene una qualunque quantità di stoffa, ma una quantità ben determinata. Come anche oggi, un rotolo di stoffa intero, venduto in un negozio, contiene una quantità di stoffa arrotolata di cui il venditore è ben consapevole. E così come una certa lunghezza lineare ridotta viene chiamata "palmo" perché lungo come il palmo di una mano, e come una lunghezza lineare più lunga viene chiamata "canna" perché misurata da una canna di legno di una determinata lunghezza, così anche il "rotolo" - chiamato fusto perché il nome ricorda sia il bastone su cui la stoffa è arrotolata, sia la forma del rotolo simile al fusto di un albero - è, in definitiva, un'unità di misura. La legge genovese non parla di rotoli a vanvera, parla di rotoli che contengono una specificata quantità di stoffa.

Rimane il fatto che il nome "fusto" non ha nulla a che fare con la stoffa, ma semplicemente con il fatto che il rotolo ha la forma di un fusto. E "rotolo" non è sinonimo di "stoffa".

 

7) Musarra scrive:

 

Su quest'ultimo punto [quello della pianeta] Nicolotti fa un pò di confusione. Gioca. Perché disquisire sugli aristotelici forma e materia... Il passo dice semplicemente che sulla pianeta c'è qualcosa di stoffa!

 

Gioco? Sembra che Musarra non abbia letto quello che ho scritto. Il passo latino non dice che sulla pianeta c'è qualcosa di stoffa, ma chiama con un nome tecnico una banda verticale lunga e stretta non perché è di stoffa, ma perché ha forma di fusto. E ho anche detto che i libri di liturgia talvolta chiamano quella stessa decorazione “colonna”, e sarebbe veramente insensato dire che colonna è sinonimo di "stoffa" e quindi gabellare la parola "fusto" come sinonimo di "marmo". Tra l’altro, qualche volta il fusto delle pianete non è nemmeno un pezzo di stoffa cucito su un altro tessuto, ma semplicemente una zona della pianeta (a forma di fusto) che contiene un disegno o una decorazione delimitata da ricami.

Tutta la questione, infatti, è basata sul semplice equivoco del voler far credere che un nome traslato, usato per descrivere la forma di un oggetto, sia un sinonimo della materia di cui quell'oggetto è fatto. Avevo già fatto alcuni esempi. Sarebbe come dire che siccome si parla di "un bel fusto" la parola fusto significa "uomo"; o che quando si parla di un "fusto di detersivo", la parola fusto significhi "cartone", o che il "fusto di un fiore" significhi che fusto vuol dire "fiore" o "erba".

Quindi l'affermazione "il termine fustum è certamente attestato nel senso di tessuto, tela, stoffa“ rimane scorretta. Il termine fustum continua ad avere il suo stesso significato di tronco, bastone (infatti il termine richiama il tronco di legno degli alberi) ma in determinati contesti ben chiari, giustamente registrati anche dai vocabolari, può essere applicato ad oggetti non di legno che però ricordano quella forma.

Ora, torniamo al processo dei templari. Il re di Francia ha ricevuto una relazione in cui si dice che un templare ha adorato un "signum fusteum". Non c'è scritto che ha adorato un pezzo di stoffa con una decorazione fustea, e nemmeno c'è scritto che è stato portato un rotolo di stoffa. Il termine, da solo e al di fuori di un contesto speciale, mantiene il suo significato normale e non traslato. Il Re ha capito che quei templari adoravano una cosa "fustea" e ha pensato a una cosa di legno, come fa anche il traduttore moderno.

Se invece ciascuno può dire quello che vuole, allora io avanzo l'ipotesi che il templare abbia visto un bel ragazzo a cui ha baciato i piedi, oppure un fusto pieno di sapone in scaglie per lavare la propria tunica, o magari un  "asse di una balestra" o un "chiodo di garofano", dal momento che il medesimo dizionario citato da Musarra prevede per "fustum" queste due accezioni. Il punto è che, al di fuori di un contesto che parla di armi o di spezie, a nessuno verrebbe in mente di tradurre fustum in quel modo. Mi pare talmente evidente che questo sistema di tradurre testi avrebbe un effetto disastroso su qualunque traduzione, che mi stupisco del doverne stare qui a disquisire. Insegniamo ai giovani ragazzi che imparano il latino di usare il dizionario non semplicemente ricopiando una qualunque delle definizioni, ma di ricopiare quella sensata e coerente con il contesto.

Pare comunque importante ricordare che sul manoscritto non c'è scritto fustum, ma fusteum.

 

8) L'affermazione a mio parere più grave è questa:

 

Mi si permetta: è un gatto che si morde la coda. Non possiamo dimostrare che i templari non usassero il termine fusteum nel senso di "tessuto, tela".

 

Questa frase metodologicamente è devastante. In pratica si ribalta l'onere della prova non su chi sostiene una tesi innovativa, ma su chi la rigetta. Io oggi dovrei dimostrare che i templari NON usavano quella parola in quel senso, quando invece spetterebbe a Musarra portare numerose prove al riguardo. Egli, che dovrebbe dimostrare che l'aggettivo fusteus esisteva con il significato "di stoffa", che quell'uso era diffuso, che lo usavano i templari, lo usava il notaio dell'inquisizione e lo comprendeva il re di Francia, chiede a me di dimostrare il contrario.

È lo stesso sistema adoperato da Dan Brown quando afferma che Gesù Cristo ebbe figli dalla Maddalena. Non possiamo dimostrare che non li ebbe... quindi li ebbe. Questo sistema di ragionare è totalmente estraneo alla metodologia storica.

L'aggettivo fusteus continua a significare "ligneo" come attestato su tutti i dizionari. L'idolo del templare è di legno, come confessano molti altri suoi confratelli, anche quelli interrogati lo stesso giorno dallo stesso inquisitore.

La domanda è un'altra: se non ci fosse di mezzo la Sindone, qualcuno avrebbe mai tradotto "fusteum" con "di stoffa"? E qualcuno avrebbe mai alterato la paleografia latina al punto da leggere "fustanium" dove c'è scritto "fusteum"? Mi pare un ottimo esempio di tesi precostituita, sostenuta sulla base di prove forzate.

Se invece dobbiamo accettare il principio del gatto che si morde la coda, a questo punto io sostengo che il templare adorava un chiodo di garofano, e sfido Musarra a dimostrare il contrario. 

Più che "tetrapiloctomia", questa è "fonetica del film muto".


 
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