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Documento: La storia del Secondo Tempio e le origini cristiane -1
Messo in linea il giorno Lunedì, 22 novembre 2010
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L’esilio

Durante il VI sec. a.C., il tempo dell’esilio, ci furono in Israele due culture separate e parallele, quella degli esiliati, che vivevano uniti nella bassa Mesopotamia, dove erano stati deportati e dove riuscirono a mantenere la propria identità nazionale e culturale, e quella dei restati in patria. Dato che gli esiliati rappresentavano la classe colta del paese e che ebbero la possibilità di vivere immersi nella grande cultura babilonese, in Mesopotamia la cultura ebraica ebbe un forte sviluppo ad opera di due gruppi separati dallo spazio e dalle leggi. Nel sud c’erano i deportati, fra i quali si distinse l’opera di Ezechiele e dei suoi sacerdoti; in Babilonia c’era la corte del re ebreo in esilio, che aveva al suo servizio alcuni ministri e intellettuali. Il re ebreo[3] fungeva come governatore della Giudea per la Babilonia; aveva, perciò contatti con i restati in patria che erano rimasti suoi sudditi. I rapporti coi deportati potevano essere solo personali, perché i deportati non erano più cittadini ebrei. Contatti sembra che ci fossero, ma non buoni. Il motivo va cercato nel fatto che le terre, le case e i diritti sacerdotali che una volta appartenevano ai deportati erano ora in mani di altri ebrei, che erano legittimi sudditi della monarchia davidica. 

L’astronomia mesopotamica fece comprendere agli ebrei la complessità, ma anche l’unità del cosmo e l’importanza del fatto che aveva leggi precise. Nacque probabilmente proprio fra i deportati del sud il caratteristico calendario giudaico antico, diverso da quello preesilico e da quello lunisolare che diventerà, poi,  il calendario ebraico tuttora in uso. Questo antico calendario, fondato solo sul movimento del sole,  era di 360 giorni, indipendente dalle fasi lunari. Il numero di 360 accordava i giorni dell’anno con i gradi dell’orizzonte (il sistema numerico mesopotamico era sessagesimale!) e i giorni necessari per completare la rivoluzione solare erano fuori computo, e di fatto ne furono presi in considerazione solo 4 per far cominciare l’anno sempre con un medesimo giorno, il mercoledì, giorno della creazione degli astri e della misura del tempo[4]. Come lo spazio portava in sé i segni della gloria divina, così anche il tempo aveva suoi ritmi che si ripercuotevano nella liturgia dell’anno e nella comprensione globale della storia. La liturgia inseriva l’uomo nelle meraviglie dello spazio e del tempo, che avevano una loro unità nella quale si rifletteva l’unità di Dio e la sua volontà.

Lo storico di Israele[5], che mise insieme quella grande storia del suo popolo e che visse lontano dai deportati alla corte dei re in esilio, trovò che l’anno 3600 dalla creazione del mondo coincideva esattamente con l’anno del saccheggio di Gerusalemme e del Tempio, cioè della fine dello stato ebraico indipendente[6]. Per noi l’anno 587 a.C. reca un numero privo, di per sé, di significato; è un numero come un altro nella serie infinita dei numeri degli anni; per lo storico di corte era l’anno che marcava la fine di un periodo e ne apriva uno nuovo in una prospettiva che vedeva il tempo come misura avente un senso derivato dal numero stesso: come la natura recava l’impronta della meraviglia della creazione, così il tempo recava in sé i segni interpretabili della mano creatrice. 3600 anni erano un periodo che riceveva il suo valore dall’essere un periodo nella storia del cosmo.

La corte in esilio poté continuare ad amministrare la Giudea per conto della Babilonia. I re vassalli (nesi’ìm) mantennero il titolo regale di fronte ai sudditi e contemporaneamente ebbero il titolo di governatori di fronte al governo babilonese. Restarono in contatto fedele con gli ebrei restati in patria, ma furono separati dagli esiliati, che non erano considerati più cittadini ebrei; erano qualcosa che potrebbe definirsi “schiavi di stato della Babilonia”.

Nel 538 a.C. la Babilonia fu conquistata dai persiani, ma la grande cultura babilonese continuò la sua strada anche sotto il nuovo dominio. I persiani si impadronirono della cultura babilonese poco aggiungendovi, come recenti studi dimostrano[7]. Comunque, fu agli inizi del dominio persiano che Isaia Secondo, un profeta di corte, fece le sue affermazioni chiare sull’unicità di Dio[8]. Yahweh era il solo Dio e fuori di lui non ce n’erano altri. Yahweh è colui che ha suscitato Ciro, che non era ebreo e non viveva nella terra di Israele, ma Yahweh è Dio di tutta la terra (Is 41, 2-3). Da quel momento il giudaismo fu caratterizzato dal credere che il suo Dio era il Dio di tutti i popoli, che, padrone dello spazio e del tempo, aveva predetto fin da tempo antico per mezzo dei suoi profeti gli avvenimenti futuri: la storia realizzava un piano divino (41, 26; 46, 10).       

 


[3] Il primo re vassallo – governatore (nasi’ – péhah) ebreo fu Yehoyakin, morto dopo il 561 a.C.

[4] Il numero 364 è divisibile per 4 e così si ottengono quattro stagioni tutte uguali di 91 giorni ciascuna. È divisibile per 7 e si ottengono così 52 settimane precise ogni anno, 13 per ogni stagione.

[5] In realtà deve essersi trattato di un gruppo di intellettuali che viveva alla corte del re ebreo a Babilonia. Indico questo gruppo con la sigla R1.

[6] Cfr. C. Martone, Cronologie bibliche e tradizioni testuali, in «Annali di Scienze Religiose» 6, 2001, 167-190.

[7] Cfr. Gnoli G., Presentazione della storia e identità nazionale nell’Iran antico, in E. Gabba (curatore), Presentazione e scrittura della storia: storiografia, epigrafi, monumenti, - Atti del Convegno di Pontignano (aprile 1996), Como, Edizioni New Press 1999, pp. 77-100, spec. p. 86.

[8] Is 4, 6: «Io sono il primo e l'ultimo: fuori di me non ci sono dèi». Cfr. anche 45, 14; 46,9




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