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Documento: La storia del Secondo Tempio e le origini cristiane -1
Messo in linea il giorno Lunedì, 22 novembre 2010
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Il rientro in patria degli esiliati. Primo periodo sadocita (515-400 a.C.)

Ci sia stato o no (molto probabilmente no) l’editto di Ciro che autorizzava i deportati ebrei a tornare in patria, di fatto il rientro avvenne solo con Dario I nel 521 a.C. Le cose non furono però così semplici. Prima di tutto bisognava reinserire i deportati fra i cittadini ebrei. Per questo l’ultimo re/governatore ebreo, Zorobabele con tipico nome babilonese, ebbe anche il titolo di ton aichmalòton Iudàion hegemòn ‘capo dei prigionieri ebrei’ secondo la traduzione greca del titolo, che ci ha conservato Giuseppe Flavio (Ant Iud 11, 31). La necessità del nuovo titolo, che si aggiungeva a quelli di re e di governatore, appare se consideriamo la diversa situazione degli esiliati e dei restati in patria di fronte allo stato ebraico e al re e soprattutto nei rapporti reciproci. Deportati e restati in patria dipendevano dal re in maniera diversa. Fu un sotterfugio burocratico voluto dai persiani per nascondere il problema vero: la restituzione agli esiliati dei beni e delle funzioni da cui erano stati estromessi settant’anni prima, quando i babilonesi occuparono Gerusalemme. Il culto del Tempio e quei possedimenti terrieri che una volta erano appartenuti agli esiliati erano ormai da settanta anni in altre mani. Una guerra civile fu la conseguenza della situazione.

Ne uscirono sconfitti i restati in patria e la dinastia davidica fu estromessa dal trono, sostituita nei suoi poteri da un governatore normalmente ebreo, ma nominato di volta in volta dalla Persia[9]. La continuità del potere fu segnata dalla dinastia dei sommi sacerdoti (carica istituita adesso) discendenti del primo rimpatriato, Giosuè della stirpe di Sadoq: il Tempio divenne il centro spirituale del popolo ebraico in luogo del Palazzo.

Se all’inizio ci fu un compromesso fra le due fazioni – quella dei deportati e quella dei restati in patria -, in breve questo compromesso finì e verso la fine del V sec. a.C., il governatore Neemia escluse dai diritti civili i discendenti degli ebrei restati in patria[10]. Da quel momento si poteva dire col Cronista[11] che gli ebrei erano andati tutti in esilio e che in patria non c’era restato nessuno.

Neemia fu mandato in Giudea come governatore da Susa, dove si trovava come ministro del re persiano. Venne a Gerusalemme, che versava in una grave situazione economica, per difendere gli interessi della comunità ebraica della diaspora babilonese. In effetti i sommi sacerdoti di Gerusalemme avevano più interesse, per affermare il loro potere, a controllare il suolo della Giudea, dove c’erano molti non ebrei, piuttosto che a occuparsi degli ebrei della diaspora. Questi invece desideravano, per mantenere la loro identità, che Gerusalemme fosse, col suo Tempio,  città esclusivamente ebraica. Come si è visto, diventò ebraica nel senso che erano pienamente ebrei solo coloro che discendessero da esiliati, vivessero in Giudea o fuori della Giudea.

 


[9] L’esistenza di questi governatori è attestata per il V sec. a.C. dalla Bibbia stessa: cfr. Neemia che menziona i governatori che lo precedettero ( Neh 5, 15). Sigilli di questi governatori sono stati pubblicati, ma  la loro autenticità non è sicura. Cfr. N. Avigad, Corpus of West Semitic Stamp Seals, (completed by B. Sass), Jerusalem 1997. Vedi anche del medesimo, Bullae and Seals from a post-exilic Judean Archive, Jerusalem 1976.

[10] «La città (Gerusalemme) era spaziosa e grande, ma dentro la gente era poca e non si costruivano case. Il mio Dio mi fece venire in mente di radunare i horim (proprietari terrieri), i seganim (notabili) e il popolo per farne il censimento». Può sembrare che Neemia volesse censire tutti gli abitanti, ma il seguito del discorso chiarisce il proposito di individuare un tipo di cittadini: «Trovai il libro genealogico dei primi rimpatriati. Questo ci trovai scritto. Questi sono gli abitanti della provincia (la Giudea) che sono rientrati dalla schiavitù dell’esilio, deportati da Nabucodonosor» (Neh 7, 4-6). Chi non poteva dimostrare di essere discendente di esiliati era escluso dalle cariche (Neh 7, 64). 




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