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Documento: L. Cascioli e le prove dell'inesistenza storica di Gesù di Nazareth -3
Messo in linea il giorno Giovedì, 30 dicembre 2010
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3.1. Simone «Barjona», figlio di Giuda il Galileo?

Dopo avere ricostruito brevemente il clima di tensione presente nel territorio palestinese tra Erode il Grande e l’epoca dei figli di Erode e del governatore romano, e dopo avere descritto alcuni aspetti delle figure di Simon Pietro e di Giacomo figlio di Zebedeo (che Cascioli ci pare confonda con il figlio di Alfeo) secondo il racconto biblico, l’autore afferma quanto segue:

«A chi potrebbe obbiettare che il Simone e il Giacomo riportati da Giuseppe e dai documenti scritti in aramaico e greco (obiezione che sono stati capaci di pormi i più accaniti sostenitori delle verità evangeliche), non sono gli stessi di cui parlano i testi sacri, perché nulla ci vieta di ammettere che possano essere esistite contemporaneamente due coppie di persone che avevano lo stesso nome[47], noi porteremo ulteriori prove che, tratte dalle falsificazioni che furono operate dai Santi Padri della Chiesa (Ireneo, Epifanio, Girolamo ecc.), elimineranno nella maniera più inconfutabile ogni possibilità di scappatoia anche in coloro che persistono nel più irriducibile irrazionalismo della fede».

Cascioli vuole dunque dimostrare che i due apostoli furono in realtà due combattenti del primo secolo finiti male sotto il procuratore Tiberio Alessandro. Tale dimostrazione si basa sostanzialmente sulla rivelazione del vero significato di due termini chiave, che sarebbero stati manipolati dalla Chiesa cattolica: «Barjiona» e «Boanerghes». Riportiamo le frasi e commentiamo passo a passo[48]:

«Barjona: Il Barjiona dato al Simone dei Boanerghes, dal significato originario di “latitante”[49], che ritroviamo trasformato in “figlio di Giona” nei Testi Sacri non è che il risultato di una manipolazione operata sulla parola nella traduzione dall’aramaico in greco.

Sapendo che in aramaico “bar” significa figlio, i Padri della Chiesa ricavarono “figlio di Giona” separando “bar” da “Jona” con l’accortezza di scrivere bar in lettera minuscola come un nome comune e Jona in lettera maiuscola per farlo diventare nome proprio di persona: Simone Barjiona = Simone bar Jona = Simone figlio di Jona. (Da Novum Testamentum Graece et Latine pag. 54, 17)[50]. Che questa trasformazione sia il risultato di una voluta falsificazione e non di un errore di traduzione ci viene confermato da tre motivi: 

a) La parola aramaica “bar”, non può trovare nessuna giustificazione in una traduzione scritta tutta in greco se non in un’intenzionalità tesa al raggiungimento di uno scopo[51].

b) Il nome proprio Jona, non esistendo in aramaico, esclude ogni possibilità di attribuire una figliolanza a qualcuno che non può avere questo nome[52].

c) La parola in “bar”, nel significato di figlio, si trova sul testo greco soltanto davanti a “Giona” mentre in tutti gli altri casi viene giustamente tradotta con “fios”[53].

Praticamente, in un testo scritto tutto in greco, i traduttori (falsari) hanno inserito questa parola aramica bar che, guarda caso, sparisce poi nella versione latina dove “bar Jona” viene tradotto con “filius Jonae”. Tutto questo perché il Simone Barjona latitante in aramaico, passando per Simone bar Jona nella traduzione greca, perdendo ogni traccia del rivoluzionario, possa divenire il pescatore di anime “Simon filius Jonae” dei vangeli canonici[54]. E come per Simone, altrettanto furono operate negli altri componenti la banda dei Boanerghes quelle manipolazioni necessarie perché gli appellativi rivoluzionari assumessero un significato pacifico, come Qananite, che in Aramaico significa rivoluzionario[55], che fu trasformato in Cananeo, cioè oriundo della città di Cana, e Galileo in abitante della regione della Galilea. 

Kefas: L’appellativo Kefas (cefa), che nel significato di “pietra” fu dato a Simone per la sua massiccia corporatura[56], fu trasformato dai falsari in quel nome proprio di “Petrus” che, in senso traslato, sarà usato per indicare in lui la “pietra” su cui Gesù edificherà la sua Chiesa. «Beato te, Simone, figlio di Giona... tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt. 16- 17 e segg.). Frase che se fosse stata espressa nel significato originale, avrebbe suonato: «Beato te, Simone, latitante, perché sarà su di te, forte come una roccia, che io edificherò la mia rivoluzione»[57], quella rivoluzione che gli Asmonei, seguendo il programma esseno-zelota[58], stavano preparando contro i Romani per la liberazione della Palestina».

 



[47] Un esempio tra gli altri è proprio GIUSEPPE FLAVIO, Guerra giudaica, IV, 4,2; nel contesto della guerra giudaica egli afferma: «Formato un esercito di circa ventimila uomini si misero in marcia verso Gerusalemme agli ordini di quattro comandanti: Giovanni, Giacomo figlio di Sosa, Simone figlio di Tacca e Finea figlio di Claudio». Qui ci sarebbe addirittura l’occasione di tirare dentro anche Giovanni e non solo un Simone e un Giacomo! Ma più oltre in GIUSEPPE FLAVIO, Guerra giudaica, V, 6,1 si afferma rispetto alla descrizione di Gerusalemme, il Tempio e l’Antonia: «Nella città il numero dei combattenti e dei rivoluzionari agli ordini di Simone era di diecimila, a parte gli Idumei, con cinquemila capitani e lui come capo supremo. Gli Idumei che stavano dalla sua parte erano circa cinquemila con dieci capitani, fra cui primeggiavano Giacomo figlio di Sosas e Simone figlio di Cathlas. Giovanni quando occupò il tempio aveva seimila uomini sotto venti capitani…». Anche qui ci sarebbero buoni spunti per inventarsi nuove coppie di persone con quei nomi…. Senza parlare della possibilità offerta dai due Simone nella cerchia dei dodici, Simon Pietro e Simone il Cananeo, che potrebbero essere il figlio di Cathlas e il figlio di Tacca…
Ci domandiamo: come si può affermare che Simone Pietro sarebbe morto sotto Alessandro Tiberio nel 44 solo perché un Simone è morto crocifisso in quell’anno? Chissà quanti altri “Simone” sono morti in quegli anni crocifissi: perché non potrebbe corrispondere con qualcun altro di questi? Al contrario, perché Simon Pietro Bariona, apostolo di Gesù, non potrebbe essere lo stesso Simon Pietro venuto a Roma e di cui ci parlano gli altri scritti neotestamentari, le lettere di Paolo, la stessa lettera di Pietro attraverso la pseudonimia di Babilonia cifrata per Roma, le documentazioni dei padri apostolici e i testi apocrifi?

[48] Per una presentazione più ampia si veda il libro-denuncia La favola di Cristo, pp. 104ss. oppure alle pp. 134-135.

[49] Vedremo poi che non esistono i «boanerges» dal significato di «latitanti».

[50] Qui ogni decenza è ormai superata. Dovrebbe essere noto agli ‘studiosi’ che propongono questo tipo di argomentazione (ad es. anche Donnini) che le documentazioni dei primi secoli a noi giunte sono in «scriptio continua» (senza spazi tra le parole), tutta in onciale (ovvero tutta in maiuscolo): che senso possono avere, allora, osservazioni del genere, visto che non possono avere alcun riscontro nei manoscritti biblici dei primi secoli? I primi manoscritti biblici in minuscola sono addirittura del IX sec.! Naturalmente è d’altro canto lecito far osservare che alcuni padri della Chiesa interpretano l’espressione come «Bariona, che significa “figlio di Giona”» (Epifanio, Ancoratus 2,2,7; Didimo Cieco, De Trinitate 30,15,2; Basilio di Cesarea, Sermones XLI,297,9).
Il riferimento al testo latino del A. Merk è talmente ingenuo da insinuare il sospetto che Cascioli pensi veramente che maiuscole, minuscole e spazi tra parole con punteggiatura compresa appartenessero ai manoscritti originali…

Riportiamo, come esempio per il testo citato, sia la parte greca sia quella latina del Codex Bezae Cantabrigiensis del V sec., una delle prime testimonianze del testo occidentale. Come si può ben notare sia il latino che il greco sono maiuscoli e in «scriptio continua»:

 Mt 16,17 (greco)
Mt 16,17 (greco)

 Mt 16,17 (latino)
Mt 16,17 (latino)

[Immagini tratte dall’edizione facsimile: Codex Bezae Cantabrigiensis Quattuor Evangelia et Actus Apostolorum complectens Graece et Latine sumptibus Academiae phototypice repraesentatus. Tomus Prior (Cantabrigiae 1899), 053 r / v (Mt 16,10-20)]

[51] Di parole aramaiche traslitterate in greco nel Nuovo Testamento ve ne sono molte: questa di Mt 16,17 non è quindi né una novità né un caso unico..

[52] Occorre ricordare che il non avere inserito in un dizionario linguistico un termine non corrisponde alla non esistenza in assoluto dello stesso, ma semplicemente alla non registrazione del dato. Se dovesse valere questo assunto, infatti, tutti gli apax legomena  non esisterebbero, sebbene essi ricoprano una grossissima percentuale di ogni lingua antica.

[53] Solo per fare un esempio che contraddice quest’affermazione basti pensare a Mc 10,46: «Bartimeo, figlio di Timeo». La parola «fios» non so cosa voglia dire (semmai «uios», senza essere troppo precisi nella traslitterazione). Cascioli, naturalmente, non sa il greco.

[54] Abbiamo appena visto come un testimone del V sec. riporti tranquillamente anche in latino il termine «Barjona»;  abbiamo poi detto che, alla luce di alcune interpretazioni nate da commenti al testo di Matteo e di Giovanni, anche le versioni latine iniziarono a tradurre il termine «bar» intendendolo come «filius». Ma tutto questo lo si spiega senza la necessità di scomodare complotti di alcun genere.

[55] Non significa affatto rivoluzionario, bensì «pieno di zelo» (è il corrispettivo in aramaico dello «zelotes» greco).

[56] Questa informazione, basata su un’immaginaria descrizione fisica di Pietro, è naturalmente inventata.

[57] Anche qui la fantasia è alle stelle: di congettura in congettura si arriva così a costruire tutto un sistema basato sul niente.

[58] Altro frutto di congettura: il programma esseno-zelota, al massimo, potrebbe essere un’ipotesi di lavoro di alcuni storici che riflettono sulla struttura dei movimenti rivoluzionari del I sec. e li pongono in relazione ad alcuni testi della letteratura di Qumran; tutt’altro quindi che una tesi storica affermata, solo una delle diverse ipotesi interpretative.




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