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Documento: Il contesto storico (dal 67 a.C. al 135 d.C.)
Messo in linea il giorno Lunedì, 31 dicembre 2001
Pagina: 3/16
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La successione di Erode

I tre figli maggiori di Erode (Alessandro e Aristobulo nati da Mariamme, Antipatro da Doride) erano stati da lui stesso eliminati; altri figli maschi sopravvissero al padre, tra i quali meritano di essere ricordati Archelao, Erode Antipa e Filippo, e l’Erode Filippo legittimo marito di Erodiade.

Erode il Grande nel suo terzo e ultimo testamento aveva nominato suo principale erede Archelao, figlio della samaritana Malthake, assegnandogli il regno di Giudea, la Samaria e l’Idumea; ad Erode Antipa, fratello di Archelao anche per parte di madre, toccavano la Galilea e la Perea, mentre a Filippo, la cui madre era la gerosolimitana Cleopatra, spettavano le regione settentrionali, ovvero la Traconitide, la Gaulanitide, la Batanea, l’Auranitide e l’Iturea.

Il testamento del re non poteva applicarsi se non con l’approvazione di Augusto; d’altra parte alla sua esecuzione si opponevano varie persone: Antipa, che nel precedente testamento era stato nominato erede universale, e molti autorevoli Giudei i quali, memori delle vessazioni del padre, avrebbero preferito passare direttamente sotto il governo romano. Subito dopo l’acclamazione di Archelao come successore di Erode, scoppiò la prima di una serie di sommosse che agitarono questo periodo: avendo Archelao rifiutato di allontanare dalla corte quei consiglieri che avevano istigato Erode a mandare a morte Mattia e Giuda per la questione dell’aquila d’oro, i maggiorenti della città organizzarono una rivolta, che Archelao fece soffocare nel sangue, causando tremila vittime.

A questo punto Archelao, Antipa e Salome (sorella del defunto Erode) partirono alla volta di Roma per dirimere la questione della successione. Nel frattempo in Giudea scoppiavano altre sommosse, tra le quali quelle capeggiate dal pastore Athrogenes, da un Alessandro che si spacciava per figlio di Erode, da Giuda il Gaulanita, figlio di quell’Eleazaro giustiziato quarantatré anni prima da Erode, e da un certo Simone, che si autoproclamò re. A calmar tutte queste agitazioni, calò dalla Siria Quintilio Varo, legato della Siria, spingendosi persino ad assaltare il Tempio; pare che abbia eretto duemila croci destinate ai sediziosi, lasciando una legione a Gerusalemme prima di ripartire per Antiochia. Tutte queste rivolte, a differenza della prima, erano di matrice popolare; tra gli umili si annoveravano gli unici sostenitori degli Erodi, ma sempre tra di essi scoppiavano le rivolte messianiche: un segno della complessità delle posizioni politiche del tempo.

Nell’Urbe, la lite per la successione era ancora nelle mani di Augusto, quando una ambasceria di cinquanta Giudei, sostenuta dagli Ebrei residenti a Roma, venne a implorare l’imperatore di liquidare la dinastia erodiana e di incorporare tutta la Palestina alla provincia di Siria, onde poter vivere tranquillamente secondo le tradizionali costumanze giudaiche sotto la protezione dell’impero.

Augusto, in prudente attesa di vedere lo sviluppo della situazione, decise di confermare il testamento di Erode; ma ad Archelao non venne riconosciuto il titolo regale, titolo che avrebbe dovuto assumere solamente dopo aver dato saggio della propria indole. A Salome, sorella del defunto Erode, andarono le città di Iamnia, Azoto e Fasaelide.

Archelao, quindi, ottenne il semplice titolo di etnarca (ethnárchês), ed i suoi fratelli Filippo ed Antipa furono confermati, in ossequio al testamento del padre, come tetrarchi (tetrárchês)1.


1 Le fonti, talora, tendono ad assegnare a tutti e tre il titolo regale (basilèus), che nessuno in effetti possedeva, interscambiandolo con quello corretto: l’evangelista Marco ad esempio chiama Erode Antipa “re” tutte le volte (6, 14); Matteo una sola volta (14, 9), mentre altrove usa il corretto titolo di “tetrarca” (14, 1), e così fa anche Luca (3, 19); Giovanni chiama “reale” l’ufficiale di Antipa (4, 46); Giuseppe Flavio dice che suo padre era nato “nel decimo anno del regno di Archelao” (Vita I, 5), ed esplicitamente lo chiama “re Archelao” (XVIII, 93). Tale costume di usare disinvoltamente le differenti designazioni, quasi fossero sinonimi, è espressione della tendenza popolare a conservare la terminologia tradizionale, senza curarsi troppo delle distinzioni. Per cui, nel linguaggio usuale, il termine “re” passa a designare tutti e tre i governanti.




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