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Documento: L. Cascioli e le prove dell'inesistenza storica di Gesù di Nazareth -2
Messo in linea il giorno Giovedì, 30 dicembre 2010
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2.2. Le testimonianze su Gesù e sui testi del Nuovo Testamento nel II sec.

Appurato che i testi confluiti nel Nuovo Testamento sono ampiamente documentati nella loro esistenza nell’ambito del I sec. alla luce delle varie considerazioni sopra riportate, è sconcertante rilevare come Cascioli e gli autori della medesima tendenza storiografica riescano ad inventare di sana pianta notizie stravaganti e teorie forgiate ad uopo.

Che nessun autore cosiddetto «cristiano» o gnostico del II sec. prima di Ireneo di Lione abbia coscienza degli scritti del Nuovo Testamento è la tesi centrale di Cascioli. Egli così si esprime nella sua sintesi «Breve riepilogo sulla storicità dei testi sacri»[28] (qui ed oltre, chioseremo puntualmente le varie affermazioni dell’autore con note in calce al testo):

« Essi (ndr: cioè «i testi sacri») sono posteriori al 150 perché:

a) Marcione, autore di due apologie sul cristianesimo, ignora nel 160 l'esistenza dei vangeli[29] facendo allusione soltanto a frasi e detti del Signore che definisce “corte e laconiche”[30].

b) Marcione, continuando a difendere il suo Cristo gnostico dopo l'espulsione dalla comunità di Roma, accusa, intorno al 170, i vangeli che erano stati costruiti servendosi del suo, di essere dei falsi attribuiti in forma fraudolenta a personaggi e apostoli dei tempi apostolici: «Sub apostolorum nomine aduntur et etiam apostolicorum». (Tertulliano, Adversus Marcionem,  IV,3)[31].
Non può che riferirsi a quelli di Marco e di Matteo che furono i primi ad uscire[32].

c) Giustino, morto nel 165, ignora gli Atti degli Apostoli[33].

d) Non c'è nessuna allusione a nessuno dei vangeli canonici nella “Lettera di Barnaba”[34] scritta nel 140, né nel “Pastore di Ermas” scritto nel 150,[35]  né nella “Lettera ai Corinti” scritta da Clemente nel 150 nella quale si parla della passione di Cristo non come fatto storico ma come una profezia che si è realizzata secondo il profeta Isaia[36].

e) Nel Didaché, documento risalente al secondo secolo, scoperto nel 1875, vi si trova la formula del “Pater noster” e il “Sermone della Montagna” (entrambi di origine essena)[37] ma nulla che parli dei 4 vangeli [38]. (Documento prettamente esseno).

f) Il primo che parla chiaramente dei 4 vangeli è S. Ireneo nel 190. Infatti Luca e Giovanni furono scritti dopo Marco e Matteo»[39].

 



[28] http://www.luigicascioli.eu/ita_argomenti.php?topic=40

[29] Marcione non ha scritto nessuna apologia sul cristianesimo (semmai Giustino) ma un’opera in due parti: la prima si fondava sulla selezione dei testi biblici che davano fondamento ad una visione contrastante quella della Chiesa di cui lo stesso suo padre era rappresentante diretto quale vescovo di Sinope, sua città d’origine. Rifiutando il Dio delle scritture ebraiche configurò un canone con il Vangelo di Cristo, che corrispondeva al Vangelo di Luca, e l’Apostolikon, ovvero una raccolta di dieci lettere paoline (quelle che riteneva coerenti con il suo sistema). La seconda parte era denominata “Antitesi”, ed era funzionale ad offrire il fondamento di tale scelta testuale, sulla quale si fondava la sua chiesa che si diffuse e restò in vita fino al V sec. Non ci resta alcuna testimonianza diretta delle sue opere ma solo testimonianze mediate e indirette di Giustino, il suo maestro (Apol. 26,5; 58,1-2), il quale aveva anche scritto un’opera andata perduta contro Marcione, il Syntagma. Inoltre, di Marcione parla Ireneo di Lione nell’Adversus haereses (180), in particolare I,27,2-4; III,12,12; IV,33,2. Egli conserva anche una predica antimarcionita di un «presbitero» ascoltato alcuni anni prima dallo stesso Ireneo (IV,27,1-32,1). Anche Tertulliano ci ha consegnato ben cinque libri contro Marcione col suo Adversus Marcionem (207-212). Pertanto le uniche cose che si possono sapere di Marcione provengono dalle testimonianze di autori in polemica con lui. E risulta che egli ben conosceva tutti i Vangeli canonici e tutte le lettere di Paolo oltre ai testi sacri dell’ebraismo, il nostro Antico Testamento. In particolare, possiamo ricostruire la sua posizione dalle testimonianze di Tertulliano. Resta fondamentale lo studio di A. VON HARNACK, Marcion: das Evangelium vom fremden Gott. Eine Monographie zur Geschichte der Grundlegung der katholischen Kirche, 2. ed., Leipzig 1924 di recente pubblicazione per la prima volta in lingua italiana: A. VON HARNACK, Marcione. Il Vangelo del Dio straniero. Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa cattolica, Genova-Milano 2007). Per un orientamento aggiornato circa il ruolo di Marcione rispetto al canone delle Scritture si veda l’ottimo e ampio contributo di E. NORELLI, «La funzione di Paolo nel pensiero di Marcione», Rivista Biblica 34 (1986), pp. 543-597. Per l’edizione critica di confronto: TERTULLIEN, Contre Marcion. Tome IV, Texte critique par Claudio Moreschini (Sources Chrétiennes 456; Paris 2001), p. 73.  

[30] Soprattutto l’ampia opera di Tertulliano mette in evidenza il rifiuto esplicito di Marcione ad accogliere le altre scritture che ben conosceva; Ireneo di Lione insiste in più punti nell’affermare che anche del Vangelo di Luca e di Paolo Marcione amputa regolarmente i testi, tutti quelli che sostengono la natura del Dio creatore, secondo la visione gnostica. Quindi se per parlare di Marcione dobbiamo affidarci agli apologisti cristiani, dobbiamo assumere quel che essi ci dicono della posizione di Marcione e non accomodarla a proprio uso e consumo come regolarmente Cascioli si diletta a fare.

[31] La frase latina «Sub apostolorum nomine aduntur et etiam apostolicorum» (Tertulliano, Adversus Marcionem, IV,3) così stralciata dal contesto perde il suo senso anche perché è citata in modo errato (cfr. «aduntur» invece di «eduntur»). L’intero passo è il seguente: «Sed enim Marcion nactus epistolam Pauli ad Galatas, etiam ipsos apostolos suggillantis ut non recto pede incedentes ad veritatem evangelii, simul et accusantis pseudoapostolos quosdam pervertentes evangelium Christi, conititur ad destruendum statum eorum evangeliorum quae propria et sub apostolorum nomine eduntur, vel etiam apostolicorum, ut scilicet fidem, quam illis adimit, suo conferat («Ma ecco che, incontrando l’Epistola ai Galati dove Paolo rimprovera gli stessi apostoli, criticandoli di non camminare retti secondo la verità del Vangelo, cioè dove egli accusa nello stesso tempo alcuni falsi apostoli di pervertire il vangelo di Cristo, ebbene Marcione s’impegna con tutte le sue forze per distruggere lo statuto dei loro vangeli che sono propriamente quelli degli apostoli o di personaggi apostolici pubblicati sotto i loro nomi: suo scopo era, è sicuro, di conferire al suo vangelo il credito che a loro ha sottratto»)» (IV,3,2). Per un commento intelligente, puntuale e competente si legga E. N ORELLI, «La funzione di Paolo nel pensiero di Marcione», Rivista Biblica 34 (1986), pp. 554ss. Semplicemente Marcione strumentalizza l’episodio dell’incidente antiocheno raccontato in Gal 2 tra Paolo e Cefa e lo amplia intendendolo come polemica tra Paolo e le tre colonne di Gerusalemme, Kefa, Giacomo e Giovanni, rappresentanti dei falsi apostoli e responsabili di falsi annunci.

[32] Si riferisce al tipo di annuncio evangelico di quegli apostoli, contro i quali Marcione si scaglia. Matteo, Marco, Luca e Giovanni e molti altri autori di Vangeli del II sec. non hanno di sicuro atteso il vangelo di Marcione per copiarlo o per opporvisi! Anzi, Marcione non aveva redatto alcun vangelo, semplicemente aveva selezionato alcuni testi tra quelli che circolavano nelle chiese.
Certamente Marcione, con questo atteggiamento, provocò la Chiesa verso la definizione del corpo quadruplice dei Vangeli e in direzione della forma canonica degli scritti; ma questo è un dato acquisito e pacifico: lo si è sempre detto da T. Zahn (Geschichte  des  neutestamentlichen  Kanons.  Eine  Ergänzung  zu  der  Einleitung  in  das  Neue  Testament, Leipzig 1904),  ad A. von Harnack (Marcione. Il Vangelo del Dio straniero; Genova-Milano 2007) a H. von Campenhausen (Die Entstehung der christliche Bibel, Beiträge zur historischen Theologie 39, Tübingen 1968).

[33] Giustino richiama brani dei Vangeli sinottici, indirettamente di Giovanni e dell’Apocalisse. Tutto il resto dei testi che confluiranno nel NT non è esplicitamente citato. Si suppone, per via del contrasto con Marcione, che conoscesse le lettere di Paolo. Poiché però conosceva il vangelo di Luca ed essendo Atti degli apostoli la sua seconda opera, è probabile che pur riconoscendone l’esistenza non sentisse il bisogno di citarla per via dell’oggetto trattato nelle due apologie. Per informazioni ulteriori cfr.: B. M. METZGER, Il canone del Nuovo Testamento, Brescia 1997, pp. 129-133.

[34] La Lettera di Barnaba è più un trattato teologico che un’epistola. Clemente Alessandrino e Origene attribuiscono la paternità a Barnaba, il compagno di Paolo, ma non si conosce l’autore. L’autore (ignoto) cristiano opera un’azione di ermeneutica dei passi delle scritture ebraiche rilette nel loro compimento verso la morte di Cristo in croce. È un testo che offre un’abbondanza di citazioni veterotestamentarie. I Vangeli sinottici per pochissime citazioni implicite paiono conosciuti, così pure qualche testo paolino, le due lettere a Timoteo e forse l’Apocalisse (B. M. METZGER, Il canone del Nuovo Testamento, pp. 59-61).

[35] La datazione del Pastore di Erma fluttua tra l’inizio del II sec. e la metà dello stesso secolo. Il testo fu molto usato nella Chiesa primitiva. Nel Codice Sinaitico del IV sec. il Pastore di Erma e la Lettera di Barnaba sono collocati al termine degli scritti neotestamentari, dopo l’Apocalisse. Questo testo pare citare implicitamente il vangelo di Giovanni, almeno uno dei sinottici, la lettera agli Efesini e quella di Giacomo (B. M. METZGER, Il canone del Nuovo Testamento, pp. 65-68).

[36] Non si capisce da dove Cascioli possa avere dedotto tale affermazione di Clemente romano nella I Lettera ai Corinti. Anzitutto la datazione è assolutamente errata. Certamente la redazione della I Lettera ai Corinti di Clemente romano non va oltre l’inizio del II sec.  Basti leggere il testo probabilmente evocato da Cascioli per rendersi conto che il tenore è assolutamente diverso, anzi ci troviamo di fronte alla tipica lettura attualizzante delle scritture veterotestamentarie sovente operata dai Padri: «XVI, 1. Cristo è degli umili, non di chi si eleva sul suo gregge. 2. Lo scettro della maestà di Dio, il Signore Gesù Cristo, non venne nel fragore della spavalderia e dell'orgoglio - e l'avrebbe potuto - ma nell'umiltà di cuore, come lo Spirito Santo ebbe a dire di lui: 3. "Signore, chi credette alla nostra voce? e il braccio del Signore a chi fu rivelato? Noi l'annunciammo alla sua presenza: egli è come un fanciullo, come una radice nella terra assetata; non ha apparenza né gloria. Noi lo vedemmo, non aveva una bella apparenza, ma l'aspetto suo era spregevole, lontano dall'aspetto degli uomini. Come l'uomo che è nel dolore e nel travaglio e che sa sopportare l'afflizione perché nasconde il suo volto, non fu onorato e tenuto in considerazione. 4. Egli porta i nostri peccati e soffre per noi, e noi l'abbiamo considerato punito, castigato da Dio e umiliato. 5. Egli fu ferito per i nostri peccati e tribolato per le nostre malvagità. I1 castigo che ci dà salvezza è su di lui; fummo risanati per le sue lividure.6. Tutti come pecore eravamo sbandati; l'uomo si era sviato dal suo cammino. 7. E il Signore diede lui per i nostri peccati, e lui per essere stato maltrattato, non apre bocca. Come pecora fu condotto al macello e come l'agnello muto davanti a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nell'umiliazione fu tolta la sua condanna. 8. Chi spiegherà la sua generazione? La sua vita è presa dalla terra. 9. Per le malvagità del mio popolo è giunto alla morte. 10. E darò i malvagi in cambio della sua sepoltura e i ricchi in cambio della sua morte. 11. Se fate sacrifici per il peccato, la vostra anima vedrà una lunga posterità. 12. E il Signore vuole liberarlo dall'afflizione della sua anima, mostrargli la luce e plasmarlo con l'intelligenza e giustificare il giusto che si fa servo di molti; ed egli porterà i loro peccati. 13. Per questo egli erediterà molti e dividerà le spoglie dei forti come ricompensa, poiché fu consegnata alla morte la sua anima, e fu considerato tra i malvagi. 14. Egli portò i peccati di molti e fu tradito per i loro peccati". 15. E di nuovo egli dice: "Io sono un verme e non un uomo, obbrobrio degli uomini e disprezzo del popolo. 16. Tutti quelli che mi vedono mi scherniscono, parlano tra le labbra e scuotono il capo: ha sperato nel Signore, Lui lo liberi, lo salvi se lo vuole". 17. Vedete, carissimi, quale modello ci è dato! Se il Signore si è umiliato a tal punto, che cosa faremo noi che, per mezzo suo, siamo venuti sotto il giogo della sua grazia?» (Cfr. http://www.monasterovirtuale.it/s_clemente.html). Accanto alle citazioni implicite delle narrazioni evangeliche Clemente romano ha chiara consapevolezza della letteratura paolina, checché ne dica Cascioli (secondo il quale fu Marcione per primo a citare l’epistolario paolino a partire dal 140 circa!): ha allusioni precise a Romani, Galati, Filippesi ed Efesini; conosce la Lettera agli Ebrei anche se, come è ovvio ancora nel II sec., la Scrittura santa è quella ereditata dagli ebrei, l’AT che sovente è citato da Clemente romano. Proprio perché a Cascioli mancano due preziose citazioni di Clemente romano riferibili agli anni 95-96 d.C. occorre riportarle di seguito: «V, 1. Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. 2. Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. 3. Prendiamo i buoni apostoli. 4. Pietro per l'ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il posto della gloria. 5. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. 6. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell'oriente e nell'occidente, ebbe la nobile fama della fede. 7. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell'occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza» e « XLVII, 1. Prendete la lettera del beato Paolo apostolo. 2. Che cosa vi scrisse all'inizio della sua evangelizzazione? 3. Sotto l'ispirazione dello Spirito vi scrisse di sé, di Cefa, e di Apollo per aver voi allora formato dei partiti. 4. Ma quella divisione portò una colpa minore. Parteggiavate per apostoli che avevano ricevuto testimonianza e per un uomo (Apollo) stimato da loro. 5. Ora, invece, considerate chi vi ha pervertito e ha menomato la venerazione della vostra rinomata carità fraterna. 6.È  turpe, carissimi, assai turpe e indegno della vita in Cristo sentire che la Chiesa di Corinto, molto salda e antica, per una o due persone si è ribellata ai presbiteri. 7. E tale voce non solo è giunta a noi, ma anche a chi è diverso da noi. Per la vostra sconsideratezza si è portato biasimo al nome del Signore e si è costituito un pericolo per voi stessi» (http://www.monasterovirtuale.it/s_clemente.html). Per altri aspetti cfr. B. M. METZGER, Il canone del Nuovo Testamento, pp. 46-48.

[37] Riprenderemo oltre il circolo vizioso di Cascioli sull’essenismo che funziona più o meno così: definiamo gli esseni soprattutto dalle testimonianze di Flavio Giuseppe. La letteratura degli esseni è quella della comunità di Qumran. Nei testi cristiani mai una volta gli esseni sono citati… Quindi, conseguenza logica: i cristiani non sono cristiani ma sono esseni, poiché non sappiamo bene chi fossero storicamente gli esseni e non è cosa saggia che i cristiani siano cristiani… Ergo: occorre trasformare i cristiani in un ibrido tra gli zeloti e gli esseni … Naturalmente il tutto è spiegato con qualche passaggio in più, ma i buchi logici si avvertono già da ora. Esiste un dibattito ormai decennale in atto sul rapporto tra giudaismo cristiano ed essenismo: sarebbe bastato informarsi presso qualche studioso.

[38] L’autorevolezza di tutto il NT come Scrittura sacra e ispirata nasce e cresce progressivamente dal I al IV sec. La “Scrittura” in tutti questi secoli è essenzialmente quel che diverrà il testo dell’Antico Testamento, ovvero l’eredità ebraica delle Sacre Scritture. Così pure i testi degli autori cristiani fino al II sec. faranno preferenzialmente riferimento all’Antico Testamento, come peraltro tutto il NT. Per questo motivo la Didaché non cita esplicitamente i quattro Vangeli canonici, ma non cita neppure gli altri vangeli gnostici o apocrifi alcuni dei quali già erano in circolazione. Dire che da questo silenzio esplicito dipende la non esistenza dei Vangeli stessi è avvalorare una posizione ingenua: l’«argumentum e silentio» va usato con intelligenza. Se tale criterio dovessimo applicarlo a tutta la letteratura avremmo degli sconvolgimenti abissali sull’esistenza di opere letterarie. Occorre riflettere sulla logica del citare: quando si cita, perché si cita, quale il suo scopo; soprattutto può essere citato solo ciò che si conosce, ma non si conosce tutto ciò che esiste! Noi non conosciamo il livello di diffusione dei testi evangelici “canonici” nell’area del Mediterraneo all’inizio del II sec., possiamo solo registrare che già c’erano e che tale conoscenza andava sempre più crescendo.

[39] C’è una sostanziale convergenza tra gli studiosi nel datare l’opera di Ireneo di Lione al 180 in contemporanea quindi con il frammento Muratoriano che documenta un’esplicita coscienza canonica in una lista articolata e commentata di scritti neotestamentari: G. M. HAHNEMAN, The Muratorian Fragment and the Development of the Canon, Oxford 1992; P. H ENNE, «La Datation du Canon de Muratori», RevBib 100,1 (1993), pp. 54-75; J. - D. KAESTLI, «La place du Fragment de Muratori dans l'histoire du canon: À propos de la thèse de Sundberg et Hahneman», Cristianesimo nella storia 15,3 (1994), pp. 609-634; C. E. HILL, «The Debate Over the Muratorian Fragment and the Development of the Canon», Westminster theological journal 57,2 (1995), pp. 437-452; A. C. JR. SUNDBERG, «Canon Muratori: A Fourth Century List», Harvard Theological Review 66 (1973), pp. 1-41; F. BOLGIANI, «Sulla data del frammento muratoriano: A proposito di uno studio recente», Rivista di storia e letteratura religiosa 31,3 (1995), pp. 461-471; K. S TENDAHL, «The Apocalypse of John and the Epistles of Paul in the Muratorian Fragment», Current Issues in New Testament Interpretation. Essay in Honour of  Otto A. Piper (edd. W. Klassen - G. F. Snyder), London 1962, pp. 239-245; E. FERGUSON, «Canon Muratori. Date and Provenance», Studia Patristica. Vol. XVII. Part Two (ed. E. A. Livingstone), Oxford 1982, pp. 677-683. 
La conclusione tratta da Cascioli secondo la quale occorre giungere al 190 per vedere citati tutti e quattro i Vangeli canonici poiché finalmente sarebbero apparsi anche Luca e Giovanni al seguito di Marco e Matteo, dopo tutto quello che si è cercato di mostrare, fa quasi tenerezza per la sua ingenuità critica. Basti inoltre osservare la straordinaria ricchezza dei cinque libri dell’Adversus Haereses e dell’Esposizione della predicazione apostolica di Ireneo per cogliere quale monumento di maturità e di conoscenza profonda delle scritture è già stato posto in essere alla fine del II sec.
Circa l’uso delle scritture e la coscienza canonica di Ireneo cfr.: T. C. SKEAT, «Irenaeus and the Four-Gospel Canon», Vetus Testamentum 34,2 (1992), pp. 194-199; A. GREGORY, The Reception of Luke and Act in the Period Before Irenaeus. Looking for Luke in the Second Century, Tübingen 2003; A. Y. REED, «Euaggelion: Orality, Textuality, and the Christian Truth in Irenaeus’ Adversus Haereses», Vigiliae Christianae 56 (2002), pp. 11-46; J. L. CURRAN, «St. Irenaeus and the Dates of the Synoptics», Catholic Biblical Quarterly 5 (1943), pp. 34-46; 161-178; 301-310; 445-457; A. C. PERUMALIL, «Are not Papias and Irenaeus competent to report on the Gospels?», Expository Times 91 (1979), pp. 332-337; R. NOORMANN, Irenäeus als Paulusinterpret, Tübingen 1994; W. C. PRICE, The Textual Relationships of Quotations from the Four Gospel Irenaeus’ “Aganst Heresis”, Ann Arbor, Michigan 1990; J. HOH, Die Lehre des Hl. Irenäus über das Neue Testament, Münster 1919; S. BARBAGLIA, «Ireneo di Lione e la comunicazione della fede cristiana in una coscienza canonica delle sacre Scritture», Consonantia salutis. Studi su Ireneo di Lione (a cura di E. Cattaneo - L. Longobardo), Trapani 2005, pp. 81-158; G. G. GAMBA, «La testimonianza di S. Ireneo in Adversus Haereses III,1,1 e la data di composizione dei quattro Vangeli canonici», Salesianum 4 (1977), pp. 545-585.




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