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Documento: Il Cristianesimo primitivo fu uno dei culti misterici dell'antichità? -2
Messo in linea il giorno Sabato, 16 aprile 2011
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Il Cristianesimo primitivo fu uno dei culti misterici dell'antichità? -2



[parte 1]

Il mito della morte e della rigenerazione di una divinità

 

Lo studioso delle religioni Rudolf Bultmann (1884-1976) ritiene che, con l’espansione del giudeo-cristianesimo nella civiltà greco-romana, sorse una pietà cultuale fondata sulle forme tradizionali di religiosità: “Il Kyrios Gesù Cristo venne recepito come una divinità misterica, e il credente partecipa alla sua morte e resurrezione ricevendo i sacramenti”[48]. Nel titolo cristologico di “Kyrios” – Signore – si nota, secondo Bultmann, la vicinanza tra culti misterici e cristianesimo.

Ma questa non è l’opinione di molti altri specialisti, poiché la morte e la rigenerazione (paligennesia) non si possono applicare allo stesso modo a tutte le divinità misteriche, alcune delle quali non sono nemmeno caratterizzate dal carattere di morte e di ritorno alla vita; allo stesso tempo, la speranza cristiana di resurrezione presenta caratteristiche tanto peculiari che non sono comparabili con le rappresentazioni misteriche dell’aldilà.

Le divinità misteriche affondano le proprie radici in una concezione naturalistica del divino, in cui le forze della natura e i loro frutti sono presentati come dèi: Demetra ed i cereali; Cibele ed Attis e il paesaggio montagnoso e selvaggio, dotato di robusti alberi, rocce ed animali; Dioniso, legato al vino, alla fruttifera primavera e, allo stesso tempo, alla morte; questa doppia natura, vitale e mortale, appare anche nel mito di Iside ed Osiride. Tutto questo contesto di crescita vegetale e di corruzione può aver contribuito a sviluppare la rappresentazione di un “dio sofferente” che sperimenta personalmente pene, dolori e morte. Persefone o Core viene relegata nell’inferno da Ade; Osiride muore annegato nel Nilo e poi squartato; Attis si castra e trova la morte sotto un abete; Dioniso viene fatto a pezzi dai Titani. Anche nell’uccisione del toro da parte di Mitra è presente la dimensione della morte.

Ma è evidente che questa concezione tanto agricola della divinità non ha niente a che vedere con i racconti evangelici sulla vita, la morte e la resurrezione di Gesù. Al contrario, in quei racconti si cela una visione storica (e non naturalistica) dell’azione salvifica di Dio sul popolo di Israele e nella storia umana. Il Nuovo Testamento conserva inoltre la continuità con l’Antico sulla distinzione tra Dio creatore e natura creata e non divina. Pertanto, tra i riti misterici e i racconti evangelici, le profonde differenze sono molto maggiori delle somiglianze superficiali. Il fatto che ebrei e cristiani utilizzino terminologia o metafore derivanti dai culti misterici non implica un’assimilazione della dottrina misterica, poiché la soteriologia cristiana ha le proprie radici bibliche e non deriva né dipende dai misteri[49].

A questo proposito, è specialmente importante la primitiva confessione di fede cristiana “Gesù è Signore”. Secondo alcuni specialisti, l’applicazione del titolo di kyrios a Gesù avrebbe avuto origine, per influenza pagana, nelle comunità cristiane elleniche[50] o giudaico-elleniche[51] del secolo I. Ma il maranatha, l’antica acclamazione aramaica (1 Cor 16, 22; Didaché 10, 6) ricevuta dal cristianesimo di lingua greca, ci rimanda al suo utilizzo da parte dei giudeo-cristiani di Palestina[52].

La primitiva confessione cristiana, conosciuta da Paolo ed espressa nelle sue lettere, era kyrios Iesous (Gesù è Signore), con la sua doppia rilevanza per la fede; mi riferisco ad una doppia idea basilare per le formule antitetiche, che si trova nell’epistolario paolino: “il morto – il resuscitato”, “colui che discese – colui che ascese”, “colui che divenne – il destinato”, “secondo la carne – secondo lo spirito”, che espongono quello che la confessione “Gesù è Signore” significava. La Chiesa primitiva utilizzò questa confessione come nucleo della predicazione (o kerygma), in relazione al battesimo (Rom 10, 8-10) e come base dell’insegnamento (Col 2, 6-7). Nelle sue relazioni con il mondo non cristiano, Kyrios Iesus era il riconoscimento pubblico di fronte agli oppositori pagani o ebrei (1 Cor 12, 3) ed era quindi la dichiarazione polemica contro il politeismo ellenico e il culto di Cesare (1 Cor 8, 5-6) ed un’apologia della fede cristiana davanti all’opposizione ebrea (1 Cor 12, 3; 15, 3-5). Sulla base della risurrezione di Cristo, ad opera di Dio, la confessione riferita a Dio venne combinata con quella riferita a Gesù Cristo (1 Cor 8, 6; Rom 10, 9)[53].

L’apostolo Paolo, insieme ad altri scrittori cristiani, non solo fece della persona e dell’opera di Cristo la chiave ermeneutica per interpretare l’Antico Testamento, ma fece anche un’applicazione cristologica di testi veterotestamentari originalmente riservati a Jahve. Più di ogni altro, il titolo di Kyrios gli permetteva di associare a Gesù testi dell’Antico Testamento riferiti a Jahve, avendo capito che tra essi esisteva un’unione di base che ne trascendeva la funzione ed includeva aspetti di natura, essere, nome ed essenza, pur vedendo le differenze tra essi[54]. Ora, l’applicazione dei testi-Jahve a Cristo dovette darsi in chiese della Palestina molto presto, e non fu un’innovazione delle chiese greche posteriori né dell’apostolo Paolo[55].

 


[48] R. Bultmann, Das Urchristentum im Rahmen der antiken Religionen, München-Zürich 51986, 193.

[49] A. J. M. Wedderburn, Baptism and Resurrection. Studies in Pauline Theology aginst its Graeco-Roman Background, Tübingen 1987; D. Zeller, “Die Mysterienkulte und die paulinische Soteriologie (Röm 6,1-11). Eine Fallstudie zum Synkretismus im Neuen Testament”:  H. P. Siller (Hgr.), Suchbewegungen. Synkretismus – kulturelle Identität und kirchliches Bekenntnis, Darmstadt 1991, 42-61.

[50] W. Bousset, Kyrios Christos. Geschichte des Christusglaubens von den Anfängen des Christentums bis Irenäus, Göttingen 61967.

[51] F. Hahn, Christologische Hoheitstitel. Ihre Geschichte im frühen Christentum, Göttingen 31966. Una critica alle tesi di Bousset e Hahn si trova in R. Trevijano, “En torno a la cristología de Marcos”: Teología 12 (Buenos Aires, 1975) 128-154.

[52] D. B. Capes, Old Testament Yahweh Texts in Paul’s Christology, Tübingen 1992, 20-31.

[53] V. H. Neufeld, The Earliest Christian Confessions, Leiden 1963, 41 e 67-68.

[54] R. Trevijano, Orígenes del cristianismo. El trasfondo judío del cristianismo primitivo, Salamanca 1996, 355-356.

[55] Già dei testi del Qumran mostrano l’applicazione dell’ebraico ‘adom o dell’aramaico marê/marya per Jahve come Signore. Cfr. J. A. Fitzmeyer, “The Qumran Scrolls and the New Testament after Forty Years”: Revue de Qumran 13 (1988) 609-620.




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