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Documento: Introduzione alla letteratura cristiana antica
Messo in linea il giorno Sabato, 17 agosto 2002
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L’antichità

Si ripete oggi volentieri che già nell’antichità si è manifestato nei riguardi degli scrittori cristiani, da parte dei cristiani stessi, un duplice tipo di interesse, quello che porterà successivamente alle definizioni di «Patrologia» e di «Patristica».

Primo

Un fenomeno significativo è quello per cui, dal IV sec., ma soprattutto dal V, in relazione con i dibattiti suscitati dalle controversie dottrinali, si ricorre all’autorità di certe personalità cristiane, che vengono chiamate «Padri», «santi Padri». Il termine «Padre» aveva già assunto un’accezione particolare1. Originariamente (si trova già in Paolo, 1 Cor. 4,14-15) aveva indicato colui che genera nella fede, il predicatore del messaggio (cfr. Ireneo, Adversus Haereses IV,41, 22; Clemente Alessandrino, Stromata I,1,33). Ma già si tendeva ad attribuirlo sempre di più ai vescovi, in quanto specificamente incaricati dell’insegnamento religioso. Policarpo, vescovo di Smirne nella seconda metà del II sec., nel Martirio di Policarpo (12,24) è detto «dottore dell’Asia, padre dei cristiani»; i corrispondenti di Cipriano, vescovo di Cartagine verso la metà del III sec., indirizzano le lettere Cypriano papae (o papati) (Epistulae XXX, XXXI, XXXVI5), ove papa è diminutivo di pater.

Verso il IV sec. l’uso del termine venne ulteriormente ristretto a indicare, tra i vescovi, alcuni che si erano distinti nella testimonianza della fede, i vescovi che partecipavano ai concili (a partire da quello di Nicea del 325). Basilio di Cesarea scrive a proposito della formula di fede stilata dai vescovi riuniti a Nicea: «Noi non osiamo trasmettere i frutti del nostro pensiero, per non rendere umane le parole della fede, ma quello che abbiamo appreso dai santi Padri, questo annunciamo a coloro che ci interrogano» (Epistula CXL,26). Il termine venne così a designare un gruppo di vescovi che fanno testo in materia di fede. Tuttavia già Agostino protestava per questa limitazione che rischiava di escludere dalle «autorità» un Gerolamo, che non era vescovo (Contra Iulianum I,7,31 e 347) . Altri poi seguirono questa impostazione e chiesero che il termine fosse applicato a chiunque all’interno del cristianesimo avesse illustrato, approfondito, difeso il cristianesimo.

Spetta a Vincenzo di Lerino, nel V sec., di aver dato la definizione classica dei Padri, definizione che resterà quella della Chiesa romana. Nel suo Commonitorium del 434 dichiara: «Si devono riportare le opinioni per lo meno dei Padri che, dopo una vita santa, un insegnamento saggio, un costante attaccamento alla fede ed alla comunione cattolica, hanno meritato di morire in Cristo secondo la fede, o di morire per Cristo secondo una sorte beata. Bisogna tuttavia credere in loro, secondo questa norma: tutto ciò che tutti quanti o la maggior parte chiaramente, frequentemente e con perseveranza, con un solo e medesimo accordo, come un concilio di maestri perfettamente unanimi avranno affermato, ricevuto, conservato e tramandato, lo si ritenga per indubitato, certo e definito» (cap. 28)8.

Traendo le conclusioni da tale definizione, il Decreto detto di Gelasio, del VI sec., De libris recipiendis et non recipiendis (in realtà Gelasio fu papa tra il 492 e il 496 e il Decreto gli è falsamente attribuito), redige il primo elenco degli autori cristiani che bisogna riconoscere come Padri e di quelli che non hanno diritto a questo titolo: «[La Chiesa] decide che debbano essere letti gli scritti ed i trattati di tutti i Padri ortodossi che mai si sono separati dalla santa Chiesa romana, né si sono allontanati dalla sua fede e dalla sua predicazione, ma hanno partecipato della sua comunione, per grazia di Dio, fino all’ultimo giorno della loro vita» (IV,3)9.

È sulla base di questi documenti che furono determinate in seguito nel mondo cattolico le note caratteristiche per riconoscere un Padre della Chiesa, e distinguerlo dallo «scrittore ecclesiastico»: dottrina ortodossa, santità della vita, approvazione della Chiesa, antichità (cioè fino al V sec.), a cui si aggiunse poi, per alcuni, l’eminente erudizione (doctrina orthodoxa, sanctitas vitae, approbatio ecclesiae, antiquitas, eminens eruditio). Quest’ultima caratterizza anche, e soprattutto, i «dottori della Chiesa», che hanno in più l’espresso riconoscimento della Chiesa (expressa Ecclesiae declaratio), e in meno l’antichità10. Su queste caratteristiche è nato un dibattito ad opera dei protestanti, che hanno contestato il concetto di ortodossia, elaborato posteriormente ai tempi dei Padri, e di approvazione della Chiesa, anch’esso eterogeneo; tale dibattito ha influenzato gli studiosi di patrologia nel senso di modificare la scelta degli autori considerati11.

In rapporto con la formazione del concetto di Padre della Chiesa troviamo dunque nell’antichità un interesse per gli autori di tipo prevalentemente dottrinale, dogmatico, che porta e rilevare le affermazioni convergenti su tale o tal altro punto particolare. Siamo ai prodromi di quella che il luterano Johann Franz Buddaeus nel 1700 chiamerà theologia patristica, da lui così definita: «Per teologia patristica intendiamo l’insieme dei sacri dogmi tratti dal pensiero e dalle sentenze dei Padri, dai quali si può comprendere come la verità della religione cristiana si sia costantemente conservata nella Chiesa e propagata» (Isagoge historico-theologica ad theologiam universalem, Leipzig, 1727, 1730, p. 535)12. E da questo modo di concepire lo studio dei Padri deriverà, pur attraverso varie modificazioni, il concetto moderno di «patristica».

Secondo

Accanto all’uso teologico, e in funzione teologica, l’antichità ha conosciuto anche un interesse storico per gli autori, di cui venivano fornite compilazioni di liste di nomi con le rispettive opere, in ordine cronologico. Lo scopo finale era apologetico: dimostrare l’antichità e la continuità della fede cristiana e l’alto livello culturale dei suoi rappresentanti. Si può dire che lo studio storico dei Padri è una conseguenza della loro utilizzazione teologica, tuttavia non è estraneo ad esso l’intento, naturale in ogni società, di conservare il ricordo degli uomini illustri del passato: per i cristiani, degli eroi della fede, martiri e monaci, e dei grandi dottori13.

Eusebio di Cesarea scrisse una Historia ecclesiastica (l’ultima redazione arriva ai fatti del 324) con questo duplice fine; tuttavia i Padri, di cui espone vita e opere e cita anche alcuni passi, non sono l’oggetto specifico del lavoro, che è piuttosto l’intera vita della Chiesa. L’intenzione di utilizzare gli autori in funzione «ortodossa» risulta dall’introduzione stessa dell’opera, dove Eusebio espone l’intenzione di parlare di «coloro che, in ogni generazione, furono con la parola o con gli scritti gli ambasciatori della parola divina; chi, quanti e quando, per desiderio di novità spintisi fino ai confini estremi dell’errore, si proclamarono introduttori di una scienza dal falso nome» (I,1,1)14. L’opera è estremamente importante per le notizie e i passi che riporta di autori e opere oggi perdute.

Gerolamo a sua volta compone nel 392 il De viris illustribus, ispirandosi all’omonima opera di Svetonio e rifacendosi per molte notizie ad Eusebio, con uno scopo dichiaratamente apologetico: “Sappiano Celso, Porfirio, Giuliano, questi cani arrabbiati contro Cristo, così come i loro seguaci che pensano che la Chiesa non ha mai avuto oratori, filosofi e colti dottori, sappiano quali uomini di valore l’hanno fondata, edificata, illustrata, e cessino le loro accuse sommarie di semplicità rozza rivolte alla nostra fede, e riconoscano piuttosto la loro ignoranza» (Prologo, 14)15. Gerolamo tratta della vita e delle opere di 135 scrittori cristiani, a partire dal Nuovo Testamento fino a se stesso. Nonostante lo scopo apologetico, la prospettiva è abbastanza aperta: sono inclusi anche alcuni scrittori eretici o considerati tali (Taziano, Novaziano, Eunomio, etc.), tre Giudei (Filone Alessandrino, Giuseppe Flavio, Giusto di Tiberiade) ed anche un pagano, Seneca, in considerazione del presunto scambio epistolare con san Paolo. L’opera viene talora indicata da Gerolamo stesso col titolo De scriptoribus ecclesiasticis16, il che può indicare un ambito più vasto rispetto a quello dei «Padri della Chiesa»17. Secondo il Benoît18, Gerolamo realizza pienamente quella che, a partire dal sec. XVII, sulle tracce di Johannes Gerhardt, autore di una Patrologia sive de primitivae Ecclesiae christianae doctorum vita ac lucubrationibus opusculum posthumum, Ienae, 1653, 1668 , verrà chiamata «patrologia», così definita poi da Joseph Fessler, autore di Institutiones Patrologiae, quas ad frequentiorem, utiliorem et faciliorem SS. Patrum lectionem promovendam concinnavit J. F., Oeniponte, 1850-1851 (poi riedita e rielaborata da B. Jungmann, 1890-1896): «La patrologia è la scienza che illustra tutto ciò che serve al retto uso dei santi Padri in teologia»19. Ma l’opera di Gerolamo precorre per molti aspetti alcuni orientamenti moderni della patrologia e della letteratura cristiana per il fatto che comprende gli scritti del Nuovo Testamento ed autori eretici. Anzi, proprio a lui si richiameranno i moderni patrologi per estendere l’ambito della loro trattazione rispetto ai limiti precedenti.

L’interesse per la «patrologia» si mantiene in tutta l’antichità cristiana, con Gennadio di Marsiglia, autore di una continuazione del De viris illustribus di Gerolamo dallo stesso titolo (467-480), e con i suoi successori, che si limitano per lo più a compilare le opere dei precedenti con scarse aggiunte, relative agli autori della loro patria: Isidoro di Siviglia, ad esempio, autore pure di un De viris illustribus (tra il 615 e il 618), e il suo allievo Ildefonso di Toledo, morto nel 667, autore di un’opera analoga.

In Oriente, il De viris illustribus di Gerolamo fu presto tradotto in greco, probabilmente da un tale Sofronio contemporaneo di Gerolamo e traduttore già di parecchi suoi scritti20. Questa traduzione fu utilizzata da un anonimo per una revisione dell’Onomatologos di Esichio di Mileto (550 ca.), utilizzata a sua volta da Fozio e Suida. Nel suo Myriobiblon o Bibliotheca, composto prima dell’858, Fozio fornì una quantità enorme di informazioni su 280 opere pagane e cristiane, senza un ordine preciso, ma con descrizioni particolareggiate e per talune opere lunghi estratti seguiti da una critica letteraria, talora preceduti da indicazioni biografiche. Il Lexikon composto verso l’anno 1000 da un certo Suida (o Suda) di Costantinopoli è indispensabile allo storico della letteratura cristiana primitiva, perché fornisce dati importanti su numerose opere patristiche.

Terzo

Recentemente si è notato che già nell’antichità è presente, inoltre, un interesse specifico per gli aspetti «letterari» delle opere dei Padri21. Gli antichi scrittori cristiani manifestano una viva coscienza dell’importanza delle scelte linguistiche e stilistiche e da questo punto di vista giudicano e criticano gli esempi precedenti. Pensiamo a Lattanzio, che nelle Divinae Institutiones (inizio del libro V) traccia una serie di giudizi letterari sui suoi predecessori (Tertulliano, Minucio Felice, Cipriano); pensiamo alle annotazioni estetiche di Gerolamo nel De viris illustribus e, soprattutto, al De doctrina christiana di Agostino, con le sue analisi dello stile di Paolo, di Cipriano e di Ambrogio22.

La cosa è tanto più notevole, in quanto è questo un interesse che successivamente faticherà ad affermarsi.


1 Cfr. O. BARDENHEWER, Geschichte der altkirchlichen Literatur, Freiburg im Br., 19132, vol. I, pp. 31 ss.; J. QUASTEN, Patrologia, trad. ital., Casale, Marietti, 1983, vol. I, pp. 11 ss.

2 Ed. A. Rousseau (Sources Chrétiennes 100), Paris, 1965, pp. 984-986.

3 Ed. O. Stählin (Die griechischen christlichen Schriftsteller der ersten Jahrhunderte 2), Leipzig, 1906, p. 3.

4 Ed. H. Musurillo, The Acts of the Christian Martyrs, Oxford, 1972, p. 10.

5 Ed. G. Hartel (Corpus scriptorum ecclesiasticorum latinorum 3,2), Vindobonae, 1871, pp. 549, 557, 572.

6 Ed. Y. Courtonne (Collection des Universités de France), II, Paris 1961, p. 61.

7 In MIGNE, Patrologia Latina, XLIV, 662 e 665.

8 Sed eorum dumtaxat patrum sententiae conferendae sunt, qui, in fide et communione catholica sancte sapienter constanter viventes docentes et permanentes, vel mori in Christo fideliter vel occidi pro Christo feliciter meruerunt. Quibus tamen hac lege credendum est, ut, quidquid vel omnes vel plures uno eodemque sensu manifeste frequenter perseveranter, velut quodam consentiente sibi magistrorum concilio, accipiendo tenendo tradendo firmaverint, id pro indubitato certo ratoque habeatur. Ed. A. Jülicher, Freiburg im Br., Leipzig, 1895, p.44.

9 Item opuscula atque tractatus omnium orthodoxorum Patrum, qui in nullo a sanctae Ecclesiae Romanae consortio deviarunt nec ab eius fide vel praedicatione seiuncti sunt, sed ipsius communicationis per gratiam Dei usque in ultimum diem vitae suae fuere participes, legendos decernit (Romana ecclesia). Ed. E. von Dobschütz, Das Decretum Gelasianum de libris recipiendis et non recipiendis, (Texte und Untersuchungen zur Geschichte der altchristlichen Literatur 38), Leipzig, 1912, pp. 38-39.

10 Cfr. O. BARDENHEWER, Geschichte der altkirchlichen Literatur, Freiburg im Br., 19132, vol. I, pp. 45 ss.

11 Cfr. A. BENOÎT, Attualità dei Padri della Chiesa, trad. ital., Bologna, Il Mulino, 1970, pp. 45 ss.

12 Per theologiam patristicam intelligimus complexum dogmatum sacrorum ex mente sententiisque patrum, inde ut cognoscatur, quo pacto veritas religionis christianae conservata semper sit in Ecclesia ac propagata.

13 Cfr. A. BENOÎT, Attualità dei Padri della Chiesa, trad. ital., Bologna, Il Mulino, 1970, pp. 16-17.

14[…] Ósoi te kat¦ gene¦n ˜k£sthn ¢gr£fwj À kaˆ di¦ suggramm£twn tÕn qe‹on ™pršsbeusan lÒgon, t…nej te kaˆ Ósoi kaˆ Ðphn…ka newteropoi…aj ƒmšrJ pl£nhj e„j œscaton ™l£santej, yeudwnÚmou gnèsewj e„shght¦j ˜autoÝj ¢nakekhrÚcasin. Ed. E. Schwartz (Die griechischen christlichen Schriftsteller der ersten Jahrhunderte IX, 1), Leipzig, 1903, p. 6.

15 Discant igitur Celsus, Porphyrius, Iulianus, rabidi adversum Christum canes, discant sectatores eorum qui putant Ecclesiam nullos philosophos et eloquentes, nullos habuisse doctores, quanti et quales viri eam fundaverint, struxerint, adornaverint, et desinant fidem nostram rusticae tantum simplicitatis arguere, suamque potius imperitiam recognoscant. Ed. G. Herding, Leipzig, 1924, Prologus, p. 2.

16 Cfr. Epistulae CXII, 3, ed. J. Labourt, Paris, 1958 (Collection des universités de France), p. 21.

17 Cfr. O. BARDENHEWER, Geschichte der altkirchlichen Literatur, Freiburg im Br., 19132, vol. I, p. 1 ss.

18 A. BENOÎT, Attualità dei Padri della Chiesa, trad. ital., Bologna, Il Mulino, 1970, p. 17.

19 Patrologia est scientia exhibens ea quae requiruntur ad sanctorum Patrum rectum in theologia usum. Op. cit., p. 1.

20 Cfr. De viris illustribus, CXXXIV: Sophronius vir adprime eruditus, […] opuscula mea, in graecum sermonem elegantissime transtulit, Psalterium quoque et Prophetas, quos nos de hebraeo in latinum vertimus. Ed. G. Herding, Leipzig, 1924, p. 65.

21 Cfr. P. SINISCALCO, Patristica, patrologia e letteratura cristiana antica ieri e oggi, in «Augustinianum» XX (1980) , pp. 388-390.

22 IV, 7, 11 ss.; IV, 21, 45 ss. Cfr. J. FONTAINE, Letteratura latina cristiana, Bologna, Il Mulino, 1973, pp. 66-67, 110, 131.




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