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Documento: Introduzione alla letteratura cristiana antica
Messo in linea il giorno Sabato, 17 agosto 2002
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L’umanesimo

Con l’Umanesimo si riscopre l’antichità classica come sorgente di ogni espressione culturale e nasce l’esigenza di una migliore conoscenza e comprensione dei tesori della letteratura classica, latina e greca, compresi i Padri. Questo nuovo slancio degli studi si esprime nell’impegno di fornire edizioni complete dei testi, di cui prima esistevano solo citazioni frammentarie.

Erasmo e gli umanisti, aiutati da stampatori come Gering, Giovanni Petit, Amerbach, Froben, diffondono le opere di Lattanzio, Cipriano, Agostino, Gerolamo, Eusebio, Atanasio, Origene e Giovanni Crisostomo. Queste edizioni tuttavia non danno prova di spirito critico, giacché si pubblica indiscriminatamente tutto quanto capita tra le mani e affidandosi al codice «migliore». Gli scrittori greci sono inizialmente pubblicati in traduzioni latine curate per lo più dai medesimi umanisti.

Verso la fine del ‘500 si avverte la necessità di riunire le opere dei diversi Padri in grandi collezioni unitarie. La prima è la Bibliotheca Sanctorum Patrum di Marguerin de la Bigne, Paris 1575-1579, 8 voll., poi più volte ripubblicata ed arricchita: nel 1677 arriverà a 27 volumi: comprende autori fino al XVI secolo.

La prospettiva degli umanisti è essenzialmente storica, non teologica. Pertanto la patrologia, pur senza rigettare l’argomento patristico, si sviluppa notevolmente e tende a divenire disciplina autonoma1.

Tuttavia bisogna tener conto di un fatto importante che ha condizionato anche in seguito gli studi negli autori cristiani. Quando nel ‘400 e ‘500 vengono fissati, sulla base dei modelli classici, i canoni validi per ogni genere letterario, non vengono mai presi in considerazione gli autori cristiani, proprio per il loro contenuto teologico e per il pregiudizio umanistico che porta a considerare la forma espressiva di questi autori inferiore, in quanto diversa, a quella dei classici.

Si può applicare agli autori cristiani antichi la denuncia che Giovanni Getto faceva a proposito della letteratura religiosa italiana del ‘300 e del ‘400: «Nella coscienza degli scrittori e dei critici italiani, per un pregiudizio di carattere umanistico prima e ideologico poi, si mantenne a lungo una specie di diffidenza e di fastidio nei riguardi della letteratura religiosa»; «La ricchezza della loro [degli autori religiosi] personalità, e la loro stessa originalità espressiva, doveva restare aliena all’intelligenza del gusto critico di questi secoli di imperante classicismo [cioè del ‘400 e ‘500], in cui valgono come canoni fondamentali di giudizio le idee di ordine e di armonia, di decoro e di eleganza, di purezza e di bellezza ideale: moduli tutti che riuscivano in un troppo stridente contrasto con la scrittura, per lo più incondita e appassionata, degli autori devoti. Veniva per conseguenza respinta su un piano estraneo alla letteratura la considerazione per questi classici della spiritualità cristiana»2.

Da questo punto di vista appare significativo il giudizio del Bembo, che definiva «epistolacce» le lettere di Paolo, come riporta P. De Labriolle, nella sua introduzione all’Histoire de la littérature latine chrétienne3. Questi sottolinea come gli umanisti estendessero alle opere cristiane primitive e anche alla Bibbia latina il loro disprezzo del latino «scolastico» o «monastico» opponendo la loro rozzezza priva d’arte al fascino divino delle opere classiche. In realtà essi appoggiavano i loro pregiudizi su certe dichiarazioni più o meno sincere degli autori cristiani stessi che professavano di volersi opporre alla cultura profana. Di fatto i loro testi sembrarono aver importanza solo come documenti sul dogma, sulla liturgia, sulla letteratura ecclesiastica etc., e i letterati li abbandonarono ai teologi, anche per non dover immettersi in pericolose discussioni capaci di mettere in dubbio i loro canoni.

La trasformazione della lingua latina sotto l’influenza del cristianesimo fu considerata una manifestazione deplorevole di decadenza. E tale opinione si è perpetuata abbastanza durevolmente fino a tempi recenti.

Tra i Padri venivano presi in considerazione, a parte Agostino, quelli soprattutto considerati più «uomini di lettere», quali Cipriano, Lattanzio, Gerolamo, Orosio. Di fatto, i letterati abbandonarono in tal modo i testi cristiani nelle mani dei teologi.


1 Cfr. A. BENOÎT, Attualità dei Padri della Chiesa, trad. ital., Bologna, Il Mulino, 1970, pp. 21-22.

2 G. GETTO, Lezioni di letteratura italiana, Torino, Giappichelli, 1964-65, pp. 1 e 5.

3 Paris, 1924, p. 3 n. 2.




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