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Documento: Introduzione alla letteratura cristiana antica
Messo in linea il giorno Sabato, 17 agosto 2002
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Interesse letterario per i Padri

Ma, se l’interesse letterario è estraneo alla Patrologia, non si può dire che costituisca un elemento determinante neppure per la Storia della letteratura cristiana1. Il disconoscimento dei Padri come scrittori è generale. Altaner, pur riconoscendo che i Padri occupano anche un posto eminente nella storia letteraria generale, e in particolare in quella greco-romana, afferma che essi si proponevano non di essere dei letterati, ma dei propagatori della dottrina e della morale cristiana; non si deve perciò cercare in loro la bella forma. E questo è il punto di vista del patrologo2. Ma uno storico della letteratura come Bardenhewer non si esprime diversamente. Pone una netta differenza tra letteratura cristiana e letteratura in generale e nega agli scritti dei Padri della Chiesa valore d’arte. «Questi autori non sono ‘scrittori’ o ‘letterati’ , ma uomini Chiesa e teologi». Essi hanno sempre posposto la forma al contenuto: «proprio per questo non è la forma, ma il contenuto la base primaria e fondamentale per lo svolgimento della storia di questa letteratura»; in definitiva: «nella misura in cui si vuole veramente scrivere storia e far derivare la norma direttiva dell’esposizione dalla materia stessa, si è obbligati a dare la priorità al punto di vista teolgico-ecclesiastico rispetto a quello letterario»3.

In queste sue affermazioni Bardenhewer poteva appoggiarsi a convinzioni che avevano accompagnato il sorgere stesso dell’idea di una ‘letteratura cristiana’: non a caso si rifaceva all’opinione del Nitzsch4 per il quale l’aspetto artistico era escluso dalle opere dei Padri.

In realtà una concezione strettamente ‘letteraria’ della letteratura cristiana era stata già espressa da Franz Overbeck in un suo articolo rimasto emblematico5. Di lui Bardenhewer cita, come obiettivo polemico, una affermazione, secondo la quale «ogni vera storia letteraria è una storia delle forme»6. Però l’idea di letteratura sottostante a questa posizione è di tipo classicistico, presuppone un riscontro con i valori formali della letteratura classica e, nonché portare a una rivalutazione degli autori cristiani, implica la negazione delle loro peculiarità cristiane. In effetti, per Overbeck, solo a partire da Clemente Alessandrino, e solo nell’ambito del mondo greco-romano, sarebbe cominciata una “letteratura cristiana”, che però, in quanto letteratura “formalmente valida”, per ciò stesso non sarebbe più, o comincerebbe a non essere più, “cristiana”7.

La posizione classicistica ha prodotto, nei riguardi degli autori cristiani, due risultati opposti, anche se entrambi negativi: il rifiuto totale o l’assimilazione deformante nell’ambito della letteratura classica.

Come esempi di rifiuto valgano quelli riportati da De Ghellinck8. Egli ricorda che i filologi ottocenteschi non si interessavano dei testi cristiani se non dal punto di vista critico: il famoso Lachmann non voleva vedere nelle lettere di Ignazio di Antiochia altro che «una materia semplicemente stupida» (Lettera del 1846); il Madvig confessava (nel 1875) di non aver mai toccato nessuno scrittore ecclesiastico, greco o latino, tranne Giuseppe Flavio, e solo per trovarvi indicazioni sui procedimenti della guerra antica.

Un altro segno, rilevato sia da De Ghellinck9 sia da De Labriolle10, è la difficoltà e il ritardo con cui gli scrittori cristiani sono presi in considerazione dagli storici delle letterature antiche. La sezione dello Handbuch der Altertumswissenschaft di Iwan von Müller dedicata alla storia della letteratura greca ancora nella III ediz. (1888), affidata a Wilhelm von Christ11, riserva un posto minimo, in appendice, agli autori cristiani; nella IV ediz. (1904) il Christ vi premette un’introduzione che ha un tono di scusa. Corrispondentemente, per la sezione sulla storia della letteratura romana, quando Martin Schanz ritenne di dover analizzare ampiamente anche il contenuto delle opere ecclesiastiche dei primi secoli (1891) si attirò vive critiche per essere sconfinato in un dominio, secondo i critici, riservato ad altri specialisti.

D’altra parte, quando l’accettazione avviene, è nel senso dell’integrazione nell’ambito della letteratura classica. Ulrich von Wilamowitz-Moellendorf rimproverava Harnack per aver voluto trattare dei cristiani in modo autonomo e contrapposto ai greci; giudicava questo un atteggiamento da apologista12. Più in generale, parlava dei “paraocchi” della storia della letteratura cristiana «incapace di percepire e riconoscere l’unità della grande corrente intellettuale dell’ellenismo»13.

Nella Einleitung in die Altertumswissenschaft di Alfred Gercke e Eduard Norden la parte sulla letteratura cristiana, greca e latina, fu affidata a specialisti come Paul Wendland, prima, e Hans Lietzmann, poi14. Ed è significativo che il Wendland impostasse la trattazione allo scopo di dimostrare l’adozione progressiva delle forme letterarie greche da parte dei cristiani e la continuazione dello spirito della cultura antica nel cristianesimo. È ancora un’osservazione di De Ghellinck15, il quale, per conto suo, critica questa posizione e si schiera piuttosto dalla parte di chi ritiene che l’interesse principale della letteratura cristiana consista, non in meriti letterari, ma nei materiali documentari, di dottrina e di azione pratica, che mette a disposizione16.

Così sintetizza la situazione tra la seconda metà dell’ ‘800 e il primi del ‘900 Salvatore D’Elia, nella presentazione dell’edizione italiana della Letteratura latina cristiana di Jacques Fontaine: «Alcuni studiosi, come Merckle, Jülicher e in parte De Ghellinck, si mostravano scettici sulla possibilità di una storia letteraria, in quanto gli autori cristiani sarebbero da ricondurre, tutt’al più, entro il solco delle storie del pensiero e non della letteratura. Altri studiosi, come Overbeck, Jordan, Wilamowitz, davano invece risalto prevalentemente alle forme letterarie. E, poiché erano ancora di formazione sostanzialmente classicistica, tendevano soprattutto alla ricerca degli echi e delle imitazioni degli autori classici negli autori cristiani, e alla conseguente valutazione di questi in base al dosaggio degli elementi classici ancora presenti […] Se gli studi di patristica restavano, almeno allora, legati ad una valutazione contenutistica sostanzialmente metastorica, gli studiosi di storia letteraria erano dunque succubi, da un lato, di una posizione laicistica che intendeva distinguere nettamente il proprio orizzonte da quello teologico-ecclesiastico, dall’altro di una posizione classicistica che spingeva a recuperare, del patrimonio tardo-antico, solo quello che rientrasse nei moduli del ‘classico’»17.

Si può dire che queste posizioni siano state veramente superate, in seguito?

Anche se certe forme estreme di rifiuto sembrano effettivamente scomparse, e il ‘900 ha conosciuto un recupero crescente e una rivitalizzazione delle opere patristiche, questo è avvenuto ancora piuttosto sul piano del contenuto e nell’ambito della storia (della storia della religione, della storia della Chiesa, della storia della cultura, della storia linguistica, sociale, economica, etc.), che non della letteratura vera e propria.

L’idea di una estraneità di queste opere alla letteratura è ancora presente nelle affermazioni con cui Augusto Rostagni, nella sua Storia della letteratura latina, esclude una trattazione sistematica della letteratura cristiana: questa, «pur essendo in lingua latina, procede per vie divergenti, cioè si appella ai valori ultraterreni della civitas Dei e tende a travolgere l’antico»; inoltre, «in massima non era neppure tanto diretta a fini letterari quanto determinata e dominata da interessi catechistici, teologici, dogmatici». Egli la considera «qualificata per una sua autonoma trattazione», che però concepisce come «di carattere inevitabilmente dogmatico e teologico ancor più che letterario»18.

Ma tale idea è fatta propria anche, spesso, da chi si occupa specificamente di letteratura cristiana. Ancora nel 1969, Giuseppe Lazzati, presentando la Letteratura cristiana antica di Manlio Simonetti asseriva recisamente: «Nessuno vi cerchi quello che oggi più comunemente si intende sotto il nome di letteratura”19.

D’altra parte, chi parte da una prospettiva sostanzialmente classicistica sposta o attenua questo tipo di rifiuto, ma non lo elimina completamente. Tipico l’atteggiamento di Pierre de Labriolle, che, pur riconoscendo pregi letterari e artistici agli autori cristiani latini, li nega a quelli greci, a cui rimprovera debolezza estetica e mancanza di ogni preoccupazione letteraria20. Non sarà per questo, tra l’altro, che risultano più numerose le Letterature cristiane latine rispetto a quelle greche, e specialmente in Italia, ove più a lungo si sono mantenuti certi canoni classicistici, per il perdurante influsso dell’estetica crociana?

Frequentemente la discriminazione riguarda alcuni autori (quelli della prima metà del II sec.), opere minori. Il Puech, che si ispira per l’impostazione al De Labriolle, riconosce differenza di materia per la letteratura cristiana greca rispetto a quella latina e ammette che le opere con cui la prima incomincia sono innanzitutto strumento di propaganda o di edificazione, anche se sarebbe esagerato dire che «non hanno alcun carattere letterario». Solo a partire dalla seconda metà del II sec. le due letterature si sviluppano parallelamente e compaiono veri scritti21.

Luigi Alfonsi, dopo aver escluso dall’ambito della letteratura vera e propria i Vangeli, le traduzioni della Bibbia e di scritti religiosi, aggiunge: «né metteremmo nella vera e propria letteratura cristiana […] certe epistole di Padri Apostolici che, pur belle e pur non aliene da ricercatezze formali, vogliono però essere piuttosto messaggi di fede e di cristiano, amoroso eroismo o concernono la disciplina della Chiesa, ma non sono letteratura»22.

Anche Michele Pellegrino, in una recensione in cui discute la presa di posizione di Rostagni, contesta il giudizio di una estraneità dei cristiani ai valori del mondo classico, ma condivide l’idea di letteratura sottostante al giudizio. Pellegrino vuole «dimostrare che non esiste fra cristianesimo e classicità quella frattura che impedisca di scorgere negli autori cristiani gli eredi e continuatori d’una tradizione letteraria». Di conseguenza, trova che «il Nuovo Testamento, i Padri Apostolici, gli apocrifi biblici, hanno con l’ellenismo scarsi punti di contatto che non bastano a definirli come ‘letteratura greca’». In generale è d’accordo con Rostagni sul fatto che, quando prevale l’interesse teologico, non c’è opera d’arte, non c’è letteratura. «Gli scrittori cristiani, in cui le preoccupazioni apologetiche, teologiche, morali, pastorali hanno una parte decisiva, spesso non s’innalzano all’opera d’arte; perciò in una storia della letteratura cristiana ove non s’intenda raccogliere notizie su quanto fu scritto da cristiani ma mettere in rilievo i valori d’arte cui la presentazione del messaggio cristiano ha fatto luogo, sarà necessario eliminare, o toccare solo ci sfuggita, per caratterizzare l’ambiente e le personalità, molte opere dei nostri scrittori, impegnando invece l’attenzione su quelle in cui traluce un raggio di bellezza»23.

Su questo sfondo tanto più risaltano (dice il D’Elia: «È difficile trovare altrove un’affermazione così perentoria»24) le considerazioni del Fontaine nell’Introduzione alla sua Letteratura: «Documenti storici, fonti teologiche, spesso anche testimonianze del cammino del pensiero filosofico, le opere degli autori cristiani di lingua latina sono innanzitutto delle opere letterarie, anche se anonime o difficilmente databili, anche se scritte da un autodidatta in un latino difficilmente qualificabile (come alcune lettere di confessori della fede conservate nell’epistolario di Cipriano). Ciascuna di esse è, a questo titolo, un messaggio personale, rivolto con intenzioni precise ad un pubblico o a un destinatario preciso. Lo scopo, di cui essa è così espressione, non ha potuto manifestarsi in lingua latina senza un riferimento all’ideale più o meno cosciente di una certa forma, per quanto modesta e implicita possa essere»25.

Del resto il D’Elia stesso compone poi una propria Letteratura latina cristiana, che segna da questo punto di vista un arretramento su posizioni più vecchie: parla della «non letterarietà degli atti dei martiri Scillitani alle finalità e ai livelli della letteratura egemone»26 e stabilisce che: «Gli inizi veri e propri di una letteratura latina cristiana si hanno solo quando uomini di origine sociale non subalterna né periferica e di formazione culturale non più preletteraria aderiscono numerosi al cristianesimo. E questo si verifica verso la fine del II secolo e nel III»27.


1 Cfr. J. DE GHELLINCK, Patristique et Moyen Age, Bruxelles, 1947, vol. II, p. 155.

2 B. ALTANER, Patrologia, Casale, Marietti, 1981, p. 6.

3 O. BARDENHEWER, Geschichte der altkirchlichen Literatur, Freiburg im Br., 19132, vol. I, p. 32.

4 F. NITZSCH, Geschichtliches und Methodologisches zur Patristik, in «Jahrbucher für deutsche Theologie» X (1865), pp. 37-53.

5 Über die Anfange der patristichen Literatur, in «Historische Zeitschrift» XLVIII, n. f. XII (1882), pp. 417-472.

6 P. 423; in O. BARDENHEWER, Geschichte der altkirchlichen Literatur, Freiburg im Br., 19132, vol. I, p. 34.

7 Cfr. F. BOLGIANI, Patrologia e storia della Chiesa antica, in G. MEERSSEMANN – E. CATTANEO – M. MACARRONE (a cura di), Problemi di storia della Chiesa. La Chiesa antica, sec. II-IV, Milano, Vita e pensiero, 1970, p. 321.

8 J. DE GHELLINCK, Patristique et Moyen Age, Bruxelles, 1947, vol. II, p. 125.

9 J. DE GHELLINCK, Patristique et Moyen Age, Bruxelles, 1947, vol. II, pp. 125-126.

10 Histoire de la littérature latine chrétienne, Paris 1924, pp. 1-3.

11 Geschichte der griechischen Literatur.

12 Die griechische und lateinische Literatur und Sprache, Leipzig-Berlin, 1904, 19123 (Die Kultur der Gegenwart I,8), p. 317.

13 In J. DE GHELLINCK, Patristique et Moyen Age, Bruxelles, 1947, vol. II, pp. 163-164.

14 Leipzig- Berlin, 1927.

15 J. DE GHELLINCK, Patristique et Moyen Age, Bruxelles, 1947, vol. II, p. 126.

16 Ivi, pp. 162-163.

17 J. FONTAINE, Letteratura latina cristiana, Bologna, Il Mulino, 1973, pp. 8-9.

18 A. ROSTAGNI, Storia della letteratura latina, Torino, 1952, vol. II, pp. 636-638.

19 M. SIMONETTI, La letteratura cristiana antica greca e latina, Firenze, Sansoni, 19882, p. 7.

20 P. DE LABRIOLLE, Histoire de la littérature latine chrétienne, Paris, 19242, p. 5.

21 A. PUECH, Histoire de la littérature grecque chrétienne, Paris, Paris, Les Belles Lettres, 1928-1930, vol. I, p. 1.

22 Problemi e orientamenti di letteratura cristiana antica, in Introduzione allo studio della cultura classica, Milano, Marzorati, 1972, vol. I, p. 629.

23 Letteratura «classica» e letteratura «cristiana antica», in «Studium» 1952, pp. 439-446.

24 J. FONTAINE, Letteratura latina cristiana, Bologna, Il Mulino, 1973, p. 15.

25 J. FONTAINE, Letteratura latina cristiana, Bologna, Il Mulino, 1973, p. 22.

26 E. D’ELIA, Letteratura latina cristiana, Roma, Jouvence, 1982, p. 23.

27 Ivi, p. 24.




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