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Documento: Testimonianze extracristiane
Messo in linea il giorno Mercoledì, 15 agosto 2001
Pagina: 11/17
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Frontone

Marco Cornelio Frontone, di origine di Cirta, in Africa, visse a Roma, ove fu avvocato e retore a tal punto apprezzato da ottenere l’incarico di curare l’educazione retorica dei futuri imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero. Nel 143 fu consul suffectus, e godette di tale fama da essere considerato dai suoi contemporanei un novello Cicerone; egli fu il rappresentante del cosiddetto movimento arcaicizzante che dominò la prosa del secolo II.

Di una sua Orazione contro i Cristiani, pronunciata tra il 162 e il 166, ci fa menzione l’apologista Minucio Felice nel suo Octavius (ultimo quarto II secolo); egli definisce Frontone: “non un teste diretto che arrechi la sua testimonianza, ma solo un declamatore che volle scagliare un’ingiuria”1, a causa delle sue accuse infamanti verso i Cristiani.

L’interlocutore pagano Cecilio, rifacendosi all’orazione suddetta che è ricostruibile per lo meno a grandi linee dalle citazioni2, affermava tra l’altro:

“Essi, raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia congiura, che si raduna in congreghe notturne, sacri digiuni o banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per scellerataggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dei, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi! […] Si riconoscono con contrassegni e segnali e si amano vicendevolmente quasi prima di essersi conosciuti: regna infatti tra loro una specie di religiosità di sfrenatezze, e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. Così la loro vana e stolta superstizione si vanta dei delitti. Riguardo a loro, se non ci fosse un fondo di verità, non circolerebbe una penetrante diceria così tremenda, della cui ci si debba scusare prima di parlarne. Sento dire che venerano la testa consacrata di una bestia sconcia, un asino, non saprei per quale convincimento: religione degna e nata con comportamenti del genere! Altri raccontano che essi venerano e adorano i genitali dello stesso celebrante e sacerdote, quasi ad adorare la natura di chi li ha generati: non so se il sospetto è falso, ma di certo si sostiene sul carattere dei loro riti occulti e notturni! E chi ci dice che il loro culto riguarda un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e i lugubri legni della croce, che costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, ascrive a quei corrotti e scellerati gli altari che più ad essi convengono, perché adorino ciò che si meritano. Quanto alla iniziazione dei novizi, la diceria è tanto esecrabile quanto risaputa. Un bambino cosparso di farina, per ingannare gli incauti, viene posto innanzi a colui che dev’essere introdotto ai riti. Invitato questi a infliggere colpi come se fossero inoffensivi, il bambino viene ucciso dal novizio con ferite inferte alla cieca e senza consapevolezza, visto che in superficie c'è la farina. Orribile a dirsi, ne succhiano poi con avidità il sangue, se ne spartiscono a gara le membra, e su questa vittima stringono un patto, si impegnano reciprocamente al silenzio a motivo della complicità in quel delitto. Questi i loro riti, più funesti di tutti i sacrilegi. Il loro banchetto, è ben conosciuto: tutti ne parlano variamente, e lo attesta chiaramente un’orazione del nostro retore di Cirta. Si riuniscono a banchetto in un giorno solenne con tutti i figli, le sorelle, le madri, persone di ogni sesso e di ogni età. Là, dopo un lauto banchetto, quando i convitati si sono riscaldati e, tra i fumi del vino, la febbre di una libidine incestuosa li brucia, un cane che è legato a un candelabro viene aizzato grazie al lancio di una focaccia, perché si lanci e faccia un balzo al di là del limite consentitogli. Così, una volta estinto il lume che rendeva tutto consapevole, essi stringono gli amplessi di una nefasta cupidigia nelle tenebre che ignorano il pudore, affidandosi alla sorte, tutti incestuosi, se non nelle azioni, almeno nella coscienza, poiché nel desiderio tutti mirano a quello che può accadere ad alcuni” (Octavius VIII,4-IX,7)3.

Graffito ritrovato sul colle Palatino Graffito del colle Palatino: caricatura di un uomo crocefisso con testa d'asino

A risposta di questo armamentario di accuse infamanti e di seconda mano (Ho sentito dire…), possono valere le parole che il cristiano Giustino rivolgeva in quegli stessi anni ad un altro accusatore del cristianesimo, il filosofo cinico Crescente: “Veramente è ingiusto ritenere per filosofo colui che, a nostro danno, rende pubblicamente testimonianza di cose che non conosce, dicendo che i Cristiani sono atei e scellerati; e dice ciò per ricavarne grazia e favore presso la folla, che resta ingannata”4.

Si noti che questo intervento raccoglie tutte assieme accuse che già circolavano dal secolo precedente, sottintese fin dalle parole di Tacito; ma se alcuni storici si prendevano la briga di verificarne la veridicità, come fece Plinio il Giovane, altri contribuivano a diffonderle.

Interessante il riferimento al culto della testa d’asino, una vecchia accusa già usata da Tacito contro gli Ebrei, dalla quale si era già difeso Giuseppe Flavio5; di essa abbiamo anche una rappresentazione figurativa, un graffito di età severiana ritrovato sul Palatino, e ora conservato nell’antiquarium, raffigurante la caricatura di un uomo crocifisso con testa d’asino, con ai suoi piedi un altro uomo in atto di adorazione, il tutto accompagnato dalla scritta: “Alessameno adora il suo Dio”6.


NOTE AL TESTO

1 Octavius XXXI, 2.

2 Il problema storico e letterario del testo è affrontato da P. FRASSINETTI, L’orazione di Frontone contro i Cristiani, in «Giornale italiano di Filologia» II (1949), pp. 238-254.

3 Qui de ultima faece collectis imperitioribus et mulieribus credulis sexus sui facilitate labentibus plebem profanae coniurationis instituunt, quae nocturnis congregationibus et ieiuniis sollemnibus et inhumanis cibis non sacro quodam, sed piaculo foederatur, latebrosa et lucifuga natio, in publicum muta, in angulis garrula, templa ut busta despiciunt, deos despuunt, rident sacra, miserentur miseri (si fas est) sacerdotum, honores et purpuras despiciunt, ipsi seminudi! [...] Occultis se notis et insignibus noscunt et amant mutuo paene antequam noverint: passim etiam inter eos velut quaedam libidinum religio miscetur, ac se promisce appellant fratres et sorores, ut etiam non insolens stuprum intercessione sacri nominis fiat incestum. Ita eorum vana et demens superstitio sceleribus gloriatur. Nec de ipsis, nisi subsisteret veritas, maxime nefaria et honore praefanda sagax fama loqueretur. Audio eos turpissimae pecudis caput asini consecratum inepta nescio qua persuasione venerari: digna et nata religio talibus moribus! Alii eos ferunt ipsius antistitis ac sacerdotis colere genitalia et quasi parentis sui adorare naturam: nescio an falsa, certe occultis ac nocturnis sacris adposita suspicio! Et qui hominem summo supplicio pro facinore punitum et crucis ligna feralia eorum caerimonias fabulatur, congruentia perditis sceleratisque tribuit altaria, ut id colant quod merentur. Iam de initiandis tirunculis fabula tam detestanda quam nota est. Infans farre contectus, ut decipiat incautos, adponitur ei qui sacris inbuatur. Is infans a tirunculo farris superficie quasi ad innoxios ictus provocato caecis occultisque vulneribus occiditur. Huius, pro nefas! sitienter sanguinem lambunt, huius certatim membra dispertiunt, hac foederantur hostia, hac conscientia sceleris ad silentium mutuum pignerantur. Haec sacra sacrilegiis omnibus taetriora. Et de convivio notum est; passim omnes locuntur, id etiam Cirtensis nostri testatur oratio. Ad epulas sollemni die coeunt cum omnibus liberis, sororibus, matribus, sexus omnis homines et omnis aetatis. Illic post multas epulas, ubi convivium caluit et incestae libidinis ebriatis fervor exarsit, canis qui candelabro nexus est, iactu offulae ultra spatium lineae, qua vinctus est, ad impetum et saltum provocatur. Sic everso et extincto conscio lumine inpudentibus tenebris nexus infandae cupiditatis involvunt per incertum sortis, etsi non omnes opera, conscientia tamen pariter incesti, quoniam voto universorum adpetitur quicquid accidere potest in actu singulorum.. Ed. J. P. Waltzing, Louvain, 1903.

4 II Apologia VIII.

5 Historiae V, 3-4; Contra Apionem, II, 80.

6 La prima descrizione è quella di R. GARRUCCI, Un crocifisso graffito da mano pagana nella casa dei Cesari sul Palatino, Roma, 1856.




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