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Documento: Nicolotti, I Templari e la Sindone (recensione)
Messo in linea il giorno Mercoledì, 17 dicembre 2014
Pagina: 1/1


Nicolotti, I Templari e la Sindone (recensione)

Dal «Domenicale del Sole24Ore» del 31 luglio 2011, p. 23; ristampa in Id., Presente storico. Nuovi interventi, Roma, Manifestolibri, 2012, pp. 165-167. 

Recensione di A. Nicolotti, I Templari e la Sindone. Storia di un falso, Roma, Salerno, 2011.

La favola dei Templari con la Sindone
di Sergio Luzzatto
Università di Torino


Ponendosi da un punto di vista strettamente documentale, alla Sindone di Torino «non si può certo attribuire una storia precedente la metà del XIV secolo»: questo il parere non già di un "-ista" più o meno sospetto ai devoti (a scelta: un relativista o un revisionista, un laicista o un medievista), ma di Gian Maria Zaccone, il direttore del Museo della Sindone di Torino. Sul dopo gli storici concordano. A metà Trecento, il tessuto che tanti buoni cristiani venerano come il sudario di Cristo apparteneva a un nobile francese della regione di Troyes, tale Geoffroy de Cbamy; fu acquistato dal duca Lodovico di Savoia nel 1453 e raggiunse Torino nel 1578.
Sul prima gli storici devono arrendersi all'evidenza. Quand'anche rifiutino di accogliere i risultati degli esami al carbonio 14, in base ai quali il Sacro Lino è databile fra il 1260 e il 1390, devono riconoscere a tutt'oggi mancante qualunque documento che ne provi un'esistenza anteriore. Ma allora perché, da un paio d'anni in qua, una campagna mediatica ha strombazzato le presunte scoperte di Barbara Frale, addetta dell'Archivio segreto vaticano, secondo cui sarebbe dimostrato un possesso duecentesco della Sindone da parte dell'ordine religioso-militare dei Templari? E come ha potuto la casa editrice del Mulino suggellare con il prestigio del suo marchio le tesi infondate dell'autrice di «I Templari e la sindone di Cristo» e «La sindone di Gesù Nazareno?» In altre parole: come si fabbrica una mistificazione storica, e come la si rende credibile nell'Italia del terzo millennio?
Chi sia curioso di risposte farà bene a leggere un volumetto pubblicato dalla Salerno editrice. Lo ha scritto uno storico del cristianesimo, Andrea Nicolotti, che lo ha intitolato «I Templari e la Sindone. Storia di un falso». Dove il falso - si badi - non sta nel Sacro Lino, di cui Nicolotti non pretende affatto di dimostrare l'inautenticità. Il falso sta nella teoria pseudo-scientifica che ha argomentato un passaggio della Sindone dalle mani dei crociati che nel 1204 saccheggiarono Costantinopoli a quelle dei cavalieri del Tempio, che intorno alla Sindone avrebbero costruito un culto segreto sino a quando furono arrestati in massa, nella Francia del 1307, per ordine del re Filippo IV il Bello: salvo riuscire rocambolescamente a nascondere la Sindone stessa, affidandola alle cure della famiglia Charny. Una presenza del sudario nella Francia duecentesca resta materia di pura speculazione. Fra le oltre mille deposizioni rilasciate dai cavalieri del Tempio dopo il loro arresto, e rese più o meno dubbie dall'essere state ottenute con la tortura, soltanto una manciata evocava l'esistenza di un idolo barbuto che i Templari veneravano durante la loro cerimonia di iniziazione. E soltanto una di queste deposizioni (una!) sembrava descrivere l'idolo come un oggetto di stoffa piuttosto che di legno. Dopodiché, neanche quest'unica deposizione riguardante un fantomatico tessuto regge alla prova del sapere paleografico, e di un dizionario di latino correttamente maneggiato.
L'intera "scoperta" di Barbara Frale si fonda sulla selezione arbitraria, sulla lettura imprecisa e sull'interpretazione tendenziosa di cinque o sei interrogatori di altrettanti cavalieri del Tempio nella Carcassonne del novembre 1307. Sennonché - nell'Italia di sette secoli dopo - una compagnia di giro fatta da storici della domenica e giornalisti di bocca buona, vaticanisti in libera uscita e bloggers occultisti, ha salutato le fantasie di Frale come tesi scientifiche, precipitandole nel calderone comunicativo di un misterico dove la Sindone e i Templari fanno tutt'uno con le profezie di Nostradamus, le stigmate di Padre Pio, il terzo segreto di Fatima, l'ultimo miracolo di papa Wojtyla, e chi più ne ha più ne metta. Ancora meno seriamente vanno prese le fantasie che riconoscono passaggi della Sindone in aree geografiche di attestata presenza dei Templari, ma diverse dalla Francia. Un bassorilievo raffigurante «la testa di un uomo con la barba» nel fortilizio di Saphed, in Terra Santa? In realtà, una raffigurazione di san Giorgio ... Un pannello ligneo medievale con un'altra immagine di uomo barbuto, ritrovato in Inghilterra nel 1945? Assai più probabilmente, un ritratto di san Giovanni Battista ... Una lettera sulla «tela di lino nella quale nostro Signore Gesù Cristo fu avvolto dopo la morte» ricevuta da papa Innocenzo III nel 1205? Fino a prova contraria, l'opera di un falsario ottocentesco ...
Il libro di Nicolotti andrebbe adottato in ogni corso universitario di Metodologia della ricerca storica, perché con tiene una dimostrazione formidabile di come si lavora sulle fonti, e soprattutto di come non si lavora. Ma la Storia di un falso andrebbe letta anche nei corsi universitari di Scienze della comunicazione, perché testimonia l'avventatezza, la corrività, l'ignoranza, che troppo spesso governano la divulgazione del sapere nell'Italia contemporanea. Ben vengano, dunque, gli "aculei" di questo libro della Salerno (secondo il nome della nuova collana storica cui il volume appartiene).
E ben venga - al limite - il sarcasmo finale di Andrea Nicolotti: «Se ciascuno è libero di ipotizzare ciò che vuole, e pretende di spacciare per storia le proprie elucubrazioni, mi sentirei libero di suggerire che la Sindone sia finita a Roma, avvolta in una tovaglia d'amianto proveniente dalle montagne del Turkestan e mandata in dono dal Gran Khan. Io, almeno, avrei una fonte: lo dice Marco Polo». Proprio così. Se viviamo in una new age della cultura dove un professore di Storia medievale, geniale o mediocre che sia, è soltanto un Dan Brown che ha fallito; e se, alla fiera mediatica dei "misteri" svelati, vince chi la spara più grossa, ben venga anche una storia della Sindone riscritta a partire dal Milione di Marco Polo: «Quivi àe montagne ove à buone vene d'acciaio e d'andanico; e in queste montagne è un'altra vena, onde si fa la salamandra ( ... ). Questa si fila e fassine panno da tovaglie( ... ]. Anco vi dico che a Roma à una di queste tovaglie che 'l Grande Kane mandò per grande presenti, perché 'l sudario del Nostro Signore vi fosse messo entro».


 
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