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Documento: La critica testuale e l'edizione critica del Nuovo Testamento
Messo in linea il giorno Domenica, 21 ottobre 2001
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Sistema di classificazione dei manoscritti

Nelle edizioni critiche moderne, a partire dal 1700, si è adottato un sistema di classificazione dei manoscritti attraverso numeri o lettere, che è rimasto abbastanza costante. I manoscritti in maiuscola furono indicati con lettere maiuscole dell’alfabeto latino (A,B,C,D, ecc.) e, non bastando, anche dell’alfabeto greco (thêta, delta, ecc.). Il famoso codice Sinaitico, scoperto da Konstantin von Tischendorf nel 1859, fu da lui designato con la prima lettera dell’alfabeto ebraico, ‘alef (così compare anche nel Nestle-Aland, mentre il Merk lo cita con S). Invece i manoscritti in minuscola, più numerosi, furono indicati con numeri arabi. Per i manoscritti in maiuscola, quando non bastarono più le lettere dei due alfabeti, si pensò di indicarli anch’essi con numeri arabi ma, per distinguerli dai minuscoli, preceduti da uno zero (01, 02, ecc.): perciò essi hanno oggi una doppia indicazione negli elenchi. Questo sistema risulta molto più pratico di quello fino ad allora adottato: i manoscritti in maiuscola precedentemente erano indicati con denominazioni che facevano riferimento al luogo di provenienza (Codex Alexandrinus [oggi A o 02]: proveniente da Alessandria) o al luogo di conservazione (Codex Vaticanus [oggi B o 03]: della Biblioteca Vaticana; di norma si aggiunge anche il numero di catalogazione), o al nome del proprietario (Codex Bezae [oggi D o 05]: trovato e acquistato da Teodoro Beza) o a particolarità (Codex Ephraemi rescriptus [oggi C o 04]: palinsesto, ovvero manoscritto del NT raschiato e riutilizzato per trascrivere l’opera di Efrem).

Per quanto riguarda i papiri, che solo all’inizio di questo secolo si è cominciato a considerare, la sigla usata è P (spesso scritta in carattere gotico: così nel Nestle-Aland) seguita da un numero in esponente che corrisponde al numero d’ordine dato da C. R. Gregory: ad es., P45 (Vangeli, Atti), P46 (Lettere di Paolo), P47 (Apocalisse), P66 (Vangelo di Giovanni), P75 (Vangeli di Luca e di Giovanni).

I lezionari sono indicati con una elle corsiva (l ) seguita dal numero d’ordine dato da chi li ha classificati (Gregory).

Le traduzioni sono indicate con abbreviazioni in lettere latine minuscole: it (= Itala, antiche versioni latine anteriori alla Vulgata), vg (= vulgata), latt (= tutte le versioni latine), sy (= traduzioni siriache), co (= traduzioni copte), ecc. Sempre con lettere latine minuscole sono indicati singoli manoscritti delle versioni latine più antiche (a, b, c, ecc.).

Le citazioni patristiche sono indicate con abbreviazioni dei nomi dei Padri: Ir (= Ireneo), Or (= Origene), ecc.

Testimoni importanti

Nell’apparato critico delle edizioni moderne i testimoni della tradizione manoscritta vengono elencati secondo un ordine di importanza: prima i papiri, poi i manoscritti maiuscoli, poi i minuscoli, poi i lezionari, infine le citazioni patristiche. Più importanti sono considerati i testimoni più diretti e più antichi.

Papiro P52 Il papiro P52, scritto su entrambi i lati, è il reperto più antico per il Nuovo Testamento.

Tra i papiri abbiamo il testimone più antico del NT, P52, che è datato al 125 e contiene un frammento di Gv (18,31-33,37-38). Segue il recentemente scoperto P90, sempre del II secolo, che comprende parti di Gv 18,36 -19,7, e P98, anch'esso probabilmente del II secolo, che contiene parti di At 1,13-20. Verso il 200 sono datati P46, che contiene nove epistole paoline e P66, di ben 104 pagine, contenente alcune parti di Gv (i primi quattordici capitoli quasi completi, e una buona parte dei restanti). P46 e P66 appartengono a due importanti collezioni che sono state costituite nel XX secolo, rispettivamente quella Chester Beatty di Dublino e quella Bodmer di Ginevra1.

Frammenti P64/67 Frammenti P64/67 del Magdalen College di Oxford contenenti parti di Mt 26.

Sempre al 200 o prima sono datati P64/67, del Magdalene College, che contiene passi di Matteo, e P32, con alcuni versetti della lettera a Tito. Alla collezione Bodmer appartiene P75, formato di 102 pagine più o meno integre, con parti dei Vangeli di Luca e Giovanni, ed è datato tra il 175 ed il 225. Alla prima metà del III secolo è ascrivibile P45, costituito da porzioni di trenta fogli contenenti testi provenienti dai quattro Vangeli e dagli Atti; di poco successivo è P47, che riporta dieci fogli dell’Apocalisse. Entrambi sono parte della collezione Chester Beatty. Sempre del II secolo, P72 (Bodmer) contiene la più antica copia conosciuta dell’epistola di Giuda e delle due di Pietro. Sempre nel III secolo vanno collocati P4 della Nazionale di Parigi, che contiene parti del Vangelo di Luca, e P5 della British Library, con parti del Vangelo di Giovanni.

Dei manoscritti maiuscoli meno di un centinaio contengono più di due fogli. Sono pochissimi quelli anteriori al IV secolo (cinque in tutto), mentre al IV secolo risalgono 14 mss., e poi ne abbiamo 8 tra IV e V sec., 36 del V, ecc. I più importanti sono:

- 'alef (o S) o 01 o codice Sinaitico: è del IV sec. e originariamente conteneva tutta la Bibbia greca; ora contiene comunque tutto il NT: è l’unica copia completa del NT greco in caratteri maiuscoli. Anche per la qualità è ritenuto di fondamentale importanza.

Codex Sinaiticus Codice sinaitico, uno dei testimoni più importanti.

- A o 02 o codice Alessandrino: è del V sec. e contiene AT e NT con lacune: per il NT manca quasi tutto Mt. E’ di qualità varia, a seconda dei libri, che furono copiati da mani diverse. E’ importante per l’Apoc.

Codex Alexandrinus Codice alessandrino.

- B o 03 o codice Vaticano: è del IV sec. e contiene AT e NT con lacune: per il NT mancano alcune lettere paoline e l’Apoc. E’ il primo codice che contenga una suddivisione del testo. E’ importante.

Codex Vaticanus Codice Vaticano, IV secolo d.C., versetti del Vangelo di Marco.

- D o 05 o codice di Beza o Cantabrigiensis (si conserva a Cambridge): è del V sec. ed è bilingue, con greco e latino a fronte. Presenta i Vangeli nell’ordine Mt, Gv, Lc, Mc. Ha la caratteristica di riportare numerose e significative varianti, sia con omissioni sia con aggiunte, e non solo di parole o espressioni, ma di intere frasi. In Lc 6, ad es., inserisce il v.5 dopo il v.10 e aggiunge tra i vv. 4 e 6: «Lo stesso giorno, vedendo un uomo che lavorava di sabato, egli [Gesù] gli disse: Uomo, se tu sai ciò che stai facendo, tu sei benedetto; ma se non lo sai, sei maledetto e un trasgressore della Legge». In Lc 22,15-20, nel racconto dell’ultima cena, omette, insieme ad alcuni testimoni latini e siri, l’ultima parte del v.19 e tutto il v.20, eliminando così la menzione del secondo calice. Negli Atti degli apostoli D è più lungo di circa un decimo rispetto al testo comunemente tramandato e presenta, talora insieme ad altri testimoni del cosiddetto «testo occidentale», alcune correzioni che rivelano un atteggiamento misogino.

Codice di Beza Codice di Beza.

I codici minuscoli sono classificati in varie categorie, a seconda del periodo in cui furono trascritti: i più antichi sono quelli tra IX e XIII sec. (vetustissimi, IX-X, vetusti, X-XII), mentre si dicono recentiores quelli tra XIII e XV sec. e novelli quelli copiati dopo l’invenzione della stampa.

Solo 58 minuscoli contengono tutto il NT. Alcuni gruppi di mss. minuscoli risultano così strettamente imparentati in base al tipo di errori che contengono, da essere classificati unitariamente: sono le famiglie indicate con f1 (cinque mss.) e f13 (una dozzina di mss.).

Una particolarità dei lezionari è che non riportano mai testi dell’Apocalisse perché, a causa delle controversie sulla sua canonicità, non entrò nell’uso liturgico della Chiesa greca. La maggior parte dei lezionari pervenuti non è anteriore al IX sec.; a differenza degli altri mss., continuarono ad essere trascritti in maiuscola, almeno fino all’XI, anche quando ormai era invalso l’uso della minuscola. Il lezionario più antico che possediamo è l 1596, del V sec. Due lezionari del IX sec. (l 961 e l 1566) sono tra i pochi testimoni della finale «intermedia» di Mc.

Le traduzioni nelle varie lingue antiche possono essere di grande rilievo, perché risalgono ai primi secoli, ma comportano anche difficoltà, sia perché la struttura linguistica cambia, rispetto a quella dell’originale greco, sia perché non sempre si tratta di traduzioni rigorosamente letterali. Non interessano la critica testuali traduzioni che non siano state fatte direttamente a partire dal greco o rivedute sulla base del greco.

Codex Bobbiensis Codex Bobbiensis

Il NT fu tradotto in latino già a partire dal II sec. nell’Africa del Nord, e poi in Italia, Gallia, ecc. Queste versioni latine anteriori alla fine del IV sec. risultano molto letterali, e quindi particolarmente preziose per la ricostituzione dei testi greci da cui dipendono. Ma le versioni che conosciamo presentano molte differenze tra loro: sotto la denominazione di Vetus latina si indica pertanto, non una singola traduzione, ma il complesso delle traduzioni latine anteriori alla Vulgata di Gerolamo (e talora si distinguono l’Afra, l’Itala, ecc.). Possiamo ricostruire queste versioni sia attraverso le citazioni letterali fatte dai Padri latini del III-IV sec. (a partire da Tertulliano), sia attraverso i mss., che in genere riportano ciascuno solo parti del NT (Vangeli oppure Atti, oppure lettere di Paolo, oppure l’Apoc). Tra i mss. della Vetus latina il più importante è il codex Bobbiensis (proveniente dal monastero di Bobbio, ora alla Biblioteca Nazionale di Torino), indicato con la lettera k: fu scritto in Africa verso il 400, contiene circa metà di Mt e Mc ed è l’unico ms. del NT latino che riporti la finale «intermedia» di Mc. Non possediamo ancora un’edizione critica completa della Vetus latina.

Col termine Vulgata (ossia «diffusa») si indica la traduzione latina del NT, attribuita a Gerolamo, e databile verso il 380; è incerto però se Gerolamo abbia effettivamente riveduto tutto il NT, o solo i Vangeli. Comunque questa traduzione divenne la più diffusa nella Chiesa romana a partire dal VII sec. e fu riconosciuta come quella ufficiale con le edizioni promosse da Sisto V (1590) e Clemente VIII (1592): nelle sigle con cui si citano le attestazioni della Vulgata (vg), il Nestle-Aland indica in esponente, con s e cl, appunto queste edizioni (vgs e vgcl). In tempi moderni abbiamo avuto due edizioni della Vulgata: quella pubblicata a Oxford tra 1898 e 1954, da J. Wordsworth, H. J. White e H. F. D. Sparks (= vgww) e quella pubblicata a Stuttgart nel 1969 (19833) (= vgst). Paolo VI ha promosso una revisione della Vulgata sulla base dei testi originali, perciò dal 1979 (e in 2º ed. dal 1986) abbiamo la neo-Vulgata, che viene riprodotta a fronte del testo greco nelle edizioni bilingui del NT.

Delle traduzioni siriache del NT esistono cinque tipi, a parte la versione siriaca del Diatessaron di Taziano, che conosciamo attraverso le citazioni di Efrem:

  1. la Vetus syra, che è la più antica; la conosciamo principalmente attraverso due mss., uno della fine del IV sec., trovato sul Monte Sinai, e perciò detto siro-sinaitico (sigla: sys), l’altro, del V sec., trovato in Egitto da W. Cureton, e perciò detto siro-curetoniano (sigla: syc);

  2. la Peschitta o Vulgata siriaca (sigla: syp), la versione ufficiale, ancora oggi, della Chiesa sira: non contiene alcune lettere cattoliche né l’Apocalisse. Ne possediamo molti mss. ed è in corso l’edizione critica;

  3. la versione detta filosseniana (sigla: syph), perché promossa dal vescovo Filosseno di Mabbug all’inizio del VI sec.;

  4. la versione detta harclense (sigla: syh), perché opera del vescovo Tommaso di Harqel, che compì una revisione della versione filosseniana sulla base di alcuni mss. greci, nel 616;

  5. la versione siro-palestinese, poco nota: la testimonianza più estesa è quella di un lezionario dei Vangeli giunto in mss. dell’XI-XII sec.

  6. Importanti sono anche le traduzioni copte: sono almeno una mezza dozzina le forme dialettali del copto: le più antiche e importanti sono il sahidico (sigla: sa) e il bohairico (sigla: bo), poi abbiamo il medioegiziano (sigla: mae), l’achmimico (sigla: ac), ecc. Per la conoscenza di queste versioni è stata fondamentale la scoperta di molti papiri.

  7. Le citazioni dei Padri sono utili da molti punti di vista: per il loro numero e la loro estensione, consentono di ricostruire quasi tutto il NT; permettono di localizzare e datare i tipi di testo documentati nei mss. e nelle versioni; quando discutono esplicitamente di varianti documentate nei mss. a loro disposizione o esprimono opinioni sul testo. Presentano anche problemi, che dipendono sia dalla difficoltà di accertare se citino in modo letterale o libero, sia da possibili fenomeni di armonizzazione intervenuti nel corso della tradizione manoscritta delle opere stesse dei Padri.


NOTE AL TESTO

1 Le collezioni prendono nome dai primi acquirenti.




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