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Documento: Nicolotti, Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino (recensione)
Messo in linea il giorno Giovedý, 18 dicembre 2014
Pagina: 1/1


Nicolotti, Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino (recensione)

Recensione di Andrea Nicolotti, Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino. Metamorfosi di una leggenda, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2011.

Tratto da «Vetera Christianorum» 48 (2011), pp. 391-392.

Alessandro Rossi, dott. ric.


La comparsa della Sindone durante il XIV secolo nel villaggio di Lirey, da cui fu poi traslata a ChambÚry ed infine, nel 1578, a Torino, presenta un vuoto di testimonianze sulla sua esistenza nei tredici secoli che coprono la distanza tra la sepoltura del Cristo e la traslazione/epifania dell’oggetto nella regione della Champagne-Ardenne. Qualche decennio fa I. Wilson (The Shroud of Turin, New York 1978) ha avanzato l’ipotesi che la Sindone torinese altro non fosse che una reliquia ampiamente testimoniata in Oriente, il famoso Mandylion di Edessa; attraverso varie vicissitudini, sulle quali non esiste accordo tra gli autori che aderiscono a questa ipotesi, la reliquia sarebbe giunta in Occidente per finire infine a Geoffroy de Charny: è solo da questo punto in poi che l’esistenza e le traversie del lenzuolo funebre sono chiaramente attestate dalle fonti. Secondo la tradizione orientale, il Mandylion sarebbe però stato costituito da un piccolo asciugamano, e vi sarebbe rimasto impresso solamente il volto di Gesù: per superare questa difficoltà, Wilson ha ipotizzato un sistema di piegatura della Sindone che, a suo avviso, avrebbe consentito di mantenerne in vista soltanto una piccola parte, corrispondente appunto al volto santo.
In questo volume Andrea Nicolotti analizza con sicurezza di metodo le diverse fonti chiamate in causa dai sostenitori dell’identità tra Sindone e Mandylion, continuando la meritoria opera di demistificazione già avviata in uno studio di poco precedente, dal taglio decisamente più divulgativo (I templari e la Sindone. Storia di un falso, roma 2011); la disamina muove proprio dall’origine della leggenda edessena, mostrando come anche in questo caso lo stesso processo di formazione di quella tradizione orientale non consenta di ricollegare il Mandylion ai tempi gesuani. La leggenda di Abgar, signore di Edessa al tempo della predicazione del Cristo, sarebbe stata relativa a una lettera da lui ricevuta da Gesù stesso, che gli avrebbe procurato una miracolosa guarigione: un’epistola dunque, secondo la tradizione testimoniata sia da Eusebio di Cesarea sia dal diario di viaggio della pellegrina Egeria, e non l’immagine acheropita di cui si hanno notizie solo a partire dal VI secolo. Intermedia a queste due tradizioni, si situerebbe la testimonianza tratta dalla siriaca Dottrina di Addai, che tuttavia parla di una immagine dipinta da un pittore “con pigmenti scelti”; in conclusione, identificare la Sindone con il Mandylion edesseno consentirebbe di retrodatarne la comparsa solo al VI secolo, permanendo il silenzio nelle fonti precedenti. Ciò comunque non costituisce l’unico ostacolo all’accettazione di questa identificazione: pur nelle difficoltà derivanti dal confronto con una produzione bibliografica di talora dubbia credibilità scientifica, rimane sorprendente seguire le avventurose ricostruzioni immaginate da alcuni sindonologi a sostegno delle diverse ipotesi di piegatura del telo per farlo combaciare, di volta in volta, col suo presunto impiego come labarum o con i reliquiari nei quali sarebbe stato conservato. Ancora più efficace risulta la disamina dell’ampio apparato iconografico e numismatico antico, cui Nicolotti si dedica con scrupolosa diligenza: vi si trova conferma, se mai ancora necessaria, che la tradizione orientale riconosceva nell’immagine edessena il volto di un uomo vivo, impossibile da paragonare a quello della Sindone di Torino. Anche le diverse tradizioni relative alla traslazione del Mandylion da Edessa a Costantinopoli, oltre a quelle della sua moltiplicazione miracolosa (si veda almeno il capitolo dedicato al Keramion), insieme alla tradizione liturgica bizantina che ne celebrava la memoria vengono esplorate da Nicolotti con cura sistematica: ne risulta confermata l’impossibilità di identificare nella reliquia edessena la Sindone di Torino, anche se non si volesse tenere conto delle cronache che ne testimoniano la traslazione nella Sainte Chapelle parigina, ove sarebbe rimasta fino alla dispersione di una parte di quel reliquiario ad opera dei rivoluzionari, nel 1793. L’analisi delle fonti, sempre riportate anche nelle lingue originali, è operata da Nicolotti con accuratezza nelle traduzioni e completezza nell’esegesi, e costituisce un buon esempio di metodo scientifico applicato alla ricerca storiografica: l’apparato di note è ampio e circostanziato, sebbene non possa sostituire una bibliografia completa, alla cui mancanza solo in parte riesce ad ovviare l’indice dei nomi in chiusura di volume. L’apparato iconografico, con raffigurazioni generalmente di buona qualità, consente anche al lettore un confronto con quanto sostenuto da Nicolotti o dagli autori con i quali si rapporta.  


 
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