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Documento: Nicolotti, I Templari e la Sindone - Dal Mandylion di Edessa (recensione)
Messo in linea il giorno Giovedì, 18 dicembre 2014
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Nicolotti, I Templari e la Sindone - Dal Mandylion di Edessa (recensione)

Recensione di Andrea Nicolotti, Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino. Metamorfosi di una leggenda, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2011, e di I Templari e la Sindone. Storia di un falso, Roma, Salerno, 2011.

Tratto da «Rivista di storia del cristianesimo» 10/2 (2013), pp. 508-511.

Kristian Toomaspoeg
Università del Salento


«La Sindone è provocazione all’intelligenza». Così disse Giovanni Paolo II nell’omelia pronunciata a Torino il 24 maggio 1998, un testo che ha una valenza particolare per noi storici della Chiesa e della religione, perché traccia con molta chiarezza i confini tra le questioni di fede e la realtà storica, che non sono incompatibili, altroché, ma seguono strade e logiche diverse. Si tratta anche di una riflessione molto eloquente sulla questione della venerazione degli oggetti sacri, avendo questi ultimi per il Santo Padre un valore simbolico che non prescinde dalla loro vera o supposta autenticità. Questo non impedirebbe, anzi obbligherebbe, gli studiosi a svolgere delle ricerche, libere di preconcetti e condizionamenti, su queste tematiche. È proprio quello il compito che si è preso Andrea Nicolotti con i suoi due libri, che più che la storia vera e propria della Sindone torinese osservano l’ampia ragnatela di leggende, credenze e superstizioni che avvolge la reliquia. Come è noto, il sacro lino apparve nel XIV secolo in Francia, dove fu conservato dai canonici di Lirey (Aube), prima di essere ceduto ai duchi di Savoia che, nel Cinquecento, lo trasferirono a Torino dove è tutt’ora conservato. Non esiste alcuna informazione provata sul passato anteriore della Sindone e i numerosi studi di laboratorio disponibili non permettono altre considerazioni oltre quella che «più si è, peggio si lavora». Nonostante ciò, esiste un filone pseudo- o, se vogliamo, parascientifico, che si occupa da tempo delle origini del lino, affermando che si tratti effettivamente del lenzuolo usato per avvolgere il corpo del Signore e che poi avrebbe avuto diversi proprietari, tra i quali si annoverano gli imperatori bizantini, una serie di dinastie nobili e, per alcuni, anche i fratelli dell’Ordine del Tempio. Il Nicolotti affronta la questione dal punto di vista di uno specialista della storia della religione, prendendo in conto tutti gli aspetti testuali, linguistici e terminologici di questa insidiosa materia. Nel primo libro (Dal Mandylion...), egli presenta una rassegna storica sul Mandylion di Edessa, ovvero un leggendario fazzoletto con impresso il volto di Gesù (il Salvatore l’avrebbe inviato al re Abgar d’Edessa), che alcuni tendono ad identificare con la Sindone. Esaminando la letteratura esistente sull’argomento, l’autore raggiunge la conclusione che si fosse trattato, in partenza, di una leggenda posteriore al V secolo. I Bizantini elaborarono una tradizione dove un dipinto a colori del volto di Gesù divenne l’impronta lasciata su un panno, peraltro esistente in diverse copie in concorrenza tra di loro (Conclusioni, p. 183). Fatto importante, questi “mandili” contenevano l’immagine di Gesù vivo e non possono quindi essere associati alla Sindone. Quindi, in questo caso non esiste un legame documentato né con i tempi evangelici, né con il sacro lino di Torino. Sorvolo gli altri esempi, posteriori, portati dall’autore di oggetti che sono stati identificati nel corso del tempo con la Sindone, ma che per le loro caratteristiche materiali non possono essere considerati tale, come il Volto Santo di Lucca, ovvero un reliquiario che conteneva un lino raffigurante il Salvatore sulla croce.
Il secondo libro di Andrea Nicolotti (I Templari...) riguarda uno dei passaggi più delicati nella storia immaginaria della Sindone, ovvero la lacuna che anche i sindonologi più ostinati sono stati costretti ad ammettere tra la presunta permanenza del sacro lino a Costantinopoli prima del 1204 e la sua apparizione in Francia nel Trecento. Gli scrittori come Ian Wilson hanno cercato di colmare questo vuoto con la teoria di un passaggio della Sindone nelle mani dei Templari che l’avrebbero conservato in Terra Santa e a seguito portato in Europa. Il modus operandi dei sostenitori di questa teoria è molto semplice, ovvero si individuano nelle fonti dei passaggi dove si parla degli oggetti venerati dai Templari che poi si identificano con la Sindone, con un particolare interesse per le testimonianze rese dai fratelli dell’ordine durante il loro processo. Significativo è il caso dell’oggetto descritto in quest’ultima occasione dal Templare Guglielmo Bos, interpretato come signum fustanium (inteso dai sindonologi come immagine su tessuto) che poi, attraverso la lettura attente della fonte, risulta essere un signum fusteum, probabilmente una statua (p. 59). Ovvero, per portare un altro esempio, nel castello templare di Saphed, il sultano Baibars avrebbe trovato nel 1267, dopo la sua conquista, un “idolo con la barba”: questa affermazione si basa su una vecchia ed incompleta traduzione di un testo egiziano, mentre basta consultare le edizioni arabe dello stesso testo (l’ultima è del 2004) per constatare che si fosse trattato di una statua di san Giorgio (p. 72). Il libro abbonda di esempi simili e smantella una per una tutte le presunte “testimonianze” sul possesso della Sindone da parte dei Templari. Su questo punto, il Nicolotti non può che entrare in polemica con chi ha affermato esattamente il contrario. Non si tratta tanto di Ian Wilson, del quale non si può aspettare più di tanto, ma delle ultime opere di Barbara Frale che pretendono ad una serietà scientifica. Infatti, il libro del Nicolotti consiste in parte in una polemica con quanto affermato dalla studiosa nei suoi due libri sulla questione (I Templari e la sindone di Cristo, Il Mulino, Bologna 2009 e La sindone di Gesù Nazareno, Il Mulino, Bologna 2009).
Gli ultimi tempi ci hanno disabituato di polemiche tra gli storici, anche se si tratta di un’antica tradizione nel nostro paese. La ripresa di una discussione, anche se vivace, sarebbe quindi più che auspicabile e farebbe probabilmente progredire le ricerche e divertire i lettori. Nel nostro caso, purtroppo, si tratta di una discussione dove le affermazioni, talvolta un tantino irriverenti e parecchio ironiche ma sempre ben documentate e condivisibili, di Andrea Nicolotti hanno trovato delle risposte inadeguate (si veda Andrea Nicolotti, «Chi ha cervelliera di vetro, non vada a battaglia di sassi». In risposta a Barbara Frale, in http://www.giornaledistoria.net/public/ file/Content20100924_NicolottiAquilantiVattoDEF.pdf e, dall’altro lato, la Frale a Luzzatto: Non mi sono mai auto-recensita sotto pseudonimo, in il Giornale, 1 giugno 2010). Procedendo a colpi bassi e persino a pubblicazioni sotto falso nome, la sua opponente non ha fatto niente per difendere le proprie teorie, anzi, ha peggiorato la situazione. Così, oggi, ci troviamo in Italia un “caso Frale” che in molti aspetti si accomuna a due altre vicende europee degli ultimi tempi, ovvero il “caso Gougenheim” in Francia – dove lo storico Sylvain Gougenheim fu messo a bando dai medievisti francesi per un suo libro divulgativo che, peccando di metodologia, tenterebbe di negare il ruolo degli Arabi nella trasmissione dei manoscritti dell’Antichità – e il “caso Figes” in Gran Bretagna: lo storico Orlando Figes scriveva sotto falso nome su Amazon delle recensioni positive sui propri libri e negative su quelli dei suoi colleghi. Entrambi i casi citati sono piuttosto emblematici dei nostri tempi: Gougenheim ha lavorato su un argomento non suo e, secondo le accuse, avrebbe “forzato la mano” con una interpretazione tendenziosa e maldestra delle fonti e della bibliografia, Figes, dal canto suo, ha tessuto le proprie lodi in una vicenda che tra l’altro (siamo in Inghilterra) si tinge di giallo. In ogni modo, questi esempi lasciano un’impressione spiacevole, soprattutto perché non si capisce per quale ragione due bravissimi storici – Gougenheim è specialista di storia della Prussia medievale e Figes uno dei migliori conoscitori della Russia contemporanea – si siano esposti in tal modo. Nel caso dei Templari e della Sindone, le fonti e la bibliografia sono state manomesse e mal interpretate, in particolare modo per quanto riguarda i verbali del processo all’ordine. Su questo punto, nevralgico nell’insieme dei lavori scientifici di Barbara Frale, il Nicolotti non può evitare di sferrare un attacco che va oltre la questione del possesso del sacro lino e che, sviluppato in un recente articolo dello studioso (Andrea Nicolotti, L’interrogatorio dei Templari imprigionati a Carcassonne, in «Studi Medievali. Rivista della Fondazione Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo» LII, 2[2011], pp. 697-729), porta alla rivisitazione della teoria fraleiana che, in sostanza, considera in parte veritiere le accuse presentate contro i Templari, dal momento che questi avrebbero praticato un rito di iniziazione del tipo collegio militare, accompagnato dai sputi sulla croce, atti osceni e cose simili (Si veda Barbara Frale, L’ultima battaglia dei Templari. Dal codice ombra d’obbedienza militare alla costruzione del processo per eresia, Viella, Roma 2001). Per Nicolotti, questa teoria, accettata sino ad ora come tale dagli studiosi più o meno scettici, si baserebbe su di una cattiva interpretazione delle fonti e le accuse si sarebbero ispirate dalla prassi inquisitoria acquisita nell’ambito della lotta contro gli eretici.
Ma i libri di Andrea Nicolotti non si riducono certo solo a questi accenti polemici e offrono molto di più. Prima di tutto, trattasi di percorsi cronologici sulle tracce di un mito, dove le fonti e le loro interpretazioni di un tempo vengono confrontate, studiate e vagliate. Quante tematiche della storia medievale necessiterebbero lo stesso trattamento! Poi, l’autore ci offre un’elegante lezione di metodo, ricordando alcune regole di base che molti di noi in qualche momento buio hanno perso di vista e che per alcuni rimangono solo delle opzioni. Egli nota come nel suo caso «Approssimazioni, errori, anacronismi, fonti fasulle, dimostrazioni fallaci [...] si accompagnano a vere e proprie contraffazioni dei testi» (Conclusioni, p. 137): sono “i ferri del mestiere” dello storico che si sono arrugginiti. Nel caso della Sindone, la colpa non è della Chiesa, dal momento che «...un cristiano non potrebbe certo fondare la propria fede su in pezzo di stoffa» (p. 138), ma del propagarsi della pseudoricerca che si interessa del “mistero”, imitando la ricerca storica vera e propria (ibi). Fino a qualche tempo fa, queste scritture stravaganti potevano essere ignorate e lasciate al loro posto, ma oggi, la situazione è cambiata. Da una parte, anche non volendo incutere paura, si assiste al neotemplarismo dei cartelli criminali messicani e dei Breivik, dall’altra, come lo dice molto bene Andrea Nicolotti, anche nel mondo scientifico “serio” si assiste «all’incedere superbo di un falso imbellettato» (p. 139). Ovvero, una (per ora) piccola parte degli storici di mestiere ha adottato i modi da fare dei pseudoricercatori, arrivando alle vette delle vendite dei libri e della conoscenza da parte del grande pubblico. Questo fenomeno, purtroppo, si accompagna da una marginalizzazione delle ricerca storica sul Medioevo che apre le dighe al flusso dei dilettanti e dei malintenzionati.
L’autore consiglia allo storico di uscire dalla sua torre d’avorio e rendere i risultati delle proprie ricerche accessibili al grande pubblico, anche in forma di divulgazione intelligente. Questa opinione è più che condivisibile e si potrebbero citare molti esempi di quel genere di lavori editi negli ultimi tempi, così, per dare due esempi, in Francia la studiosa Colette Beaune ha pubblicato un libro assai simile a quelli del Nicolotti sulla questione di Giovanna d’Arco (Colette Beaune, Jeanne d’Arc. Verités et légendes, Perrin, Paris 2008) e in Italia Hubert Houben una nuova biografia critica di Federico II (Hubert Houben, Federico II. Imperatore, uomo, mito, il Mulino, Bologna 2009). I due libri di Andrea Nicolotti sono di una piacevole lettura, soprattutto, secondo me, la monografia sui Templari e la Sindone, ben strutturata, divertente e per tratti persino esilarante. Entrambi meritano di essere consultati non solo da chi ha nel cuore la questione della Sindone, ma anche da chi si interessa del Medioevo nel suo insieme e della sua percezione attuale.



 
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