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Nicolotti, Sindone (recensione)
Messo in linea il giorno Venerdì, 19 febbraio 2016
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Nicolotti, Sindone (recensione)

Andrea Nicolotti, Sindone: storia e leggende di una reliquia controversa, Torino, Einaudi, 2015. Recensione.


Tratto da «Studi piemontesi» 44/1 (2015), pp. 217-218.

Pierangelo Gentile

Nel bel mezzo dell’ostensione, e nel profluvio di libri sulla Sindone passati, presenti e futuri, questo è un volume inevitabilmente destinato a lasciare il segno, e a far discutere. L’autore, Andrea Nicolotti, giovane e talentuoso studioso di storia del cristianesimo presso la nostra Università, è poi un ricercatore a cui non manca il coraggio di mettersi alla prova con uno degli oggetti più misteriosi e controversi della fede. Indubitabilmente ciò che emerge dal denso racconto, asciutto nello stile ma suggestivo nella struttura e nei contenuti, è una “storia”. Una “storia globale” si potrebbe dire, che, senza tanti giri di parole, come afferma Nicolotti nella sua laconica premessa, vuole tracciare della reliquia un percorso «dalla sua comparsa fino ai giorni nostri» (p. IX). Un progetto ambizioso che ha visto negli anni lo storico misurarsi con una letteratura interdisciplinare a caratura internazionale praticamente sterminata, in un tentativo, a nostro avviso riuscito, non solo di sintesi (mai fatto prima analiticamente per un periodo così lungo), ma anche di consapevole e critico discernimento delle fonti bibliografiche, nonché con l’aggiunta preziosa di nuovi elementi tratti dai numerosi archivi consultati non solo a Torino, ma anche a Roma, in Vaticano, a Troyes, Dijon, Besançon, Grenoble e Parigi. Emerge così il profilo storico non solo di un oggetto che è e resta straordinario, ma anche di un “fenomeno” che ha attraversato i secoli, investendo caratteri generali, ma per questo non meno importanti, di legittimazione religiosa e politica. Una narrazione, quella di Nicolotti, che a partire dal racconto nei Vangeli della morte e sepoltura di Cristo, si sposta progressivamente nel primo capitolo allo studio delle altre stoffe sepolcrali del Nazareno, per offrire al lettore, nell’analisi delle “concorrenti” della Sindone apparse tra tardoantico e medioevo, un quadro comparativo generale dell’interesse crescente relativo al possesso da parte del potere costituito di oggetti legati alla passione del Redentore. Così, per spiegare il contesto storico in cui è nato il culto del sacro lino, Nicolotti passa al setaccio sindoni e sudari apparsi in Terrasanta, in Europa, a Costantinopoli, fino ad arrivare alla “stoffa delle Blacherne” e al ben più celebre “sudario di Oviedo”. Da questo inquadramento si dipana con maggiore chiarezza la storia del telo di lino dalle dimensioni di 4,42 x 1,13 metri su cui si trova «la doppia immagine monocromatica, accostata per il capo, della fronte e del retro di un uomo che reca i segni della flagellazione e della crocifissione, con diverse macchie rosse in corrispondenza delle ferite» (p. 55). Una vicenda che prende avvio dal secondo capitolo e dalla metà del XIV secolo, quando si registra per la prima volta la «nebulosa comparsa» della reliquia legata alle avventure del cavaliere Geoffroy de Charny e all’erezione della collegiata di Lirey, a non molta distanza da Troyes.

Una storia avvincente che si sviluppa con l’acquisto della Sindone da parte dei Savoia alla metà del Quattrocento, contribuendo in maniera decisiva alle fortune dei duchi, e alla loro affermazione nel contesto delle potenze europee: la costruzione e l’abbellimento della raffinata Sainte-Chapelle a Chambéry, l’istituzione di una festa con liturgia approvata dal papa, costituiscono i tasselli di una dinastia alla ricerca di un prestigio che avesse ricadute d’immagine non solo ecclesiastiche. Dopo l’incendio del 1532, e il trasferimento della Sindone a Torino nel 1578 per facilitare il pellegrinaggio al Borromeo, venne il tempo di un “culto trionfale”, oggetto d’indagine del terzo capitolo, attraverso la descrizione delle profonde suggestioni che le arti ebbero della reliquia, con la creazione di un vero e proprio genere sindonico: poesia, letteratura, pittura, musica e storiografia ispirata al sacro lino e alla gloria dei Savoia, fino ad approdare alla scenografia degli apparati effimeri per le sontuose e barocche ostensioni e alla vertiginosa architettura del Guarini, con la creazione dell’ardita Cappella, che, detto per inciso, a diciassette anni dal disastroso incendio che l’ha sfigurata, si spera prima o poi di rivedere restituita al primigenio splendore. Sono però gli ultimi due capitoli del libro a costituire il nerbo della ricerca di Nicolotti. A partire dall’ostensione “spartiacque” del 1898, che si affianca all’Esposizione generale italiana per il cinquantenario dello Statuto, l’autore affronta il delicatissimo incontro/scontro tra scienza e storia alla ricerca di una verità definitiva sulla natura della reliquia.

Nel racconto appassionato emerge la “riscossa degli storici” (con l’interessantissima vicenda “censoria” legata alle tesi di Ulysse Chevalier), e la “fragilità delle scienze dure” con tutte le strumentalizzazioni del caso. Fino ad arrivare a tempi a noi prossimi, alle diverse sensibilità dei vescovi di Torino, alla implacabile datazione radiocarbonica, al dilagare della sindonologia, in un continuo valzer di conferme, smentite, occultamenti, reticenze, affermazioni e negazioni, che non ha fatto altro che accrescere, paradossalmente, l’interesse, ma anche la confusione, verso la Sindone. Tutto ciò mentre – è scritto a chiare lettere (p. 327) – l’accesso alla reliquia, alle sue fotografie, ai frammenti estratti, è quasi del tutto precluso, facendo aumentare «tensioni, scontri e invidie» tra autenticisti e non. Parole forse dure, ma che si spera – al di là della fede, che appartiene alla coscienza di ognuno – riescano a rinfocolare una ricerca onesta e indipendente, scevra da fantasie, preconcetti e ideologismi. Si è del parere che non si debba aver paura. Nulla verrà tolto al fascino della Sindone.


 
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