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Nicolotti, Sindone (recensione)
Messo in linea il giorno Venerdì, 19 febbraio 2016
Pagina: 1/1


Nicolotti, Sindone (recensione)

Andrea Nicolotti, Sindone: storia e leggende di una reliquia controversa, Torino, Einaudi, 2015. Recensioni.


Tratto da «L'indice dei libri del mese» 6 (2015), p. 14.

Di Franco Quaccia (prima parte) e Massimo Vallerani (seconda parte).


Andrea Nicolotti, con un rigoroso lavoro di ricerca tanto bibliografica quanto archivistica, affronta la storia della sindone di Torino dalle sue prime attestazioni fino ai giorni nostri. Fungono da necessario preambolo allo studio le pagine volte a delineare la nascita e lo sviluppo del culto per i tessuti sepolcrali di Gesù. L’attenzione verso questi lini, sia nei Vangeli sia nei testi apocrifi più antichi esaminati, è quasi assente o comunque abbastanza superficiale e, in seguito, condurrebbe a descrizioni discordanti, largamente leggendarie e “non riconducibili a un unico modello”: rimane soltanto la testimonianza della “nascita seppur tardiva di un interesse, anche se fantasioso, per questi e altri oggetti fisici legati alla vita di Gesù”. Volendo trattare di sindoni e sudari, afferma tuttavia l’autore, occorre cominciare “proprio da qui, e da questo silenzio che durerà per secoli”. Altrettanto indispensabile per il ricercatore – all’interno di una lettura del processo storico volto a diffondere in Europa le reliquie della passione e morte di Gesù – risulta poi considerare le “‘altre’ sindoni” ovvero quelle stoffe sepolcrali che nel corso del medioevo “sono state in concorrenza con quella di Torino”: in tal modo diventa possibile “ricostruire un contesto di cui raramente si tiene conto”. Una descrizione volutamente molto analitica e che prende avvio con l’emergere, verso la fine del secolo VI, delle prime testimonianze scritte relative all’esistenza di reliquie delle stoffe sepolcrali di Gesù in Palestina: un’esistenza data per certa a Gerusalemme fin dai primi anni del secolo IX. Seguendo poi la “sistematica e spesso incontrollata traslazione in altri luoghi” che riguardò tutte le reliquie di terrasanta, l’autore dà rilievo al moltiplicarsi dei sudari/sindoni presso i luoghi sacri europei a cominciare da due importanti centri religiosi di tradizione carolingia: Aquisgrana e Compiègne. È una tendenza che trova ulteriori sviluppi all’aprirsi del secolo XIII, grazie alle molte reliquie della passione e del sepolcro conservate a Costantinopoli: qui, osserva l’autore, i lini sacri erano sicuramente più di uno e di questi medesimi tessuti innumerevoli frammenti raggiunsero l’Europa (tra cui la sindone che Guillaume Durand, alla fine del Duecento, scrive di aver visto nella cappella del re di Francia a Parigi). Nel percorso di avvicinamento alla sindone torinese, infine, assume un certo peso l’esame riguardante sia un resoconto sulla conquista di Costantinopoli da parte dei crociati latini (1204), in cui si parla “di una stoffa sepolcrale in relazione a una ‘figura di nostro Signore’”, sia la costruzione agiografica e ideologica del sudario conservato nella cattedrale di San Salvador della città spagnola di Oviedo. Di queste reliquie cristologiche, la prima forse mai esistita e la seconda attestata dal secolo XI, Nicolotti confuta i tentativi volti a stabilirne un legame con quella di Torino; rimandando anche, per il sudario di Oviedo, alle evidenti contraddizioni insite nella leggenda di fondazione e alla mancanza di spirito critico da parte della relativa storiografia ufficiale. Su questa articolata visione d’insieme trova quindi opportuna collocazione il racconto delle vicende storiche che videro “una sindone”, comparsa oscuramente, verso la metà del secolo XIV, nel villaggio francese di Lirey, trasformarsi nel Palladio della dinastia sabauda, ovvero nella “sindone oggi conservata a Torino, che pur non essendo la prima in ordine cronologico è quella che ha oscurato la fama e il ricordo di tutte le altre”. In base alla documentazione superstite, relativamente tardiva e discordante, l’autore coglie dunque i termini entro i quali non solo fu creata una reliquia ma ne risultò anche promosso il culto; culto “in un tessuto sepolcrale di Gesù che recasse le immagini del suo corpo martoriato” che sembra, in ogni caso, non avere alcun precedente e che “prende forma in un momento particolarmente propizio”. Nell’osservare il suddetto procedere della storia sindonica, segnata al suo avvio da aspri e perduranti conflitti in merito sia alla proprietà del lino sia alla natura delle ostensioni, Nicolotti sottolinea inoltre come la sindone di Lirey fosse essenzialmente considerata, sia dai chierici (vescovi e papa) sia dai laici (tra cui gli stessi detentori), quale “figura o rappresentazione” del “vero sudario di Gesù Cristo”: solo in un secondo tempo quella semplice immagine sacra “comincerà a essere trattata da tutti come una reliquia vera e propria”. Questo è un basilare passaggio a fronte del quale, ricorda ancora l’autore, si dipanano le fasi storiche dell’allontanamento della sindone da Lirey, della sua successiva acquisizione da parte del duca di Savoia Ludovico, dell’accoglienza a Chambéry e infine, dopo molte peregrinazioni, della definitiva collocazione presso la cattedrale di san Giovanni in Torino. Soffermandosi quindi su ciascuna di queste tappe l’autore ne confronta le testimonianze, le biografie dei protagonisti (di cui indaga anche l’intreccio delle relazioni con la dinastia sabauda) e gli aspetti maggiormente problematici: dal “prosaico acquisto” della reliquia sindonica (una circostanza, dai tratti definiti indecorosi, foriera di sentenze giudiziarie e di scomuniche) all’incendio presso la Sainte-Chapelle di Chambéry (che porterebbe almeno a sospettare una sostituzione del lino) allo scampato saccheggio da parte dei francesi di Vercelli. A rendere esaustiva questa lettura concorrono poi le pagine volte a chiarire come la storia della sindone subisca, a cominciare dal Cinquecento, “un radicale processo di rimozione e ricostruzione postuma”. Un processo con il quale, consegnando all’oblio le “travagliate vicissitudini dei due secoli precedenti” e favorendo “l’erronea idea che la sindone sia pervenuta ai Savoia dall’Oriente”, furono accolti gli aspetti della “leggenda dorata” destinati a esaltare la “stirpe prescelta dal cielo per custodire la più insigne reliquia della cristianità”. Osservazioni, queste ultime, a cui Nicolotti affianca una serrata analisi in merito all’evolversi della finalità pubblica del culto sindonico di antico regime: culto che continuò comunque a svolgere, sin nel cuore del secolo XIX, “la propria funzione politica di legittimazione dinastica” (per poi essere progressivamente abbandonato dalla casa reale). Si passa quindi ad affrontare le evenienze che hanno affidato la sindone alla modernità e all’articolato dispiegarsi del Novecento. È la narrazione di un percorso che si apre con l’avvio non solo di uno studio scientifico del telo torinese (dopo la prima celebre fotografia del 1898) ma anche di una nuova fase storiografica con l’esemplare lavoro di ricerca del canonico Ulysse Chevalier (lavoro, presentato alla Sorbona il 6 giugno del 1900, che risulterebbe “ancor oggi imprescindibile, specie per l’appendice di documenti dei secoli XIV-XVI”). Il richiamo alle aspre e in alcuni casi offensive valutazioni rivolte allo studio di Chevalier, ovvero a un’opera che introduceva il metodo storico-critico nelle scienze religiose, sottolinea a sua volta il sorgere dell’“annoso dibattito sull’autenticità della reliquia”. Un interrogativo, quest’ultimo, che Nicolotti dichiara di non voler eludere, “perché una storia che non si preoccupasse di conoscere l’origine del proprio oggetto di studio risulterebbe incompleta”. Nel perseguire questo proposito è riassunto il fitto scaturire di teorie sulla formazione dell’immagine sindonica e, allo stesso tempo, risulta apertamente contestata l’idea di una “presunta non-falsificabilità” di tale immagine. Il libro non manca infine di rimandare sia alle campagne di indagini condotte sulla sindone sia ai progressi della sindonologia e alla sua “inesorabile deriva pseudoscientifica”. Di fronte all’odierno sguardo sulla reliquia torinese, costellato di ipotesi “che non reggono alla prova critica”, Nicolotti conclude ricordando come rimanga sempre aperto il problema sia del “rapporto tra fede, pensiero critico e metodo scientifico” sia dell’“uso distorto delle prove ‘scientifiche’” e della “dignità e indipendenza delle scienze storiche”.



Il vescovo di Troyes Henry de Poitiers, intorno alla metà del Trecento, fu il primo a promuovere un’indagine sulla sindone appena comparsa: risultando evidente sia il falso storico sia il falso tecnico ne vietò il culto a scopo di lucro e ne proibì l’ostensione. Su questo elemento, l’ostensione, si iniziò una battaglia durissima fra il vescovo e i canonici della collegiata di Lirey che detenevano la stoffa: scontri frequenti, che decidevano dell’esistenza o meno delle istituzioni ecclesiastiche locali proprio per la rilevanza economica dell’uso delle reliquie. Si spiegano bene la resistenza accanita dei canonici, ma anche gli scontri di natura giurisdizionale, per il controllo dei messaggi religiosi, che coinvolgono il vescovo e porteranno all’intervento del re che “prende in custodia” il tesoro della collegiata di Lirey. Nicolotti ricostruisce la storia dei conflitti, importanti e a volte cruenti, che si scatenano intorno a una reliquiaicona usata per scopi diversi da poteri diversi. Questo l’inizio della storia della sindone di Torino, cioè il telo di Lirey del tardo Duecento. Insomma il libro di Nicolotti, è un libro di storia e Sergio Luzzatto e Adriano Prosperi, lo hanno apprezzato in quanto tale. La radiodatazione del 1988 ha solo confermato che la creazione del lino coincide perfettamente con la comparsa delle sue prime attestazioni. Il ben avviato culto contemporaneo del telo, dopo le evidenze storiche e filologiche poteva conservarsi solo spostando il fulcro dell’attenzione dal volto di Cristo all’icona simbolo della sofferenza, lasciando che la difesa a oltranza (con nuovi sensazionalismi) dell’autenticità divenisse una sorta di (utile, ma lontano) rumore di fondo. Un esempio compiuto della prima opzione ce lo fornisce Andrea Tornielli che apre lo speciale sulla sindone della “Stampa” del 19 aprile svincolandosi dal dibattito sulle origini, e riprendendo le parole del papa Francesco che sposta l’attenzione dalla reliquia (cosa che la sindone tecnicamente non è) all’oggetto di culto: la definisce “icona di un uomo flagellato”. Ne spiega il successo in base al suo potere evocativo: “perché l’uomo della sindone ci invita a contemplare Gesù di Nazaret”. E allarga questo potere evocativo a ogni sofferenza umana: il volto della sindone assomiglia a “tanti volti di uomini e donne ferite da una vita non rispettosa della loro dignità”. Questo spostamento della chiesa verso il significato solamente visivo e iconico della sindone sgonfia il dibattito rabbioso di qualche anno fa, si sgancia dalla polemica sui pollini, sulle colature di sangue, le spine, i lembi di tessuto e le bruciature. Restano i laici devoti a sostenere la battaglia dell’autenticità, in compagnia di un imbarazzante carrozzone di pseudoscienziati e ciarlatani, dai quali fa bene Nicolotti a tenersi lontano (riportando solo per dovere di cronaca, le tesi più note e assurde). Colpisce semmai la presenza nel Barnum sindonologico dell’Enea e del Cnr, istituti scientifici pubblici impegnati nell’organizzazione di ambigui convegni scientifici sulla realtà della sindone; una nota avvilente, certo, ma siamo sempre nel campo dell’omaggio non richiesto ai desideri (in realtà inespressi) della chiesa cattolica. Così usando le ricerche dell’Enea qualcuno pensa veramente di fare un favore al Vaticano mettendo in giro la panzana dei raggi cosmici della resurrezione. E restano i giornali italiani come divulgatori di una versione popolare, a bassa intensità critica, in cui la credenza dell’autenticità della sindone è una convinzione implicita più che una dimostrazione; si dà per scontata la sacralità del lenzuolo, una volta assodato che “la scienza non dà spiegazioni”; frase che in Italia legittima automaticamente il soprannaturale in tutte le sue forme più retrive. Lo mostra bene (senza apparente contraddizione) quello stesso speciale della “Stampa” uscito a inizio ostensione: il giornale di Torino più di tutti, per quello che appare calcolo e furbizia strapaesana, ha celebrato l’evento, abbracciando di fatto la tesi autenticista, con trasporto e gadgettistica annessa (medaglie, incisioni e libro di Baima Bollone). Ma lo conferma anche la pilatesca neutralità di Beatrice Iacopini su “Alias” (4/5/2015) che prende le distanze dal testo di Nicolotti perché “ogni affermazione riguardante il lenzuolo sembra essere messa in discussione con argomenti almeno apparentemente altrettanto validi”. Quell’“almeno apparentemente” illumina bene la scelta dubitativa del giornalismo nostrano: un’implicita ammissione di indifferenza fra i metodi critici della ricerca e le fantasie cosmiche del circo sindonologico. Il ruolo dei giornali è indicativo del rapporto, questo sì antiquato, fra religione e società in Italia; dove la religione non diventa mai un campo di analisi critica della società, ma un terreno di credenze dei fedeli da approvare senza discutere e semmai da rinforzare. Le masse lacrimose o rapite da estasi improvvise rappresentano un’immagine pubblica della religione a cui non si riesce a rinunciare. È una regressione accelerata dalla televisione, che i giornali hanno seguito: sangue sciolto, lacrime, visioni, luci, miracoli, guarigioni: tutto l’apparato taumaturgico che la chiesa ha sempre cercato di limitare o almeno controllare, viene rivivificato da programmi televisivi ormai entrati nel guinness del ridicolo, che, nonostante tutto, continuano a riproporsi, a dettare la linea del dibattito pubblico, a influenzare il tono dei giornali. Così si rinsalda la convinzione che la fede sia appunto “credenza”, attrazione verso il soprannaturale, desiderio di mistero. Una lettura farsesca che qualsiasi parroco di campagna potrebbe smontare in pochi secondi. Il contesto che tiene in piedi lo spettacolo, è dunque composto da un manipolo devoto e agguerrito di sindonologi e di suoi zelanti propagandisti, e dalla complicità volontaria, spacciata per prudenza, dei nostri mezzi d’informazione. A tutti questi non interessa capire la dimensione sociale dei culti religiosi, che sarebbe, questa sì, degna di interesse, ma inseguire, come un riflesso pavloviano, qualsiasi teoria che confermi l’idea della fede come devozione, della religione come conformismo. Lacrime e sangue, appunto, aggiornati con i raggi cosmici e i fasci di luce. Uno scandalo, se non sapessimo che, in Italia, le possibilità di visioni alternative sono davvero poche.



 
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